Un gioco di maschere
IL MIO VOLTO. Ho commesso un solo errore, quello di nascere donna in un’epoca che aborriva le donne e venerava mogli devote e madri di famiglia, un’epoca che ne legava i capelli in trecce avvolte a ciambella sulla sommità del capo. Questo è stato il mio unico sbaglio. Quel che poi ne ho fatto di una vita che mi presentava prospettive così limitate è stata una mia scelta e una mia responsabilità. Mi sono innamorata di un uomo e ho scelto di seguirlo. Non per fuggire da mia madre (la mia matrigna, in verità), ma per poter avere quello che lei non mi avrebbe mai permesso di avere. La mia vita. Sono cresciuta con questa donna che mi ha reclamata, alla nascita, ai miei genitori. Era un suo diritto, ha detto. E ha esercitato questo diritto privandomi della possibilità di essere me stessa, spingendomi a esistere solo per lei. Tutto il mio essere era in funzione sua, persino i miei capelli. Eppure, sarei anche potuta rimanere al suo fianco, se non mi avesse negato la sola cosa che avrei desiderato fare: amare. Lei, povera donna, non si lasciava amare. In tutti i modi ha tentato di tenermi rinchiusa, non per perversione, ma perché io non conoscessi il mondo e quindi non trovassi all’esterno nessuno da amare. Ma il mondo si è accorto di me, mi ha chiamata e io ho risposto. Ho dovuto scegliere e ho scelto la libertà. La libertà di essere, la libertà di amare. Bene, credete che questo faccia di me un esempio di coraggio? Non per la società in cui sono nata, che ha preferito gettarmi addosso una serie di maschere meno coerenti ma, a quanto pare, più convenienti. Di certo, molto meno sovversive. Ecco perché ora mi conoscete per quella che non sono. Ma i miei capelli, oh, quelli sì li conoscete bene!
PRIMA MASCHERA. Psss! la sapete la storia di quella svergognata?
Sì, proprio quella che abitava laggiù, nella modesta ma accogliente casetta sul
limitare del bosco. Che vergogna! E dire che quella pia donna della madre ce
l’aveva messa tutta per farne una ragazza ammodo. Va bene, ammettiamolo pure,
non era la sua vera madre. Ma sappiamo tutti quanto volesse bene a quella
scellerata e con quanto amore materno l’avesse allevata nell’onestà, nella
modestia, nel rispetto della virtù, nel pudore. Cosa sia passato per la testa alla
ragazzaccia, proprio non si riesce a immaginare. Pare che l’unica cosa che
avesse in mente fossero i suoi capelli. Troppo vanitosa, ve lo dico io! Di
punto in bianco se n’è andata di casa, abbandonando quella brava donna che
tanto contava sul sostegno della figliastra. Se n’è andata con un poco di
buono, un bellimbusto forestiero, uno ricco, dicono. Ma sapete che c’è? Si mormora
che fosse incinta! Capite? Che vergogna! Che vergogna!
SECONDA MASCHERA. La sapete la novità? Quella ragazza che
abitava con la vecchia laggiù, in quella costruzione di pietra nel bosco... Sì,
proprio quella con quei bei capelli lunghi fino a terra e anche oltre. Beh,
dicono che se ne sia andata con uno straniero. Un signorotto, pare. Da quel che
si racconta, la ragazza stava sciogliendosi le trecce alla finestra e proprio
in quel momento è passato di lì questo straniero, che se n’è subito
incapricciato. La ragazza, poverina, si è lasciata sedurre. D’altra parte che
altro poteva fare, ingenua com’era? La matrigna, sciocca donna, non le ha mai
insegnato come vanno certe cose. Così la ragazza si è fatta incantare da quel signorotto
e, per sua disgrazia, si è ritrovata incinta. Beh, potete scommetterci, la
vecchia l’ha buttata fuori di casa. Per fortuna l’uomo tanto mascalzone non
doveva essere, perché almeno ha accettato di portare la ragazza via con sé. Se
non sarà felice, almeno non finirà su una strada.
TERZA MASCHERA. Ah, ma prima o poi doveva succedere.
Quella megera trattava la figliastra come una schiava. E la poverina era tanto
buona, tanto caritatevole, tanto paziente, ma anche tanto, tanto ingenua. Non
sapeva nulla di come gira il mondo. Ma, d’altro canto, aveva trascorso tutta la
sua giovane vita rinchiusa in quella torre nella foresta. Vi ricordate? Anche
noi, che pure siamo del villaggio, l’abbiamo vista assai poco. L’unica parte di
lei che si poteva vedere erano i suoi capelli, fili d’oro intrecciati come
solide funi. Erano così lunghi che la buona fanciulla li gettava fuori dalla
finestra, perché la matrigna, vedendoli, potesse rassicurarsi che la poverina fosse
sempre chiusa in casa. Ma non si scherza con il destino, ve lo dico io! Ecco
infatti che un giorno passa un bel giovane a cavallo, un nobile, dicono. Ode la
voce della fanciulla e ne rimane incantato. La vuole conoscere e si arrampica
fin sulla cima della torre, aggrappandosi alle forti trecce. Figuratevi la
ragazza, che non aveva conosciuto altro se non angherie, quale felicità deve
aver provato a incontrare per la prima volta qualcuno che la trattasse
umanamente. E poi... e poi, come vi ho detto, era ingenua. Fatto sta che un
giorno, tutta meravigliata, dice alla matrigna che d’improvviso i suoi vestiti
le stanno stretti e non sa perché. Figuratevi la vecchia! Ha capito subito che
la figliastra era incinta! Cosa sia successo poi non lo so per certo, ma la
ragazza è riuscita a lasciare finalmente la torre e ad andarsene con il suo bello.
Speriamo solo si siano sposati...
QUARTA MASCHERA. Credete a me, c’è proprio giustizia a
questo mondo! Quella povera fanciulla rinchiusa in quella sinistra torre laggiù,
nel folto della foresta, ve la ricordate? Sempre a servire, sempre a obbedire a
quella maledetta strega! E lei, che era così buona e dolce, ne ha dovuto
sopportare tante. Quanta pena faceva! Ah, ma alla fine l’arpia non l’ha mica
avuta vinta! Attraversava il bosco un giovane principe di non so quale reame. È
passato nei pressi della torre e, udendo un soave canto, ha alzato lo sguardo.
Si è accorto della bella giovane che guardava sconsolata dalla sua finestra con
le lunghe trecce sciolte, in attesa probabilmente della matrigna. Il principe,
dal nobile animo, si è subito impietosito per quella miserella e non ha potuto
fare a meno di innamorarsene. Forte e atletico com’era, ha scalato la torre e
ha chiesto in sposa la fanciulla. È vero, la strega ha tentato in tutti i modi
di ostacolare i due giovani, anche mettendo a repentaglio la vita di quel
generoso principe. Ma l’amore ha trionfato sulla creatura del demonio. La bella
giovinetta da serva è diventata principessa. È proprio il caso di dire che
vissero felici e contenti!
NOTA: La favola di
Rapunzel (Raperonzolo) narra la storia di una giovane segregata in una torre da
una strega, che ne sfrutta i lunghi e forti capelli per issarsi lungo le pareti
e raggiungere così la stanza in cui la ragazza è rinchiusa. Un giorno arriva un
principe e, udendone il canto, s’innamora di Rapunzel, che lo fa salire sulla
torre calando le lunghe trecce. La strega scopre la presenza del principe
perché Rapunzel le rivela candidamente che issare il principe le risulta meno gravoso
che issare la strega. Questo almeno è quanto racconta la favola raccolta dai
fratelli Grimm nell’edizione del 1857. Ciononostante, gli studi di folklore e
germanistica incentrati sul lavoro dei Grimm ne hanno ampiamente evidenziato l’opera
di rielaborazione sia stilistica sia contenutistica. In particolare, è stato
fatto notare come nella versione del 1812 Rapunzel non si limitasse a parlare
di pesantezza nell’issare le due figure – il principe e la
strega (che in quella versione è in realtà una fata) – bensì menzionasse alla matrigna una possibile gravidanza, visibile nel
progressivo “restringersi” degli abiti. Al di là di questo tacito riferimento a
un rapporto prematrimoniale non compare molto altro, ma sarebbe interessante pensare
a Rapunzel come a una donna nella sua totalità, consapevole delle sue scelte di
vita, piuttosto che come a un paio di trecce.