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Le foglie della siepe di bosso


Primo pomeriggio. Fa caldo, ma è un calore che mi piace. Il calore della primavera. Sto tornando a casa dopo mezza mattinata passata a lezione e l’altra mezza passata ad ascoltare le litanie di Matilde – Mati – mia compagna di corso perennemente depressa e inviperita contro la sua esistenza. Mati ha una vita normale, ma non è felice. Mati fa qualche lavoretto qua e là, più per incontrare gente che per guadagnare, perché in ogni caso non ha problemi economici. Eppure non è felice. Mati ha degli amici... d’accordo, non tanti, ma ne ha. E non è felice. Mati è carina, in forma, sta bene, ma non è felice. Mati – Matilde – ha un bel nome, ma non le piace. Non è felice. Mati si lamenta, si lamenta in continuazione che si annoia, che la vita fa schifo, che gli amici ci sono e non ci sono, che non ha il ragazzo (anche se sì, ammette che potrebbe essercene più di uno, ma questo non le va, quello è senza speranza, quell’altro te lo raccomando e bla bla bla). Mati si sbrodola addosso cucchiaiate di recriminazioni senza rendersi conto che quelle chiazze le rimangono appiccicate ed emanano odore di marcio.

Cammino verso casa e intanto penso: perché Matilde non è felice?

E poi mi fermo. Alla mia destra, dentro un cortile, c’è una bambina. È sola. Una specie di interferenza s’intromette nel filo dei miei pensieri, sempre rigorosamente logici. Un cortile è un luogo di svago per un bambino, penso. Lì c’è una bambina, ma è sola. Non c’è nessuno a tenerle compagnia, a occuparsi di lei, a giocare con lei. Mi chiedo: anche lei, come Matilde, starà rimuginando sulla sua desolazione, creando malinconici scenari in cui la vita gioca il ruolo della matrigna cattiva? La bambina mi volta le spalle. Sembra assorta da una siepe di bosso. Ma ecco che si gira, mi guarda e mi sorride. La saluto con la mano. Ricambia il mio saluto. Incoraggiata dalla sua spontaneità, provo a parlarle.

“Ciao, cosa fai lì in cortile tutta sola a quest’ora del giorno?”

“Niente” dice. “Avevo voglia di giocare. In casa mi annoiavo.”

“Ma qui sei da sola. Non c’è nessuno a giocare con te. Non ti annoi lo stesso?”

Mi guarda un po’ sorpresa. Poi, come se non mi avesse capito, cambia discorso. “Hai visto le foglie?” mi domanda, indicando la siepe di bosso. “Hai visto che quelle sono verde scuro e queste qui sono verde chiaro? Sai” mi dice con un’espressione da maestrina, “sono verde chiaro perché sono appena nate. Sono foglie bambine. Quelle verde scuro invece sono già grandi e fanno da mamma a quelle appena nate. Guarda come le proteggono. Se strappi le foglie bambine quelle grandi stanno male, lo sai?”

Questa disquisizione di botanica mi coglie alla sprovvista e non so cosa rispondere. Sinceramente, le siepi di bosso non hanno mai riempito i miei pensieri. Al massimo le collego a ridicoli virtuosismi di mano e cesoia che le trasformano in sculture arboree dalle forme più kitsch. Cerco di eludere la domanda sviando il discorso.

“Ma i tuoi amici dove sono? Non vengono a giocare giù in cortile con te? E i tuoi genitori?”

Lei fa un’alzatina di spalle. “I miei amici non possono venire a giocare. Uno sta mangiando. L’altro deve fare i compiti. Sai, non va mica tanto bene a scuola! Una mia amica fa sempre il riposino a quest’ora. Mia mamma e mio papà lavorano e tornano a casa di sera.” Tutto questo me lo dice con noncuranza, come se si trattasse di cose di nessun conto, come se il fatto di essere stata lasciata sola a giocare in cortile non le pesasse nemmeno un po’. Il suo atteggiamento mi lascia interdetta: io al posto suo mi sentirei prigioniera di una vischiosa e spietata malinconia, mi sentirei una pietra nello stomaco, mi sentirei abbandonata. Ed ecco che il mio cervello inizia a elaborare storielle strappalacrime di bambine orfane o trascurate dalla famiglia, senza amici e magari anche malvestite, piccole fiammiferaie che sostituiscono con qualche foglia di bosso la compagnia dei coetanei e a ogni foglia che prendono in mano immaginano giochi sfrenati, risate, allegria e calore umano.

Ma lei non ha il tono di voce pigolante della piccola fiammiferaia. Lei non accende, lacrimosa e sospirante, piccoli fiammiferi di grandi illusioni che finiscono con il bruciarti l’esistenza. No, il suo tono di voce è autorevole e sincero. E a osservarlo bene, è autorevole e sincero anche il suo sguardo, così preso da quelle importanti scoperte che ha fatto lì in cortile. “Hai visto le formiche?” mi domanda. “Guarda come camminano in fila. Stanno portando da mangiare nella loro casa. Ecco, vedi, abitano lì.” Mi indica un punto dove finisce l’asfalto e inizia il terriccio in cui affonda le radici la siepe di bosso. “Lo sai” continua imperterrita, “che le formiche mettono via le provviste per l’inverno?”

No, non lo sapevo. Con le formiche io da bambina mi ci divertivo. Le pestavo, le annegavo, le coprivo di sabbia. Ma non mi sono mai fermata a osservarle. Nemmeno mi sono mai fermata a osservare come spuntano le foglie delle siepi di bosso. E scommetto che neppure Matilde lo ha fatto. Perché forse, se lo avesse fatto, se avesse imparato a osservare di più e a lamentarsi di meno, se avesse saputo cogliere le tante occasioni per essere felice, se si fosse resa conto di quanto interessanti e stimolanti potevano essere quelle piccole cose che gli altri non si preoccupano mai di notare, ma soprattutto se avesse capito che la felicità è solo questione di punti di vista, adesso non mi parlerebbe per ore di quanto le pesa la vita.

 

2 settembre 2006

by Ilaria Dal Brun — 2006-09-20 17:29 - © tutti i diritti riservati autore
 

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