Un prezioso aiuto
Minorenne squinternato trova ragione di aiutare una coppia che ha perduto un figlio.
Mirko, un pessimo elemento della società per il suo carattere belligerante verso chiunque procuri fastidio a lui stesso, è un diciassettenne che ama vestirsi come un proletario: pantaloni e giubba blue jeans, camicia tipo militare e scarpe da ginnastica. È ancora uno studente che ama marinare, con frequenza, la scuola. Non una ragazza per sé. Le sue serate sono mezze balorde e fatte in compagnia di due amici al Flody, un tozzo bar di mattoni, isolato da un cortile; l’interno del pub è buio e pungente, appena rischiarato da lampade verdi e da insegne al neon; c’è odore di birra stantia, fumo di tabacco e di scoreggia. Scuola mezza ripudiata; soldi dai genitori messi, moralmente, alla gogna; pub ridicoli; discoteche: sono elementi del suo mondo preferito.
Una sera diserta i due amici per colpa di un bisticcio. Decide, di spassare la voglia di bere al Garden, un locale famoso e ben tenuto, frequentato da gente di lusso, da attori dilettanti e professionisti d’arte. Vi sono vari tavolini che sembrano laccati d’oro e la maggior parte dei clienti mangia panini imbottiti o hot dog su alti sgabelli e dava impressione di tanti lupi affamati.
Al banco, Mirko ordina il gin. La sua prima volta di un liquore forte! Gli si avvicina una ragazza deliziosa, anche se nel suo viso ha un’aria di donna kapò.
Lei, è una cagna perfetta; lo molesta menzionando che nel locale c’è gente pulita, gran parte fascisti, industriali, mercanti d’arte e “… non spazzini come te!”.
Per tutta risposta, Mirko la proclama “sgualdrina impoverita”. Apriti cielo! Un tizio, forse lo spasimante della ragazza, per accidente assume un aspetto burbero e fronteggia con mezza serqua di male parole quell’insolente e insolito ospite del locale. Mirko “abdica” alla sua pazienza e lo colpisce di taglio con la sinistra e gli getta in viso il gin mentre ricade contro il banco. Lo colpisce allo stomaco. La “mini guerra” di Mirko non è conclusa perché la ragazza gli si avvinghia alle sue spalle gridando qualcosa di molto sconcio. Lui si volta di scatto e la colpisce in pieno sulla bocca aperta. Lei sbarra gli occhi, stupita. La prende, tra le ascelle, mentre si affloscia come una marionetta, come la caricatura di una donna, e la depone senza riguardo su una sedia. Lei ricade in avanti sul tavolo, ma si riprende quasi subito.
Ci sono altri uomini, otto ragazze e due camerieri; tutti stupefacentemente “paralizzati” dall’impresa compiuta da un ragazzino. Il barista, non turbato dal fattaccio, ha appena tolto il contatto telefonico dal cellulare privato.
“Me ne vado, coglione! Gli sbirri non sono di mio gradimento.”, sbotta Mirko avvampando.
“Delinquente!”, urla isterica la ragazza bistrattata.
“Buonasera gente e chiedo scusa per questo finimondo voluto da questa pupattola senza cervello!”, afferma Mirko in tono pericolosamente calmo.
La ragazza afferra la tazzina del caffè, fortunatamente vuota, e gliela tira in testa; Mirko si abbassa e la tazza va a schiantarsi contro la tappezzeria chiara del locale-salotto.
“Ti rivoglio per farti a pezzi!”, dice lei con aria di sfida, gli occhi violetti attraversati da un lampo di furore.
Quanti passi fatti all’aperto? Forse, per una ventina di metri, e subito dietro di lui si ode uno stridere dei pneumatici. Vede gli sbirri in abiti borghesi, intenzionati a perlustrare la stessa zona e che sono stati, tempestivamente, avvisati dalla centrale. I militi si apprestano a entrare nel locale ed uscirne quasi immantinente. La reazione di Mirko è immediata e intravista dagli agenti. Il moccioso salta al di là della palizzata che cinge un cortile riservato a quattro palazzi condominiali e atterra in mezzo a un cespuglio procurandosi graffiature. Una pistola è puntata verso la tempia di Mirko; questi, perfettamente immobile, alza le mani sopra la testa e s’arrende.
“Cribbio… mica sono un bandito! Sono solo un ragazzino!”, commenta soprappensiero.
Al commissariato di zona è stata ripescata la fedina penale di Mirko: a quattordici anni è finito al riformatorio per avere picchiato a sangue un anziano; a quindici anni in galera per danni ad autovetture durante una manifestazione studentesca; a sedici sottoposto a una misura di prevenzione.
“Che cosa ci mettete, adesso, sul mio certificato penale? Aggressore pericoloso? Non capite che ho diritto a non subire attacchi al mio onore o alla mia reputazione! In quel bar dei “paperoni” nullafacenti il mio scompiglio è giustificato.”
Una risata, anche se non piacevole, di tutti gli agenti e impiegati del distretto. Per alcuni, Mirko è simpatico non solamente per la verve che usa sciorinare; infatti, egli è di una bellezza virile indescrivibile: alto di statura, carnagione un po’ abbronzata, capelli neri alla paggio e occhi azzurrini… e il tutto gli crea un volto da star per fotoromanzi d’amore.
Nel suo micro ufficio il vice commissario Luzzi pare nato per starsene seduto sulla girevole poltrona, lavorando al mouse e tastiera del computer. Ha una scrivania pulita e ordinata, con gli agenti che gli ruotano attorno come gli asteroidi nel sistema solare. Anch’egli ha una abbronzatura da piscina e una folta capigliatura spruzzata di grigio. Spalle e vita cominciano a metter su uno strato di adipe. I suoi quarantesei anni fanno spicco.
“Luzzi, vuoi sorridere un po? C’è un ragazzino che sa picchiare duro e che sta, ora, raccontando barzellette ai nostri agenti. In onor del vero, non mi andrebbe sbatterlo ancora al riformatorio; lo scaccerei fuori di qui con un calcio nel didietro, visto e consideraro che i due aggrediti del Garden non hanno voluto sporgere denuncia per questioni morali.”, sentenzia un agente gonfiando il petto per ambizione.
“Grazie, agente Contri. Vado subito ad ammirare questo pollastrello!”
Lo scruta attraverso una vetrata; lo sta ammirando serio e muto in un modo mai fatto. Gli sembra di sognare. Non vuol credere a una visione del genere. Il cuore sembra andare struggimento. Le lacrime gli pungono sotto le palpebre abbassate e si affretta raggiungere quel ragazzo che lo ha tanto colpito: lo osserva, attentamente, e lo ascoltava recitare le barzellette.
“… e sentite questa su di voi: “Fra agenti di polizia: “Come va il nuovo cane poliziotto che ti hanno affidato?” “Veramente eccezionale: ha già arrestato un barboncino alla stazione…””
Ennesima risata in sala. Dopodichè, l’atmosfera dentro il distretto cambia. I presenti restano stupefatti dirimpetto l’atteggiamento del loro vice.
“Tu… io ti conosco, sai!”, esclama Luzzi, rinunciando a nascondere lo stupore sul viso. “Sei mio… Non sei lui! Impossibile!”
“Lui… chi?”, gli domanda Mirko, a sua volta sorpreso per la strana reazione dell’uomo.
“I capelli… gli occhi… il profilo… Quasi identici connotati!”
“Di che state parlando, signore?”, è l’altra sorprendente domanda del ragazzo.
“Niente… niente, ragazzo! Non ho commenti da fare, adesso! Voglio solamente che te ne torni a casa. Stasera non hai combinato nessun tafferuglio.”
La sua voce è la solita, autoritaria, con un sottofondo arrogante e una nota profonda.
******
Mirko è molto teso per sonnecchiare in attesa di uscire per un’ennesima notte in discoteca dove andrà per ripiombare in un locale tra fumo, alcol ed ecstasy. Nel frattempo sceglie la voglia di “gustare” droghe musicali da una stazione televisiva; è solito imitare il suo beniamino quando questi appare nel suo special, ma stavolta la sua interpretazione movimentata è domata dalla mamma intervenuta ad annunciargli una presenza in casa.
“Dice di essere un poliziotto! Questa casa è davvero triste; ne combini sempre una da far attirare le forze dell’ordine, disgraziato!”, borbotta lei provocando una violenta reazione da parte di Mirko.
“Vacci piano! Non sai nemmeno per quale ragione è piombato qui!”, taglia corto il ragazzo.
“Sei crudele!”, ribatte la madre con gli occhi fiammeggianti.
Luzzi tira un sospiro di sollievo non appena intravede il ragazzo; questi gli chiede subito, e seccato, cosa mai desiderasse ancora. La momentanea risposta del poliziotto è l’estrazione di un fazzoletto per detergere le lacrime. Mirko è quasi sorpreso; non sa se ridere o commuoversi mentre sua madre prova imbarazzo e tristezza davanti quell’uomo stravolto.
“Signore, vuole darmi spiegazioni, per favore?”, chiede Mirko d’un tratto dopo trenta secondi di assoluto mutismo.
“Tu… mi ricordi mio figlio!”
“lo ha perduto?”
“Sì… Con me era sempre stato un ragazzo ubbidiente, allegro, vispo, pieno di entusiasmo. Amava tutti e si faceva amare dal prossimo. Piaceva correre con moto da cross; si divertiva per le salite di montagne e mulattiere. Era un bel ragazzo il mio Leo, bello come te.”, sussurra; si sofferma, per un solo istante, ad asciugare le lacrime. “Leo mi manca da tredici mesi. Lui sapeva di avere il cancro e di essere condannato!”
Luzzi cerca di sorridere ma le labbra gli tremano e altre lacrime fuoriescono copiose.
“Mi spiace, signore!”
La prima vera commozione di Mirko.
“Io e mio figlio parlavamo spesso della cosa. Piangevamo l’uno nelle braccia dell’altro.”, racconta con voce incolore, richiamando Mirko all’attenzione; una voce che sembra non avere nulla a che fare con quel corpo stanco e magro. “Voleva che non fosse presa alcuna misura straordinaria per mantenerlo in vita, che non gli togliessero o iniettassero liquidi di alcun genere, che non usassero macchine per curarlo. Rimasi sconvolto quando capii che per mio figlio non ci fu più nulla da fare. Trascorsero dei mesi prima che avessi coscienza di quel che provavo. Passavo il tempo perlustrando la città a caccia di delinquenti e balordi, proteggendo i cittadini. Praticavo qualunque cosa pur di non dover pensare alla sua morte. Alla fin fine, però, mi resi conto che comportandomi tale non facevo altro che privare mio figlio dell’aiuto e del conforto che potevo dargli nei suoi ultimi momenti di vita.”
“Vostra moglie, signore?”, chiede la donna con voce quasi impercettibile.
L’uomo si rabbuia e gli occhi gli si stringono fino a diventare fessure nere.
“Tra me e lei i rapporti sono spezzati. La perdita di Leo era bastata a non più sentirci uniti!”
“Un brutto colpo! Spero a una riconciliazione.”, conferma Mirko.
“Spero anch’io. Voglio bene a mia moglie.”
“Sua moglie ha visto morire Leo?”
“Lei no, per fortuna! Io sì. Accadde in una tetra mattina d’inverno. Mi accostai a Leo e gli presi le mani: erano calde, con la pelle molto morbida. Gli dissi che capivo la sua tristezza. Lui mi rispose con un cenno di assenso, e io parlai un po’ del suo passato, di quanto lui contasse per me, prima e anche adesso. Poi parlò lui, supplicandomi di restare unito a mia moglie. Parlava, parlava… e venne un attimo che pareva anche la fine della mia vita. Le mani di mio figlio erano ghiaccio. Il suo organismo si prestava chiaramente alla resa. Il petto gli si alzava e abbassava in modo sempre imperfetto. Un respiro, una pausa, un altro respiro, una pausa e, infine, più niente! Dico… niente! Niente! Niente!”. China il capo, mordendo il labbro superiore. “Lo rividi nella camera ardente. Sembrava un angelo, ma quando lo accarezzai per l’ultima volta, il gelo della morte mi fece stare malissimo.”
Una lunga pausa prima di riprendere la parola.
“Ho una certa esperienza in fatto di morte: zii, nonni, papà, mamma… Ancor oggi mi arrivano telegrammi di morti… A volte è proprio uno dei miei amici che viene a mancare, ma Leo era la prima persona che me la vedo morire davanti gli occhi. Era diverso. La morte è terribile e misteriosa. Ora mi trovo dirimpetto a te; guardandoti ancora meglio vorrei poter ospitarti nella mia casa, poter offrire serenità a mia moglie. Tredici mesi senza mio figlio e, altrettanti, senza lei al mio fianco: sai che cosa significa? Mi manca molto lui con una intensità a volte lancinante, ma non provo l’angoscioso desiderio di sapere che cosa gli è successo. So solamente che mi ha preceduto, partendo per un lungo viaggio che un giorno intraprenderò pure io. Potresti presenziare davanti mia moglie? Sarà una sorpresa per lei; la inviterò nel mio appartamento per incontrare te: il sosia.”, conclude tirando un profondo respiro e si sforza di reprimere altre “ostinate” lacrime.
“Sarò presente. Venga a prendermi domani all’uscita dell’Istututo Dominici, verso l’una; di solito non pranzo e l’orario mi si addice.”, conferma sottovoce il ragazzo. Il suo cuore prova uno squarcio di dolore per l’uomo.
Raggiunta la sua stanza, Mirko si lascia sdraiare sul tenero materasso. Rivive, meditando, il colloquio conclusosi poco fa e crea l’immagine irreale di Leo, un’immagine identica al suo viso come presentarsi davanto lo specchio…
Resta a lungo prono; più la sonnolenza si avvicina; tra lui e il sonno esiste una ex complicità: è sempre il sonno a venirgli in aiuto, quando si trova in uno stato di depressione. Al diavolo la discoteca… oppure l’avrà scordata!
******
All’uscita da scuola del pestifero Mirko, Luzzi è più sulla funzione di maggiordomo che poliziotto; un servizio galante che non dovrebbe mai osare verso un cittadino con carta penale un po’ “macchiata”, ma di fronte a un caso più che mai eccezionale… Gli apre la portiera dell’auto, lo accompagna, forzatamente, a un fast food per un rapido spuntino insieme, poi di nuovo in auto.
“Stamane ho incontrato, casualmente, mia moglie al camposanto. Quell’incontro mi ha dato speranza. Dissi di te, ma lei stenta di crederti. Non ne voleva intendere di sosia di Leo. Non faceva altro che arzigogolare su questo argomento, non credeva che vi fosse un identico quasi identico a Leo. Osservando a lungo la foto del nostro amato sulla lapide, ha provato desiderio conoscerti.”
“Bene! Adesso, lei dov’è?”
“A casa mia. Vi ha preferito andare sapendo di trovarla disordinata e che l’avrebbe riassestata. È divenuta una dolce creatura, ma sempre con la solita punta di espressioni artificiose. Tredici mesi: tanti per non trovarci insieme! Voglio che lei ritorni da me e che resti! Non mi importa se il suo nuovo convivente è più di me; lei è sempre mia moglie, la mamma di Leo!”, mormora. Adesso la sua è un filo di voce. “Mio figlio desiderava che restassimo uniti. Lassù, in cielo, è stato a guardarci in ansia. Ora, ne deve essere felice. Vieni, mia moglie ti attende…”
Alla vista di Mirko le sente spaccare il cuore. Sulle prime la donna lo ha chiamato col nome del figlio scomparso. Lo stringe a sé; gli bacia il viso e capelli. Per l’uomo, quella scena è suspence, e teme che la moglie possa rivivere quei tristi momenti che succedettero la morte del figlio e non poterne più uscire. Identica scena, la stessa di tredici mesi fa quando Luzzi, per una sola volta, ha visto sua moglie in quel tenero abbraccio con Leo.
Dopo il commovente incontro, Mirko trova doveroso stringere amicizia con la mamma dello scomparso. Frequenta spesso quei coniugi sconsolati col presenziarsi a varie cene o pranzi. Giorno dopo giorno si comunicano mediante il telefono. Una sera, Mirko esprime e sprizza gioia da tutti i pori: lei, soppiantando il convivente, è ritornata dal marito poliziotto. Per incoraggiarla a restare il più a lungo possibile o per sempre con il proprio marito, Mirko ha promesso a quella mamma di dare tutta la personalità del figlio scomparso.
I veri genitori di Mirko sono amareggiati ed entusiasti allo stesso tempo; da una parte perché lui sembra ignorare l’esistenza dei genitori, dall’altra perché la sua personalità brilla, insomma… un ragazzo gradito, un golden boy!
******
Vigilia di Pasqua. Mirko partecipa, seppur poco volentieri, al buffet pasquale in casa Luzzi.
“Io e mia moglie ci stavamo chiedendo se trovi intenzione di dormire qui. Ho parlato con i tuoi genitori e mi hanno dato il consenso. Parlo di almeno una notte, e hai a disposizione la camera di Leo.”
“La sua stanza! Ma è una infrazione!”
Mirko, dopo la sorpresa, cerca di dominarsi. La donna ha le lacrime agli occhi.
“No. Per noi è simbolica la tua presenza in essa. Ti supplichiamo farlo!”, ripete Luzzi posandogli la mano sul braccio e fissandogli negli occhi; quegli occhi d’un azzurrino, così penetranti e imperiori lo riportano alla realtà: sono identici a quelli di Leo.
La quarta sera dopo Pasqua, Mirko è atteso per le notti in casa del vice commissario. La stanza da letto: rispolverata, linda e profumata. Mirko accende la luce; la porta si richiude e lui ha l’impressione che il leggero cigolio sia il suono metallico delle sbarre di una tetra prigione. Il soffitto ha un lampadario sfavillante. Il letto bianco, e bianco è tutto il resto: armadio, cassettone, comodino, radiosveglia, tappeto, tende, pareti. Resta immobile un istante, rabbrividito. Non piace tutto un bianco così...
Si accosta al letto e prende un pigiama a sua misura che gli è stato preparato. È un indumento nuovo oppure Leo non lo ha mai indossato! Sul comodino c’è la sua fotografia dentro in un elegante quadretto argentato; lo si nota mentre scala una roccia: che sia stato un alpinista dilettante?
Quando Mirko si è messo sotto le coltri sente un fresco profumo paragonabile all’acqua di Colonia. Quaranta minuti dopo, buio e silenzio diventano profondi. Al mattino, il ragazzo viene servito di una colazione a base chifel e caffelatte. Dopo la degustazione propone ai due una frequenza casalinga più rara, ossia desidera avere più spazio alla personale libertà e al divertimento con amici anziché fare il paggetto di comoda consolazione.
“Hai ragione!”, gli confessa il poliziotto. “Tu hai la tua famiglia; hai ancora poco ai tuoi diciotto anni. Ti ho trattenuto come un immigrato clandestino in un centro di accoglienza; tutto per le esigenze mie e di mia moglie. Tu hai uno scopo da conquistare nella vita, e io non so dirti se sei mio figlio… con quello sguardo buono e duro nello stesso tempo. I capelli, gli occhi… Io cerco disperatamente di avere te, di proteggerti, di amarti, di gettarti nelle braccia di mia moglie perché possa lei accarezzare a lungo i tuoi fluidi capelli…”
“Mirko deve godere la sua libertà. Non lo voglio ostaggio tra queste mura.”, sussurra in tono amaro la donna. “Grazie per avermi fatta rinascere.”
“Grazie anche da parte mia. Il tuo è stato un prezioso aiuto. Dirti grazie è dire poco. “, sussurra l’uomo; una lacrimuccia gli si svela sulla gota.
“Prima di incontravi ero un teddy boy; adesso mi rendo conto di essere un ragazzo ammodo. Verrò a trovarvi. È mio desiderio terminare la scuola, poi fidanzarmi e sposarmi con coscienza e disciplina, e giuro di dare nome “Leo” qualora dovessi avere un figlio maschio. Vi voglio bene, ma devo anche voler bene ai miei. Buona fortuna.”
******
Mirko è un uomo! Un gigante razionale! Colmo d’intelletto. Ha aiutato una coppia in crisi; ha dato essa la seconda esistenza del figlio, e per questo è felice e si è rivelato sensibile ai problemi di chi soffre il dispiacere di una perdita. Giunto dai suoi veri genitori si lascia andare in lacrime di gioia.
“Sì, figliolo… Sei veramente un uomo saggio!”, puntualizza il padre.