Il tram
1945. Un amore e una tragedia.
Il tram
Nacqui negli anni in cui il boom economico italiano si stava progredendo, portando con sé benessere e brillanti condizioni di vita. La civiltà cominciava a regnare nelle città, nelle regioni e nell'Italia. Il periodo bellico, che aveva così “brutalmente” massacrato l’Italia dalle stragi naziste e, peccaminosamente, dalle vendette partigiane nei confronti dei vinti, era già divenuto “storia” riportata, rispettivamente, sui testi scolastici e sui discorsi dei vinti. Tuttavia, debbo affermare che del conflitto avevo udito delle esemplari e toccanti testimonianze. I più attigui a me, erano stati i nonni che vissero, in prima persona, quel tempo bellico e del quale portavano con sé un “atroce” ricordo, che mi piaceva udirlo. Poi, i miei genitori; ora come ora, solamente la mamma ottuagenaria mi trasmetteva le impressioni, le emozioni di come quel mondo appariva a lei allorché ragazza e spettatrice stupita osservava lo svolgersi dei tragici fatti.
Oggidì, il mio pensiero corre al racconto dell’unica testimone della mia famiglia. Provo, come un senso di sconforto, nel rendermi conto che quanto mi piaceva udire non era altro che il racconto delle sue sofferenze, del suo rancore e la consapevolezza di avere trascorso una vita attraverso la violenza della guerra. Si era di un bianco Natale, del 2002; accanto al camino che emanava tanto calore, la mamma mi raccontò la storia di un suo migliore amico, Piero. Mai prima di allora me la raccontò, forse, non osando interferire o versare qualche “acidità morale” nell’ambiente mio, di famiglia, del quale il padre lo gestì fino a morte avvenuta, nell’anno 2001.
Quel Piero fu stato il suo primo amore…
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“Liberaci, o Signore, dalla peste, dalla fame e dalla guerra”. Era l’invocazione che le popolazioni contadine cantavano in processione, nelle mattinate di primavera, lungo le strade dei loro borghi, almeno fino agli anni ’40 del secolo scorso, epoca in cui le malattie, la fame, la miseria e la guerra mietevano vittime. Da codesti “flagelli” non ci si poteva difendere, e non rimaneva che affidarsi alla divina misericordia.
Correva l’anno 1939, il XVII dell’era fascista. Da una visita medica, che doveva accertare l’idoneità dei ragazzi “di leva” ad essere arruolati nell’esercito, Piero fu “falsamente” riformato; “falsamente”, perché nella faccenda vi ci fu lo “zampino” del padre Podestà, che reggeva l’unificazione di due Comuni (Flero-Poncarale) sancito da un decreto prefettizio del 1928. Un anno dopo la visita di leva, gli “abili” dovevano ripresentarsi al Distretto per iniziare il servizio militare vero e proprio nel corpo a ciascuno assegnato. L’evento non era sempre indolore perché spesso il più rappresentava il distacco dalla famiglia e (se c’era) dalla fidanzata; gli addii, fra baci e abbracci, talvolta conoscevano lacrime e potevano rappresentare un incontro con la guerra e con incognite sconvolgenti. La lontananza da casa avrebbe potuto prolungarsi per anni sui fronti di guerra, nella prigionia nei lager e, purtroppo, non avrebbe conosciuto il giorno dell’arrivo o l’avrebbe conosciuto in condizione di menomazione fisica.
La chiamata alle armi significava mancato stipendio o salario per la famiglia con genitori canuti e prole numerosa non ancora in età da lavoro. Le famiglie di fresche coppie dovevano separarsi senza sapere quando al prossimo ricongiungimento; alcune non si riuniranno. Le mamme non riuscivano ad accettare che i propri figli dovessero sopportare i disagi della guerra. Esse, con il marito, avevano sopperito a tutti i bisogni del proprio prediletto, e faticavano ad immaginarlo come capace di sbrigarsela con le traversie del conflitto. Così, le povere mamme passavano le notti insonni in preghiera, nell’attesa che tutto si concludesse.
L’Italia era passata da un’economia agricola ad un’economia belligerante, ossia… le sue risorse industriali s’erano ristrutturate per produrre ordigni bellici. Nei primi anni del cruento conflitto, le distruzioni non avevano ancora infierito, mentre il demone della guerra aveva contenuto le sue scorribande mondiali fra gli eserciti che si fronteggiavano in lontane località. I giovani erano esposti a massacri ed orrende carneficine, ai disagi di climi torridi o gelidi, ai rischi della prigionia. In qualche fazzoletto di terra, la fame era come una calamità endemica fra gli strati più poveri…
Tutto il popolo italiano era sottoposto ad innumerevoli restrizioni economiche e ad obblighi frustranti, perché il regime aveva proclamato l’autarchia come risposta alle sanzioni, al Paese dai popoli liberi del mondo dai quali noi dipendevamo per l’acquisto d’importanti materie prime e derrate d’acclamata necessità. La propaganda del regime attenuava i disagi della situazione interna e invitava la gente a seguire i suoi continui consigli o diktat affinché tutti i comportamenti apparissero in sintonia con la politica governativa.
Inesistenti erano gli inviti a coltivare orti (di guerra) per le proprie necessità. Gli agricoltori erano pungolati ad aumentare la produzione delle loro aziende (battaglia del grano).
Più tardi, la fame invadeva anche gli strati protetti della piccola borghesia flerese, lambendo persino quelli benestanti e più privilegiati, tra le quali la famiglia di Piero (padre Podestà e madre antenata dei conti Verricelli), costretti dalla situazione a svendere alcuni beni di famiglia per procurarsi il cibo sufficiente.
Il confine di Flero era attiguo alla possente Brescia. A quell’epoca, i suoi collegamenti con la città si realizzavano con un tram. Sull’appariscente mezzo di trasporto, mia madre e Piero s’incontrarono spesso; a quel tempo, entrambi, frequentarono l’Accademia musicale. Fra loro, s’instaurò un rapporto bellissimo. Mia madre era l’unica che sapeva apprezzare le sue battute demenziali e che ne rideva di gusto, anche in classe, mentre il musicologo spiegava lezioni.
Piero, che si era innamorato “segretamente” di lei, n’approfittava durante un altro qualsiasi tipo di viaggio tramviario (come impegno lavorativo o altrui ragione) di mia madre. Egli prediligeva stringerla fra le sue braccia. Un valente accompagnatore, si direbbe! Un uomo quasi nobile… per corteggiare una forosetta (contadinella). Egli era il classico bello e robusto, con la zazzera bionda che, ad ogni brezza, si vedeva ondeggiare.
Le loro prime uscite, all’aperto, coincidevano con la chiusura dell’Accademia musicale, dovuta alla guerra in corso. Piero e mia madre, in certe alternate occasioni, si recavano in due osterie dove si potevano incontrare alcuni avventori; Piero era il più forte giocatore di morra a punto e parole: “Si deve impattare la parola e le dita sul tavolo, simultaneamente, con l’avversario. Chi indovina il numero ha vinto il punto.”, così Piero, spiegava a mia madre come indicare i punti, sulla lavagnetta. Con il disgraziato conflitto, Piero ebbe delle occasioni di radunare la compagnia di ragazzini per gli scontri campanilistici, con giovani di paesi limitrofi; di quei “giochi”, si terminò al quarto tentativo, dopo la ramanzina di mia madre (allora sua fidanzata). Lo strano fu che mia madre non si era “autocriticata” quando, con lui, creavano dei raid un po’ goliardici, nei campi di frutta; spesso, questi sopralluoghi indesiderati, erano interrotti dai proprietari che sapevano imporsi contro le intrusioni dispettose e quelle dei marioli imberbi.
Sul finire della loro prima estate, un giorno, nella piazza, autocarri con militari in assetto di guerra erano una scomoda presenza che preoccupava tutta la popolazione.
Venne l’inverno. Piero e mia madre trovarono lo sport (in senso sentimentale) del tortoreggiare; tentavano di sfuggire ai morsi del gelo, nelle stalle, dove il bestiame intiepidiva l’ambiente; oppure, attorno al focolare che serviva anche da riscaldare i pasti del povero desco. Piero, era spesso invitato da colui che sarebbe il mio (futuro) nonno materno; il fidanzato della mamma, era sempre stato trattenuto nello stanzone che, all’apparenza, era la cucina ove un gran camino, non solo riscaldava l’ambiente, ma altrettanto i cuori dei giovani fidanzati.
Piero e mia madre assunsero un comportamento più dignitoso, al solo intuire di come la guerra, oltre che sui fronti, imperversava sulle città e borgate con i suoi tremendi guasti e dolorosi lutti. L’Italia avvertiva l’avvicinarsi dell’inevitabile sconfitta e la situazione politica precipitava.
Nel paese era proibito ascoltare le radio estere, considerate nemiche, come “Radio Londra” che era molto attiva con i suoi programmi in italiano. Sui muri della chiesa e Oratorio, e sui manifesti affissi nelle osterie, nei caffè e negli uffici pubblici… roboanti slogans del Duce erano scritti a caratteri cubitali: “Vincere, vinceremo”, “Taci, il nemico ti ascolta”, “Qui non si fa politica, si lavora.”
I generi alimentari di prima necessità erano disponibili in misura insufficiente, per questo la fame incombeva su tutti, bambini compresi. Per l’acquisto di alcuni di questi generi razionati si dovevano fare interminabili code. Erano in vendita in giorni fissi e non nella quantità utile per tutti gli aventi diritto, creando disagi e discussioni specie a causa dei soliti prepotenti (tra i quali alcuni sgherri fascistoidi del Podestà, il padre di Piero) che non rispettavano la precedenza. La “borsa nera” costringeva le famiglie ad acquistare a prezzi esorbitanti e, clandestinamente, anche da persone senza scrupoli. Non tutti disponevano delle risorse finanziarie che quel mercato esigeva. I borsari neri, poi, scialacquavano nelle osterie, in forma ostentata, i proventi disonestamente accumulati. C’era lo “zampino” del Podestà… nella vicenda dei borsari neri!
Nel luglio del 1943, il re destituì Mussolini. Per il fascismo era la fine. Il governo Badoglio, firmò un armistizio con gli alleati, l’otto settembre 1943. L’esercito italiano si dissolse. Subito dopo il cosiddetto “ritorno a casa dei soldati”, Piero, grazie alla posizione politica dello scorbutico padre che temeva che un dotto reduce potesse occupare il posto d’assistente segretario della Biblioteca Civica Queriniana, in Brescia, ebbe quell’importante scranna.
Il “via vai”, ossia la spola Flero-Brescia, la effettuava giornalmente col tram. Il padre non obbligava al figlio l’uso della bicicletta, poiché le ruote, piene di “gozzi”, nel girare facevano sobbalzare il ciclista. Non solo. Nei cieli, i mitragliamenti rari incutevano paura anche chi si trovasse a camminare, con beatitudine, in un’aperta campagna!
Era la mattina del 5 novembre 1943, quando mia madre incontrò, casualmente, Piero sul tram. Prese posto accanto a lui; si limitavano a guardarsi, sorridersi. L’uomo era quasi imbarazzato e incapace di trovare parole, per stabilire un contatto con lei, in barba a tutti i curiosi viaggiatori, volti familiari, dei quali, alcuni, sapevano dello strano flirt tra lui e mia madre. Piero, arrossì involontariamente nell’istante in cui mia madre dichiarò, a voce alta, di esserne pazzamente innamorata di lui e di volerlo come marito. I diciotto passeggeri, non per nulla sorpresi, applaudirono; nel tram pareva vi ci fosse l’istantanea di una festa!
Con enorme stupore, Piero annuì con un cenno della testa; un solo commento gli balzava in mente: “Uno schianto di moglie”! Infatti, mia madre, alla vista di Piero, era alta e aggraziata… ma quel che colpiva dentro di lui erano soprattutto il vedere dei tratti immensamente femminili del volto, animato da immensi occhi scuri, quasi arcuati a mandorla. I capelli neri, lisci e lunghi, che ricadevano sulle spalle. Una chioma serica, abbellita da una forcina che rappresentava una ninfea; due tirabaci davano ulteriore ricchezza alla capigliatura.
Il secondo incontro casuale, dopo un lungo periodo privo d'incontri, avvenne la mattina del 29 gennaio 1945. Quel giorno, mia madre ebbe un importante appuntamento, in città, presso lo studio di un notaio, per sbrigare alcune pratiche, su incarico del padre. Il tram era stracolmo di passeggeri. Nessuno, stavolta, osservava Piero scambiare tenerezze con mia madre; sul mezzo pubblico, per la ressa, si udiva una serie di mugugni, di lamenti e ansimi, propri di persone sottoposte a dei notevoli sforzi fisici sul tram poco traballante.
Presso il cavalcavia per la zona delle Fornaci, il tram subì un mitragliamento aereo. Colpito ripetutamente. Nove passeggeri morirono. Piero fu colpito a morte; mia madre rimase illesa, grazie ad egli che la protesse, a lungo, col corpo. Nel tram esplose un baccano spaventoso. I passeggeri si gettarono verso l’uscita, sfondata dalle spallate di un energumeno. La gente anziana era schiacciata alle fiancate laterali, dove schegge di vetri colpirono i loro volti; degli uomini, stravolti, si fecero largo a spintoni e le giovani donne, colte da crisi di disperazione, lanciarono urla strazianti.
C’era una pozza di sangue scuro, sotto il corpo di Piero che stava adagiato, supino, e che inzuppava anche la pedana di discesa del trasporto pubblico. Un proiettile, di grosso calibro, gli aveva perforato l’anca sinistra; il secondo, al collo. Mia madre era l’unica, tra i passeggeri, non dedita alla fuga; il troppo amore per Piero l’aveva imposta a restare lì, sul mezzo che pareva, provvisoriamente, l’obitorio con cadaveri sparsi grottescamente e feriti impossibilitati a muoversi. Con un gesto automatico, mia madre gli carezzò una guancia; quel suo amorevole gesto era accompagnato con un groppo in gola e gli occhi colmi di lacrime.
“Oh, Laura, amore… mio… non… non piangere! Ti supplico… Laura…
Non… non fare così!”, la voce del moribondo era flebile e prossima al mutismo.
Tutto il corpo dell’uomo ebbe un sobbalzo. La bocca si aprì senza emettere altre parole o suoni. Poi, le sue membra ebbero un lieve fremito e il corpo si rilassò, lentamente, in una posizione quasi fetale. Mia madre s’immerse nella più nera disperazione.
Il tram, in pochi istanti, era accerchiato da un capannello di curiosi, abitanti i casolari attigui alla strada ferrata. Le sirene si avvicinavano: sopraggiunsero tre autoambulanze, un carro dei vigili del fuoco e due furgoni della morgue. Mia madre, poco dopo, si appoggiò sulle spalle di un contadino, suo primo soccorritore. Mia madre non trovava calma e pace: la faccia bianca e tirata nello sforzo di non costringersi a singhiozzare e a gemere per il suo Piero…
Venne crepuscolo quando nell’aperta campagna della strage vi restò solamente il tram, crivellato dai colpi. L’anonima stazione di una radio, vicina ai partigiani, diramava uno spaccio del “radiogiornale”; la voce meccanica dello speaker annunciava: “In mattinata, un convoglio tranviario della linea “Flero-Poncarale-Brescia”, carico di operai recanti al lavoro è stato selvaggiamente sottoposto a un duro e violento mitragliamento da parte di due caccia. Otto morti e una trentina di feriti, tra i quali numerosi sono gravi. Tra i feriti in gravi condizioni, è stato esservi anche Piero Costantini, figlio primogenito del deposto Podestà di Flero-Poncarale…”
I mitragliamenti, dall’alto, erano quasi quotidiani, specialmente nelle ore notturne: un aeroplano isolato, comunemente definito “Pippo”, qua e là lanciava bengala e bombe isolate, tenendo in apprensione numerose famiglie. La morte era sempre in agguato. Per evitare di essere bersagliati dai colpi si oscuravano tutte le lampade. Dalle finestre delle case non doveva filtrare alcuna luce. I fanali delle biciclette dovevano essere schermati e chi non rispettava quest’ordine era multato.
Infinitamente distruttive sono state le incursioni aeree, in città, a quindici giorni di distanza dalla tragedia del tram. Era la vigilia degli SS. Faustino e Giovita; santi Protettori, impotenti contro gli ordigni sganciati dalle fortezze volanti alleate! Il 2 marzo ’45 seguì altri bombardamenti devastanti con decine di vittime, feriti e case distrutte o danneggiate. Da Flero la gente assisteva, con il cuore in gola e tremante, allo spettacolo notturno del lancio dei bengala da parte dei bombardieri. Le incursioni aeree erano precedute dal sibilo delle sirene che davano l’allarme. Poi massicci scoppi di bombe facevano rabbrividire molte famiglie mentre imploravano la misericordia di Dio. Le difese antiaeree installate in alcuni punti della periferia cittadina erano inconsistenti.
Finalmente… il 25 aprile 1945!
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Alimentavo il fuoco del camino con altra legna. Il racconto della mamma mi ha profondamente scosso. Di quello sconosciuto Piero, di un picchio, me lo sono sentito amico, fratello… Lui, una specie di spirito entratomi nel cuore, nel mio affetto!
La fotografia, ingiallita dal tempo, tra le mani di mia madre, ancora le commosse: quell’unico pezzo di carta, più caro che rappresentativo, la ritraeva in compagnia del compianto “primo amore”. Una fotografia “sbucata” fuori or ora; tenuta in segreto da me e da mio padre Antonio (la mamma lo conobbe nel 1951, e se lo sposò tre anni dopo).
Chiesi a mia madre perché non mi battezzarono col nome di Piero, quando nacqui nel 1954. Lei l’avrebbe fatto, ma dietro insistenza dei genitori di mio padre scelsero col darmi “Gianmarco”.
La mamma si asciugava una lacrima, dirimpetto al fuoco che scoppiettava nel camino e nell’unica stanza calda della mia dimora di campagna. Fuori, grossi fiocchi di neve cadevano sui silenti dintorni dei nudi campi.
La mattina di Santo Stefano, bene imbacuccato com’ero, ripercorsi le conosciute e innevate stradine campagnole per immettermi, alla fin fine, sulla vecchia strada in terra battuta che era stata conservata come “Ex sede tramviaria”. Al ciglio della stradina vi stava una stele di piccola dimensione; scostai la neve che copriva una targhetta fatta di tredici nomi:
- Bianchetti Anna Teresa, 15 anni (deceduta il 6 febbraio ’45);
- Bianchetti Emilia, 25 anni, professoressa;
- Cartolari Antonio, 44 anni (deceduto il 23 marzo ’45);
- Costantini Piero, 23 anni (deceduto il 4 febbraio ’45);
- Maina Gregorio, 17 anni, marinaio;
- Mazzetti Giuseppe, 55 anni (deceduto il 10 febbraio ’45);
- Monzaschi Andrea, 15 anni, allievo milite G.N.R.;
- Peduzzi Maria, 35 anni;
- Raimondi Ida, 35 anni;
- Scaglia Giuseppe, 41 anni;
- Scaratti Davide, 56 anni;
- Simone Armida, 27 anni, ausiliaria S.A.F;
- Vettore Giuseppina, 29 anni (deceduta il 4 febbraio ’45).
A Piero, il mio postremo pensiero. “Grazie, amico, per aver reso salva la vita di mia madre. Non ti scorderò mai.” Coi polpastrelli “accarezzavo” tutte quelle lettere che componevano il suo nome. Quel contatto siglava un’amicizia spirituale. Conoscere e apprezzare un amico mai conosciuto significava forte spirito al mio valore morale.*
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1) Il mitragliamento al tram è vicenda realmente accaduta;
2) Testi e nozioni storiche tratte dal libro di Severo Mosconi: “Memorie fleresi” (Ed. La Rosa, 1996)