La luce dei martiri
La vera storia di due ragazzi (Legionari) assassinati a guerra finita.
Legionari:
- Emilio Le Pera, nato a Savelli (Cz) il 01-02-1923 e ucciso a Lovere (Bg) il giorno 08-06-1945.
- Francesco De Vecchi, nato a Sale (Al) il 20-11-1925 e ucciso a Lovere(Bg) il giorno 08-06-1945.
Il lago d’Iseo è vacanza: euforia di sole, d’amore, di quiete, di sport sull’acqua. Il lago, in virtù della gaia configurazione geologica che gli ha donato una maestosa cornice di monti, è ricco d’incantevoli paesaggi, di colori, d’aspetti pittorici e mutevoli. Vi cresce l’ulivo, vi fioriscono oleandri, rose spontanee, campanule azzurre e anemoni; le ninfee si aprono nelle torbiere. Spirano con regolarità venti favorevoli alla vela; si praticano agevolmente la motonautica e lo sci lacustre. La pescosità richiama gli appassionati…
Transito, a piedi, per Pisogne, “perla” lacustre. Laddove appoggio le braccia sulla ringhiera del lungolago e scrutando l’orizzonte, sgranocchiando le patatine, intravedo l’altra “perla”: la bergamasca Lovere. Mai fatto ancora tappa, in vita mia, in quella terra bergamasca, nonostante la vicinanza equivalente ad un tiro di schioppo. Una Lovere che io la immagino affascinante; magari, i suoi palazzi e gli edifici “ritoccati” da stupendi dipinti antichi sulle facciate esterne: opere di indimenticabili pittori locali che sapevano oggettivare le loro passioni.
Scrutando quell’ammasso di case che paiono entrare nel lago, in un “tal punto” balneare vi ci fu stato un tristo pontile di Sant’Antonio; truce per una maledetta notte del sette giugno 1945. Esso, allora, si trovava vicino ai “Visinoni”, pochi metri ad un dipresso alla discesa di S. Maria. Lo scomparso pontile aveva una sua storia; una vicenda triste che qualcuno s’è pregiato di annotare: “Per giorni, la madre, sulla riva ha atteso di vedere il figlio, voleva rivedere le sue braccia, il torso vigoroso, la voce che diceva: “Guarda, mamma, sono il tuo figliolo”.
Del “figliolo” più nessuna traccia né dell’altro, un compagno, che stava col “figliolo”.
Quanti minuti… io lì, a scrutare la panoramica Lovere? Tanti minuti, forse… quindici! Il mio sguardo fisso su quell’agglomerato unico che è tutto il paese, mi sta attirando. Vedo, immagino, creo e “registro”… e mi sento tornare indietro, “ritoccare” l’epoca dell’ultima guerra che mai ho vissuto. Ora come ora, i miei occhi si sono chiusi, ma desti dietro le palpebre abbassate. Tento di favorire all’apice la concentrazione: ho bisogno di puntualizzare il ricordo “affiorato” da un racconto scritto da un ricercatore storico loverese: un uomo la cui famiglia fu coinvolta nella guerra civile e che divenuto adulto iniziò una paziente, fervida e scrupolosa opera di ricostruzione di terribili episodi sanguinari, tenuti “clandestini” dai vincitori perché provavano il feroce comportamento di parte della resistenza antifascista. Il suo scritto lo posseggo, con orgoglio. Medito, “intrufolandomi” tra le pagine de “Campa cent’anni… con la tua coscienza” e “creo” le immagini che affiorano dal mio alter ego. “Mi ritrovo” ad assistere gli avvenimenti della primavera del 1945. Prima del paese Lovere “vedo” Piancamuno, località bresciana della Valle Camonica. Qui, inizia la storia…
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Le scuole locali sono adibite a caserma. Sostano 26 Legionari della 4ª Compagnia. Sono di presidio a capo dell’Aiutante Maresciallo Tartarini.
Si è di mercoledì 25 aprile 1945, ore 17.00. Un gruppo di militari tedeschi si presenta all’ingresso della locale scuola. Il piantone di guardia, prima sorpreso della loro presenza, è stato domato; la “strana “ squadriglia” tedesca s’impadronisce della mitragliatrice messa a difesa nel cortile. Il vociare della “squadriglia” mette all’erta l’animo del Maresciallo Tartarini, già interessato a conoscere la ragione del trambusto esterno. Con un pugno di fidati militi si appresta ad incontrare la pattuglia tedesca…
Vile tranello! Sono dei disertori tedesco-polacchi, al comando di un certo Ferlutz, aggregati ai partigiani garibaldini. I disertori sparano e, simultaneamente, appare il rinforzo consistente da partigiani della 54ª bis “Garibaldi”, capitanata da Luigi Macario. L’assalto dei partigiani è fulmineo. Il Maresciallo e i suoi accompagnatori sono i primi a cadere al suolo. Gli assalitori sono superiori, di numero, ai Legionari. Questi, nonostante l’improvvisato assalto nemico, cercano l’attacco di difesa, ma l’edificio scolastico è ampio, con infinite finestre da controllare. Gli assalitori sparano. I militi della 4ª Compagnia sono colpiti.
Il Legionario Francesco De Vecchi è ferito: sente la morte avvicinargli. Con sforzo sovrumano, il ferito chiama accanto a se il commilitone Barbieri, suo compaesano, consegnando a lui il portafogli con i documenti personali, pregandolo che esso va consegnato ai genitori (il Barbieri non arriverà mai a casa).
Il Vice-brigadiere con funzione di furiere, Emilio Le Pera, nell’aiutare i compagni, è colpito da una raffica; le ferite sono ai femori e con le gambe spezzate.
Dramma sopra tragedia; i superstiti dell’agguato abbandonano l’edificio e trovano rifugio in casa Garatti. Rispondendo al fuoco, cercano di difendersi e di far prevalere il vantaggio sul nemico. Nel parapiglia di pallottole e stato di combattimento confusionale, il “Macario” e il disertore capo Ferlutz sono uccisi. Disertori e partigiani, rimasti senza “capo”, e vista la dura reazione dei militari, si ritirano.
Alla fine della sparatoria, la 4ª Compagnia “Tagliamento” conta i suoi morti e feriti: nove deceduti, tre bisognosi di cure. A lamentare le ferite, sono: Emilio, Francesco e il milite Fumagalli; il trio è trasportato all’ospedale di Darfo dove, la mattina dopo, per le gravi ferite riportate, muore il giovane Fumagalli. Emilio e Francesco peggiorano; e, per contrastare il loro cagionevole stato di salute, il valoroso Brigadiere De Lupis e la sua discreta scorta, accompagnano i feriti all’ospedale di Lovere, poiché esso è dotato di un reparto chirurgia bene attrezzato, non sapendo che i partigiani stanno occupando il paese.
I partigiani avranno, forse, saputo che stavano uscendo i militi dopo aver fatto ricoverare i due Legionari feriti? Oppure… coincidenza? I “garibaldini” sorprendono i Legionari all’uscita dell’ospedale, li catturano conducendoli nella Canonica dove sono già rinchiusi altri Legionari del distaccamento della 612ª G.N.R Provinciale, di stanza a Lovere.
In pochi giorni, lo stanzone della Canonica del parroco, don Placido, e la cantina sottostante si colmano di fascisti arrestati e violentati dai partigiani con dose di bastonate. Segni forieri di morte vanno in atto: il 30 aprile, i partigiani decidono di fucilare De Lupis e la sua scorta.
La Casa Canonica non basta a contenere i prigionieri; alcuni giorni dopo, i fascisti sono condotti a Bergamo, in campi di concentramento.
Per i due ragazzi della “Tagliamento”, feriti nell’azione partigiana, Emilio e Francesco, il calvario ha inizio. Emilio ha fratture bilaterali dei femori e delle gambe con ritenzione di schegge; è messo in trazione, gli sono praticate medicazioni, applicati cerotti laterali, con continue somministrazioni di morfina per chetare i dolori. Francesco ha riportato ferite multiple trapassanti, con continue emorragie.
I partigiani entrano, quotidianamente, in ospedale, a bistrattare i due Legionari.
La madre del nerboruto Emilio (la famiglia era sfollata a Vercelli), saputa la notizia del ricovero del figlio, giunge a Lovere. Contemporaneamente, altrettanto la famiglia di Francesco. A turno, le mamme si fermano una settimana ad assisterli; le suore mettono a loro disposizione una cameretta con lettini.
Ai primi di giugno, la signora De Vecchi viene a Lovere con la figlia Ida.
I Legionari stanno lentamente migliorando, ma vivono nell’atmosfera truce poiché, tutti i giorni, alcuni partigiani insultano e picchiano Francesco ed Emilio: entrambi, soggetti di ripetute angherie e di continue minacce!
Una data definitiva, quella del 7 giugno, segna il crudele destino ai due Legionari.
Una suora avvisa i familiari che alcuni partigiani trascinano i Legionari feriti verso l’uscita dell’ospedale. Francesco, al solo notare la presenza di mamma e sorella Ida, urla: ”Mamma, Ida, aiutatemi!”, mentre Emilio viene trainato privo di sensi. Mamma De Vecchi chiede al primo del gruppo cosa volevano fare e questi risponde: “Li portiamo a processare”. La donna si oppone, rammentando che stanno male e vanno lasciati in pace. A questo punto Ida prova un malore, sviene; si riprende col procedere dei minuti, chiede spiegazioni; la mamma piange e risponde che non li ha seguiti per stare con lei.
Data: 8 giugno. Hanno cercato le due donne disperate, hanno domandato a tutti, nessuno conosce la sorte dei ragazzi; si trovano solo tracce di sangue sul pontile di Sant’Antonio. Il giorno dopo, alle due donne riferiscono che la spedizione punitiva è stata creata durante il macabro finale di una cena fra partigiani, consumata in una trattoria limitrofa e per terminare e per meglio festeggiare, dopo arie sobrie e imitazioni musicali, i partigiani chiedono se a Lovere esistono altri “quelli della Repubblica”. Sbronzi, sudici e ridicoli di natura, i partigiani si ricordano dei feriti all’ospedale e decidono di provvedere immantinente.
Data: 10 giugno. Le due donne fanno infinite domande; chi decide di scacciarle ha avuto successo. Quel giorno, un camion carico di cemento parte alla volta di Milano e, senza gloriosi complimenti, le donne sono costrette a salire a bordo. Dopo quella terribile esperienza, macabro dolore, alle signore De Vecchi manca il coraggio di ritornare a Lovere.
Quelli sono stati momenti difficili per tutti; parlarne non sarebbe facile; chi non c’era, impossibile capire – perché allora bastò poco per fare una scelta e - altrettanto il nulla per morire; drammi e sofferenze patite sono indimenticabili.
La terribile fine di Francesco ed Emilio: dopo le sevizie, i partigiani li gettarono, vivi, nelle acque del lago.
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Termina la tragica storia; ma per altro aspetto continua ad essere raccontata dai vincitori e i giovani cresciuti nel “mito della resistenza” (guerra civile tra italiani: questa è la “resistenza”, e non patriottismo ed eroismo) con la verità appena sussurrata e/o deformata, non sanno che altri giovani si erano battuti per ricostruire una Nuova Italia e per difendere le proprie idee. Questi giovani d’oggi che nemmeno immaginano cosa successe a guerra finita ai combattenti della parte “perdente”. No, non si deve sapere, la storia non può essere raccontata anche dai vinti ma sicuramente, chi ha vissuto in quei drammatici anni non potrà scordare.
Riapro gli occhi. Ritrovo la mia realtà. Scruto le acque lacustri. Punto lo sguardo sull’intera Lovere e, dirimpetto allo specchio d’acqua, il paese bergamasco conosce perfettamente che, da oltre mezzo secolo, Francesco ed Emilio, Legionari galantuomini, riposano insieme in quella tomba chiamata lago d’Iseo (Pax sepulto).
Il lungolago di Pisogne ha ripreso il suo solito affollamento. Bambini chiassosi, passanti frettolosi e ciarlatani, abusivi stranieri con la merce distesa ai marciapiedi… Prima d’andarmene, noto una margherita spuntare tra il paletto di una ringhiera e il catrame dell’asfalto. Ippolito Nievo citava nel suo più popolare racconto: “…penso sempre alla margheritina, a quel modesto fiorellino dal botton d’oro e dai raggi bianchi…”. Fiore misterioso, per me, simbolo della vita lacustre. Mi viene istinto raccoglierlo. Osservo i bianchi petali ed eseguo un gesto che, a quel tempo, la signora Ida De Vecchi ha lasciato cadere nelle acque del lago lacrime e un crocifisso benedetto. Affido la margherita solitaria alle acque, perché vorrei che le miracolose onde placide l’aiuti a dirigere nel punto ove “localizzi” i “resti mortali” dei Legionari.
Un’onda mi ha dato la risposta: ha brillato! Il riflesso del sole? No; è stata la luce dei martiri: la risposta garantita di Francesco ed Emilio, “fratelli di sangue” uniti per una gloriosa vita eterna.