Ibernazione temporale
Sdraiata a terra, sul porfido sconnesso di una delle più
antiche vie del centro, guardo il palazzo davanti a me. Ha conosciuto tempi
migliori. Peggiori, ne dubito. Il cortile interno pare essersi trasformato in
un ecocentro, dove ognuno butta quello che non ha più lo stomaco di tenere in
casa propria. I vari ambienti, originariamente di proprietà di un’unica, più
che benestante famiglia cittadina, sono stati ormai da tempo immemorabile
trasformati in singoli appartamenti, molti dei quali tuttora abitati. Ce ne
sono pochi altri di sfitti. Dai vetri infranti delle finestre, se uno guarda
con attenzione, si può vedere un interno lugubre, abbandonato, privo di vita.
Questi sono gli appartamenti che mi rasserenano l’animo. Sono gli appartamenti
dai quali gli occupanti sono riusciti ad andarsene, a infrangere l’immobilità,
a spezzare la crosta di ghiaccio che li teneva segregati nel palazzo. Ma dall’altra
parte, sono ancora tante le stanze che ospitano inquilini.
Si muovono e respirano come qualunque passante di questa
strada, quegli inquilini. Ogni tanto si affacciano alle finestre e mi guardano
storto, perché mi piace sdraiarmi per terra a faccia in su e guardare il loro
palazzo. Forse pensano che qualcosa non funzioni come dovrebbe, nella mia
testa. O forse si ricordano di quella volta in cui la curiosità mi aveva
condotto fin dentro il palazzo, a mettere il naso nei loro appartamenti.
I cortili interni
hanno sempre attirato la mia attenzione. Ti danno la possibilità di far finta
di ammirare le finiture dell’abitazione e intanto di gettare uno sguardo su un
modo di vivere per forza di cose diverso dal tuo. Questo palazzo, poi, mi
attrae in special modo e così varco il portone d’ingresso, sempre spalancato. Mi
ritrovo però in quello che non pare proprio il cortile di una ricca dimora. È
pieno d’immondizia, di ciarpame, di un senso di sciatteria. Ma forse l’interno
del palazzo offre qualche sorpresa. È un palazzo storico, sarà pur possibile
visitarne una parte! C’è un portinaio lì, vicino all’entrata. Gli chiedo se è
possibile vedere almeno le aree comuni, che so, gli androni. Mi guarda un po’
sorpreso. “Le aree comuni? Ma certo!” mi risponde con un gran sorriso. “Vai
pure, non c’è problema. Però, se ti capita di trovare qualche appartamento aperto,
facci un giro dentro, lo merita. Il bello sta tutto là!”. Non lo capisco, ma
entro.
I corridoi che
collegano i vari appartamenti sono uguali e anonimi. Non danno l’idea del lusso
che doveva aver pervaso quel luogo secoli addietro. Sono dei disadorni corridoi
sui quali si affacciano varie porte, come in un albergo. Trovo alcune porte
aperte e ci infilo la testa. Gli inquilini sembrano non notarmi. Allora lascio
da parte l’imbarazzo per il mio agire da ficcanaso ed entro in un appartamento.
È arredato con mobili in stile inizio Novecento. Da principio mi piace; penso
che gli inquilini abbiano un buon senso estetico, perché tutto è in tema, non
c’è nulla che strida in questa scelta evidentemente dettata da un gusto rétro
per l’arredamento. Poi però mi sale dentro una sensazione di disagio; non è
solo l’arredamento, l’atmosfera stessa ti fa pensare di aver fatto un salto nel
passato. In cucina, si cuociono pietanze su una stufa d’antiquariato. In
soggiorno, una donna con i capelli raccolti in una crocchia sulla testa e vestita
con abiti di foggia tardo-ottocentesca (alquanto dimessi per la verità) lavora all’uncinetto,
senza minimamente accorgersi di me. Il calendario alla parete segna l’anno
1901. Esco e visito un altro appartamento: stessa storia, identica sensazione,
con l’unica differenza che l’atmosfera mi rimanda agli anni Sessanta. E così
via, ogni appartamento pare fossilizzato su un anno, un periodo, un arco di
tempo in particolare.
Confusa, scendo al pianterreno. Trovo il portinaio. “Curiosi, vero, quegli appartamenti? E ce ne sono tanti così, nel palazzo!” dice. Alla mia espressione interrogativa, lui continua: “Qui dentro viene ad abitare tanta gente. Ma sono pochi quelli che se ne vanno”. Volgo istintivamente lo sguardo sulle finestre rotte, sugli appartamenti sfitti. “Ah, sì” fa lui. “Ogni tanto qualcuno riesce a uscire. Ma in fin dei conti non è mica un carcere questo! Sono tutti liberi di andar via quando vogliono. Solo che, nella maggior parte dei casi, non vogliono. Fa troppo male”. Siccome lo guardo perplessa ma non rispondo, lui prende il mio silenzio come un invito a proseguire il discorso. “Vedi” mi dice, “ci siamo ormai accorti tutti che la vita non è una zolletta di zucchero. Fin troppo spesso (a mio parere) incappiamo in situazioni che ci dilaniano nel profondo, che ci infliggono ferite devastanti. Queste ferite non le vedi a occhio nudo, è ovvio. Ma ci sono e chi le subisce le sente eccome. A volte riusciamo a risolverle, non dico di no. Vedi bene anche tu che tanta gente vive fuori di qui. Altre volte ce le teniamo, ma arriviamo a conviverci senza grossi problemi. Però in certe situazioni e con determinate persone, la ferita non sparisce né si fa da parte. Semplicemente, ti ingoia la vita. Rimani bloccato nel preciso istante in cui quella ferita ti è stata inferta e da lì non ti smuovi fino a quando non riesci a guarire. È un po’ come se qualcuno bloccasse il cronometro della tua vita in quel momento, congelando tutte le tue emozioni in quella data situazione”. Fa un cenno con il capo verso gli appartamenti abitati. “Quelli che abitano là” aggiunge, “sono rimasti bloccati nell’epoca in cui è stata inferta loro la ferita. In un certo senso, sono in ibernazione. Sì, tu li vedi condurre una vita normale, ma l’insieme delle loro emozioni sta da un’altra parte. Sta nel momento in cui hanno smesso di vivere”. Dà un calcio a un barattolo vuoto. “A volte si svegliano dal torpore. Allora io mi vedo piombare in cortile ogni sorta di schifezze. Tentano di abbandonare i loro appartamenti svuotandoli dall’interno, capisci? Ma non serve a molto, perché nella maggior parte dei casi non riescono a liberarli del tutto. E puoi andartene solo quando li hai svuotati completamente. Ecco perché ci vuole tanto tempo. Avrai visto anche tu che alcuni appartamenti sono abitati da decine e decine d’anni. Beh, ce ne sono alcuni popolati da secoli. Popolati da gente ibernata nel tempo”.
Mentre esco dal cortile, getto lo sguardo sui cumuli d’immondizia. Mi chiedo con che rapidità si accumula quel ciarpame. Non dev’essere un processo molto veloce, mi dico. Gli appartamenti che ho visto erano tutti ben ammobiliati. Ma forse il portinaio non ha capito completamente come funziona la cosa. Forse c’è un altro modo di andarsene da lì. Mi piace immaginare che qualcuno, invece di vomitar fuori schifezze, abbia semplicemente aperto gli occhi sul tempo che si era fermato attorno a sé, sul fatto che stava trascorrendo la vita ibernato in un istante doloroso. E avendolo capito, aveva scelto di aprire la porta di casa e di andarsene, imprimendo un sano giro alla ruota della vita. Sì, forse per alcuni di loro è andata così.
A me piace ritornare a guardare il palazzo. Non tutti i giorni, certo. Ma insomma, spesso. Mi sdraio per terra e osservo le finestre. Però non metto più piede all’interno. Giusto per precauzione, non si sa mai.