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Pa-Pa-Pa-Palla

Io credo che si chiamasse Paola o qualcosa che comunque iniziava per “Pa”, perché a scuola la chiamavano Palla. Anzi, Pa-Pa-Pa-Palla. “Pa-Pa-Pa” perché balbettava e “Palla” perché, ma non ne sono poi così sicura, magra non era. Non mi ricordo con esattezza il suo nome, ma il suo nomignolo sì, perché lo sentivo in continuazione. D’altra parte in classe c’era un gruppetto che si era spontaneamente preso l’incarico di mettere ogni giorno alla berlina questa ragazza senza nome.

Chiuso il capitolo “scuola dell’obbligo”, che ti obbliga appunto a mandare indiscriminatamente a memoria una quantità di dati senza mai imparare ad analizzarli né a chiederti quanto tendenziose siano le informazioni ricevute, Pa-Pa-Pa-Palla era caduta nel dimenticatoio di un percorso le cui decisioni e i cui eventi erano di gran lunga più interessanti del ritornello derisorio che cantavano in classe. Eppure, questa mattina io mi sono ricordata di Pa-Pa-Pa-Palla. La ragione per cui mi è tornata in mente è che ieri sera sono andata a teatro a vedere A Woman of No Importance. E stamattina, dal momento in cui mi sono alzata, quella frase pronunciata con ponderata (forse troppa) indifferenza dall’attore ha continuato a martellarmi nell’orecchio: ... a woman of no importance... Ad un certo punto mi sono stancata di quel continuo incalzare e, per togliermi il chiodo prima che diventasse fisso, ho iniziato a pensare se conoscessi o avessi mai conosciuto una donna di nessuna importanza. Sì, ha risposto la mia mente, l’hai conosciuta parecchi anni fa. Pa-Pa-Pa-Palla.

In effetti, durante quegli anni di forzata condivisione dell’aula con gente che non mi era stato concesso di scegliere, avevo dato poca importanza a questa compagna-non compagna. Pa-Pa-Pa-Palla non era socievole, non era amichevole, non era cordiale, non era simpatica. Non lo era mai stata, fin dall’inizio. Magari potrei anche fornire tutta una serie di leciti motivi per cui Pa-Pa-Pa-Palla non era socievole, amichevole, cordiale e simpatica. Ma io sono un’ottocentista, non una psicologa. Mi occupo di storia, non di problemi caratteriali. Così preferisco lasciar cadere ogni tentativo di speculazione sulle ragioni che possono aver indotto Pa-Pa-Pa-Palla a mostrarsi sempre cupa e scontrosa, tentando invece di frugare nella mia memoria alla ricerca di qualche elemento in più su questa figura di nessuna importanza.

Una volta, durante l’intervallo, ero tornata in classe a prendere qualcosa che avevo dimenticato e lì, da sola, avevo trovato Pa-Pa-Pa-Palla che leggeva un libro illustrato. Siccome il suo banco era davanti al mio, fingendo di chinarmi sullo zaino ho sbirciato il contenuto del libro. Era la storia del brutto anatroccolo. Lì per lì non ci ho badato, ma adesso mi chiedo: perché Pa-Pa-Pa-Palla leggeva una favoletta? Non era stupida, le sue capacità intellettive le permettevano letture assai più complesse. Pur correndo il rischio di suonare scontata, potrei rispondere che Pa-Pa-Pa-Palla si identificava nell’animale deriso e si abbandonava alla calda carezza datale dall’illusione di diventare, un giorno, un cigno. Ma se così fosse, anche lei, come il brutto anatroccolo, a trent’anni era diventata un bellissimo cigno? Cerco di immaginarmelo, ma non ci riesco. Perché – e di esempi ne vedo parecchi – se la natura è generosa con gli anatroccoli, lo è molto di meno con quegli anatroccoli umani imbruttiti da anni di sbadataggine parentale, incuria sociale e dileggio dei pari. Quindi no, non penso proprio che Pa-Pa-Pa-Palla sia diventata un bellissimo cigno. Magari ha smesso di balbettare. Gli anni, un buon logopedista o qualche esercizio probabilmente l’hanno liberata dal fastidio. Magari è anche dimagrita, pratica sport e ha messo su un tono muscolare da far invidia a chi la prendeva in giro. Ma la magrezza e una parlata sciolta non faranno mai di Pa-Pa-Pa-Palla una bella persona. Perché lei non era un brutto anatroccolo che si sarebbe tramutato in cigno. Lei era un normale anatroccolo come tanti altri, che l’uomo – e non la natura – aveva reso brutto. E, al contrario della natura, ci vuol più che una mano santa per aggiustare i danni dell’uomo. Quindi Pa-Pa-Pa-Palla dev’essere per forza rimasta una donna di nessuna importanza, una che non si ricorda nelle rimpatriate di ex alunni, una che non lascia il segno...

E invece, me ne rendo conto ora, a me Pa-Pa-Pa-Palla un segno lo ha lasciato. Il suo aspetto fisico io non me lo ricordo con chiarezza e il suo carattere non si è impresso nella mia memoria in maniera particolarmente positiva. Il segno che Pa-Pa-Pa-Palla mi ha lasciato in ricordo è un rigetto verso ogni forma di pietismo. Una volta, in classe, una compagna finta santarellina e vera stronza si era avvicinata a Pa-Pa-Pa-Palla con il chiaro intento di venderle un po’ di attaccaticcia compassione. D’altro canto, chi crederebbe alla sincerità di una che non si era mai tirata indietro le varie volte in cui partiva il coretto “Pa-Pa-Pa-Palla”? Cionondimeno, quella volta aveva deciso di infiorettarsi di misericordia e di offrire su un piatto d’argento la sua “amicizia” a Pa-Pa-Pa-Palla. Pa-Pa-Pa-Palla le aveva sputato in faccia. Quell’anno, grazie a una persona senza nome, io ho visto la vera espressione della compassione che anche adesso vedo dipinta su diversi volti. È un’espressione contorta, di mascherato disgusto verso l’essere che ti sta davanti, mista però a un altrettanto celato sollievo per essere “più fortunati di lui”. È una compassione che al soffrire assieme sostituisce il rallegrarsi per la propria presunta posizione privilegiata, facendo gli scongiuri per non cadere da quella posizione. Quell’anno, grazie a Pa-Pa-Pa-Palla, ho capito che non volevo essere “buona”, se esserlo significava umiliare la persona che mi sta davanti molto più di quanto la si possa umiliare con una presa in giro.

Ecco, io stamattina mi sono ricordata di Pa-Pa-Pa-Palla. Me ne sono ricordata per via di Oscar Wilde e non perché nella tela dei miei ricordi di scuola si fosse improvvisamente impressa una contraddittoria pennellata di buonismo. Io da Pa-Pa-Pa-Palla ho imparato che in troppi casi il buonismo è deleterio, perché va mano nella mano con il perbenismo, il conformismo e soprattutto il moralismo, in una sequela di “ismi” il cui scopo è quello di lucidarsi le unghie sul risvolto della giacca oppure, in alternativa, di guadagnarsi una comoda poltrona nell’aldilà sgomitando a suon di pseudofioretti. Pa-Pa-Pa-Palla invece non concedeva né poltrone né sguardi ammirati. Tant’è, per una donna di nessuna importanza.

by Ilaria Dal Brun — 2007-02-14 19:43 - © tutti i diritti riservati autore

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