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Lo strano caso della porta alchemica

Racconto fantastico ambientato nella Roma degli anni 90, una città piena di atmosfere suggestive e di presenze inquietanti. Strani accadimenti intorno alla leggenda della porta magica di Piazza Vittorio. Uno studioso inglese arrivato a Roma per lavoro si imbatte in una serie di eventi inspiegabili, mentre cerca di fotografare l'antica porta. Decide di approfondire, ma pare che aldilà delle semplici superstizioni vi sia una leggenda intrisa di inganni, misteri, uccisioni e avidità. Un antico diario porterà il protagonista a scoprire il mistero ed a liberare il fantasma della bella Fiorenza.

LO STRANO CASO DELLA PORTA ALCHEMICA

di

Salvatore Francone



     “Ben arrivato professore, ha fatto buon viaggio?”
     “Poteva andar meglio mio caro Carlo. –rispose l’uomo con un accento tipicamente nordico- Il mio aereo è partito da Londra con ben quattro ore di ritardo. Contavo di arrivare a Roma per ora di cena e invece….”
      “Non si preoccupi professore, se vuole posso servirle qualcosa da mangiare.  Non sono uno chef ma da buon italiano so cavarmela bene anche in cucina.”
      “ Vi ringrazio ma non è proprio il caso, –rispose- sono talmente stanco, a quest’ora, che non vedo altro che un buon letto. Piuttosto mi usi una gentilezza: Ho già chiamato mia moglie non appena arrivato all’aeroporto di Ciampino, non più di mezz’ora fa ma sa come sono le donne?   Nel caso domattina non dovessi svegliarmi  per le otto, chiami lei stesso questo numero da parte mia, chieda di mia moglie e me la passi direttamente in camera.”
     “Stia tranquillo professore, sarà fatto!”
Howard Breadley aprì la tenda e guardò fuori della finestra della sua camera d’albergo. Erano appena le sette del mattino, il cielo era terso ma si accorse che durante la notte la temperatura doveva aver raggiunto valori molto bassi, i tetti circostanti, infatti, erano completamente ghiacciati.
Sbadigliò un paio di volte poi stiracchiò le braccia per ridestarsi dal torpore. Intanto, attraverso i vetri, guardava S. Pietro in Vincoli sonnecchiare ancora. A quell’ora la vita della città non aveva certo ripreso il suo pieno ritmo. Si trovava a Roma solo dalla notte prima ma conosceva la città abbastanza bene. C’era stato molte altre volte ed ogni volta ne rimaneva completamente ammaliato.  Mentre osservava distrattamente quell’ inconsueto scenario, iniziò ad  organizzarsi mentalmente la mattinata, non voleva perdersi neanche un’ora di quella vacanza ma non aveva fretta, quindi l’avrebbe vissuta con la massima calma ed in tutto relax. In realtà non si trattava di un viaggio di piacere vero e proprio. Stava sviluppando alcuni studi sull’architettura italiana dei primi del 600, per conto della scuola inglese dove insegnava, a lavoro ultimato, a scopo divulgativo, gli articoli sarebbero stati inseriti in alcune pubblicazioni scolastiche di storia dell’arte, quindi oltre alle visite ai vari monumenti, piazze e musei, avrebbe dovuto scattare fotografie e consultare le varie biblioteche per documentarsi adeguatamente. Aveva più di un mese a disposizione, poi ci sarebbero state le feste di Natale perciò avrebbe potuto lavorare con calma e, magari, divagarsi anche un pò. Sua moglie, Nora, conservatore capo del British Museum, era rimasta a Londra per impegni di lavoro ma lo avrebbe raggiunto non appena si  fosse liberata.
Si avvicinò allo scrittoio ed alzò il ricevitore del telefono, compose il numero nove ed in pochi secondi si collegò con la direzione dell’albergo.
     “Ben alzato professore, –esordì l’impiegato- posso metterla in comunicazione con il numero che mi ha lasciato stanotte?”
Dopo aver rassicurato Nora e dopo una buona doccia calda si vestì, quindi scese nella sala ristorante per consumare la prima colazione. Quando ebbe finito si diresse al bar, si avvicinò alla cassa e chiese dei gettoni telefonici, quindi andò al telefono. Estrasse una piccola rubrica dalla tasca interna della giacca, la consultò e subito dopo compose un numero.
     “Vorrei parlare con il Dr. Nobili” –disse-
     “Sono io, –rispose l’interlocutore- con chi ho il piacere di parlare. –soggiunse-
     “Mio caro Marco, -rispose Howard-  sono davvero felice di sentire la tua voce,  anche se  un po’ deluso che tu non abbia riconosciuto la mia.”     
     “Howard! –esclamò con gioia l’amico-  sei proprio tu? Che mi venga un colpo! Cosa
ci fa il  Prof. Howard Breadley qui a Roma?
     “Ufficialmente sarei in viaggio di lavoro, -rispose- ma ho abbastanza tempo per potermi concedere anche qualche giorno di vacanza. Pensavo che questa potesse essere una buona occasione per passare un po’ di tempo insieme come ai vecchi tempi, non credi?
     “Ma certo, mio buon Howard. Dammi solo il tempo di rendermi presentabile e sarò da te. A proposito dov’è che alloggi?”
     “Sono, come sempre, all’Hotel Byron, in S. Pietro in Vincoli, al Rione Monti. –Spiegò Howard-
     “Ricordo perfettamente. -rispose Marco- Tu, nel frattempo non muoverti, sarò da te in un’ora al massimo.
Howard stava per dire qualcosa ma non ne ebbe il tempo, il suo amico aveva già riappeso il ricevitore. Ritornò, quindi, al suo tavolo ed accese una sigaretta sorseggiando quel che rimaneva della sua tazza di caffè, ormai freddo.
Mentre aspettava l’arrivo di Marco, la sua mente ritornò al giorno in cui, per una strana coincidenza, i due si conobbero: fu proprio a Roma, durante una delle tante volte, forse proprio la prima, che Howard si trovava nella capitale italiana. Il loro primo incontro avvenne in una biblioteca della città. Entrambi cercavano lo stesso libro ma quando Howard consegnò il modulo di richiesta allo sportello della distribuzione, si accorse che questo era già stato consegnato al Dr. Nobili. Howard si avvicinò allo sconosciuto e gli chiese con molto garbo se anche lui fosse uno storico dell’arte e se, dopo aver consultato il testo avrebbe potuto avvisarlo prima di restituirlo all’addetto, poiché anche lui cercava lo stesso libro.
Marco Nobili si presentò porgendogli la mano e puntualizzò che non era uno storico dell’arte, bensì un medico chirurgo e che aveva l’hobby della storia e dell’architettura antica. Howard si presentò a sua volta e Marco gli cedette subito il libro, probabil-mente per un atto di ospitalità verso un forestiero. Finirono, invece, per usufruirne insieme, passando così una piacevolissima mattinata che diede inizio alla loro grande amicizia. Infatti, sebbene vivessero in paesi così lontani, mantenevano una assidua corrispondenza. Anche Marco di tanto in tanto si recava a Londra per far visita al suo amico, basti pensare che perfino le loro mogli si erano molto affiatate.
Howard spense la cicca e si avvicinò alla reception:
     “Buongiorno Professore, –disse amichevolmente l’anziano custode- scommetto che va a comprare qualche quotidiano inglese se ricordo bene le sue abitudini!”
     “Buongiorno Carlo, -rispose Howard- non sbagliate e proprio ciò che intendo fare. Piuttosto, se durante la mia assenza dovesse arrivare il mio amico Marco Nobili, vi prego di farlo attendere. Io starò via solo pochi minuti.
Quando Howard rientrò in albergo, con il suo giornale sottobraccio, riconobbe Marco di spalle davanti alla reception; probabilmente ingannava il tempo scambiando quattro chiacchiere con il custode. Ma non appena Howard varcò la soglia dell’albergo, Marco si voltò di scatto:
     “I miei omaggi Professor Breadley, -disse- riconoscerei ovunque il tuo passo, forse è colpa dei tuoi stivaletti inglesi, non metto in dubbio che siano di ottima qualità, ma le scarpe inglesi sono piuttosto rumorose. Lascia che ti abbracci, –soggiunse- sono davvero felice di rivederti, vecchio filibustiere”.
     “Anch’io lo sono, -rispose Howard mentre gli stringeva vigorosamente la mano-   ma devo smentire le tue affermazioni: queste scarpe, infatti, sono state acquistate in un negozio di via Condotti. Saranno anche rumorose come quelle inglesi ma non sono meno romane di te ma bando alle chiacchiere. Vieni ti offro un buon caffè, e tu da buon italiano mi insegni che il caffé va preso comodamente seduti”.
Mentre consumavano i loro caffè, i due conversarono del più e del meno, raccontando-si a vicenda le ultime novità, considerato che era ormai quasi un anno che non si incontravano. Infine Marco chiese ad Howard notizie più precise sul vero motivo della sua venuta a Roma e su come avesse programmato la sua permanenza.
     “Come ti dicevo al telefono –spiegò Howard- sto sviluppando uno studio  approfon-dito sull’architettura italiana dei primi del 500 e le sue evoluzioni fino alla fine dell’800. Uno studio non solo degli stili architettonici ma anche della storia delle varie famiglie patrizie che nel corso dei secoli si sono avvicendate nei vari palazzi ivi compresi i miti e le leggende, laddove ve ne fossero”
     “Qui non hai che da scegliere, -rispose Marco- Roma è piena di vecchi palazzi su cui grava qualche antica leggenda ma sono solo storie tramandate dalla superstizione e dal gusto per lo spiritismo che dilagò quasi in tutto il mondo già a partire dal 1500”
     “Anche prima, -rispose Howard- se pensi che la leggenda della confraternita dei rosa croce, secondo alcuni scritti, sarebbe stata fondata per la prima volta, agli inizi del 1400, da Christian Rosenkreuz, un nobile tedesco nonchè ex monaco, che avrebbe raggiunto la veneranda età di 106 anni. In seguito, forse grazie all’apparizione di centinaia di manifesti che invasero l’Europa si scatenò la febbre dell’occultismo e delle società segrete sedicenti rosacrociane, di cui pare facessero parte persino nomi illustri come il filosofo francese René Descartes, Michael Maier e Robert Fludd. Senza parlare di coloro che con la scusa della negromanzia riuscirono ad entrare nelle grazie di ricchi signori, quali Cagliostro,  Casanova e tanti altri ancora, di cui alcuni degni di ogni attendibilità, come Lord Byron, il grande poeta romantico, mio connazionale. Ma chi o cosa può stabilire dove finisce la leggenda e dove inizia la realtà? “
     “E’ vero, -osservò Marco- eppure qualcosa di vero, in tutte quelle strane storie, dovrà pur esserci. Comunque sia non mi hai ancora illustrato il tuo programma di lavoro.”
     “E’ presto detto. -rispose Howard- La prima mossa sarà una visita alle biblioteche di stato, dove cercherò di approfondire i miei appunti su alcune antiche chiese  dei quartieri poveri e di alcuni palazzi oggi dimenticati e che nel passato appartennero a nobili famiglie.”
     “Tutto qui? –chiese Marco- Allora cominciamo subito. Fa pure conto che io sia il tuo aiutante, la cosa mi diverte moltissimo. Vieni ho l’auto pronta qui fuori. –concluse-
La BMW rossa si fermò di fronte al maestoso edificio rinascimentale della Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II. Dopo aver superato l’ingresso, i due, ritiraro-no la carta d’entrata, quindi si diressero verso il grande scalone di marmo grigio. Come al solito Howard subiva il fascino di quei capolavori di architettura con le loro volte sorrette da imponenti colonne sormontate da capitelli corinzi. Enormi, antichi, edifici che per motivi, quasi sempre ignoti, divengono biblioteche di Stato, dopo essere stati per secoli dimore Reali o giù di lì. Arrivati al primo piano Howard avvertì subito quell’ inebriante odore di antica carta stampata e di preziosi manoscritti. Erano appena le dieci del mattino e le sale erano già animate da un viavai di visitatori di ogni genere ed età, tutti, comunque, accomunati da un  grande senso di rispetto per quel luogo. Il silenzio era infatti rotto soltanto da un lieve, discontinuo, brusio.
     “Non credi sia giunto il momento di andare a pranzo?  –disse Marco guardando l’orologio- sono le due e venti.”
     “Caspita! Il tempo è letteralmente volato. E’ strano ma quando mi trovo in certi luoghi perdo completamente la cognizione dell’orario. Concedimi ancora dieci minuti, il tempo necessario per completare i miei appunti, tu intanto pensa a un buon ristorante dove poter gustare qualche piatto tradizionale della vostra cucina romana. Oggi sei mio ospite.”
Howard, sebbene piuttosto pratico delle strade di Roma, rimase a dir poco meravigliato quando Marco, parcheggiò l’auto nel proprio garage. Probabilmente il ristorante doveva trovarsi nelle vicinanze. Invece arrivarono in Trastevere con un taxi  preso al volo. Howard non riusciva a capire lo strano comportamento di Marco.
     “Non dirmi che hai timore che ti rubino l’auto. –chiese-“  
     “Proprio così. –rispose- Purtroppo, in questi ultimi anni, la delinquenza è molto aumentata, bisogna essere  previdenti, specialmente in zone come questa. Ad ogni modo vale la pena correre qualche piccolo rischio se si ama la vera cucina romanesca. Si tratta di una antica trattoria dove si ha l’impressione che il tempo si sia fermato a cent’anni fa.”
La “Taverna der Buttero” era, infatti,  un’osteria tutt’altro che elegante: vecchi tavoli logori circondati da sedie di legno non meno consunte; pareti annerite dal fumo adorne di innumerevoli oggetti appesi: fiaschi impagliati, vasellame vario e le fotografie di vari personaggi più o meno noti della TV e dello spettacolo, immortalati coi proprietari del ristorante. Una vecchia ruota di carro costituiva, al centro del soffitto, uno stravagante lampadario a dodici luci; il pavimento in cotto aveva perso per l’usura il suo colore rossastro ed al passaggio era tutto un vacillare di mattoni. Ma l’immagine più poetica era lì vicino al camino acceso: una vecchia signora con uno scialle di lana multicolore sulle spalle un po’ curve e sul capo un vecchio foulard dai fiori vermigli annodato sotto la gola, maneggiava con maestria due grossi ferri da lana da cui pendeva una piccola calza rosa. Le sue mani continuavano a lavorare con una cadenza perfettamente ritmata, mentre i suoi occhi azzurri e vispi seguivano incuriositi i due unici avventori.
     “Buongiorno Dottor Marco. –disse la vecchia signora- Finalmente ci avete portato il vostro amico inglese, il Professore di cui ci parlate sempre tanto. Perché è di lui che si tratta non è vero?”
     “Salve Donna Ines. –disse Marco- Avete proprio indovinato, ecco il mio amico Howard Breadley, Professore di storia dell’arte all’Università di Yale”
     “E’ una scuola inglese? –chiese la donna- Io non l’ho mai sentita nominare! Ma non fateci caso, io non mi sono mai mossa da Roma……. E poi sono ignorante, non ho molta confidenza con le scuole. Piuttosto, il vostro amico professore, io melo immaginavo molto più bello, anche se devo ammettere che è molto elegante e che ha comunque un fascino particolare”.
I due, col permesso di donna Ines, presero posto al tavolo li vicino dove furono avvicinati da un uomo di notevole corporatura:
     “Non fateci caso. –disse l’omone- Mia nonna è ultraottantenne e, come tutti noi, é di umili origini, così, non avendo ricevuto una buona educazione, dice tutto quello che le passa per la testa. Spero non abbia detto nulla di offensivo.”
     “S’immagini. –rispose Howard- E’ una donna adorabile, mi ricorda molto la mia vecchia madre.”
L’intrusione di Marco evitò che il discorso si dilungasse con il rischio di assumere toni tristemente nostalgici, chiedendo al “buttero” cosa c’era di buono in cucina, conside-rando anche l’ora piuttosto inoltrata.   
     “Rigatoni al sugo di pajata, -rispose- oppure bucatini all’amatriciana. Io vi consi-glierei i rigatoni, da noi sono una vera specialità, mentre per secondo c’è dell’ottimo abbacchio, ci sarebbero anche delle bistecche ai ferri ma vi consiglio l’abbacchio  è stato cucinato alla maniera antica e vi assicuro è una vera squisitezza.”
     “Devo dire che raramente ho mangiato così bene, -disse Howard- i rigatoni, poi erano davvero divini anche se non sono riuscito a capire con cosa fossero fatti”.
Dopo un buon amaro i due salutarono il buttero e donna Ines quindi Marco riaccompa-
gnò Howard al suo albergo. Salito in camera Howard si distese sul letto si sentiva un po’ stanco, forse per il viaggio della sera prima, forse per non aver dormito abbastanza, forse per colpa dell’aria di Roma o forse perché aveva bevuto qualche bicchiere di vino in più a pranzo. Sta di fatto che non ebbe neanche il tempo di svestirsi che cadde subito in un sonno profondo. La sensazione che provò al risveglio fu molto strana, aprì gli occhi e si sentì disorientato: “Ma questa non è casa mia.  –pensò-“  Poi in un attimo ricostruì gli ultimi avvenimenti:   “Già è vero questa e la mia camera al Byron di Roma, per un attimo la mia venuta in Italia si era completamente cancellata dalla mente….. che strano.”
Guardò l’orologio e si accorse che erano passate le 21,00. Si sentiva tutto infreddolito,  notò, infatti, che i termosifoni stavano appena riscaldandosi. Andò in bagno e si sciacquò il viso poi si rimise giacca e cappotto, prese dal tavolo i suoi appunti ed uscì dalla camera. Arrivato nella sala ristorante chiese al cameriere di servirgli qualcosa di caldo, poscia si sedette e, in attesa della cena, cominciò ad elaborare gli appunti presi in biblioteca:  “S. Maria in Traspontina, S. Spirito in Sassia, Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano. Certo che questa città conta più chiese che strade. -pensò- Ma, a parte la loro architettura, non trovo nulla di interessante, nulla che non sia già stato ampiamente descritto, devo concentrarmi su qualcosa che possa ridare nuova vita a vecchi palazzi ormai caduti nell’oblio.  Ecco, questa ad esempio…. Villa Palombara. Che strano,  non ne ho mai sentito  parlare. Pare che si trovi nel centro del quartiere Esquilino.” Quel quartiere, per quanto Howard ricordasse, doveva trovarsi nelle vicinanze di piazza Vittorio, una zona piuttosto vetusta e degradata dall’incuria e dalla moltitudine di bancarelle, ma per quanto si sforzasse non ricordava affatto che vi fosse una villa.
Finalmente il cameriere arrivando alle sue spalle annunciò che la cena era pronta. Howard raggruppò i suoi appunti per lasciar posto alle vivande. Il cameriere appoggiò delicatamente la fumante minestra davanti ad Howard che subito gli domandò:
     “Mi scusi Pietro, lei conosce, per caso, Villa Palombara? dovrebbe trovarsi qui, nel centro di Roma.”
     “Villa Palombara? –rispose- Non mi pare……Villa Palombara. –ripeté sforzando la memoria-  No, sono certo di non averne mai sentito parlare fin’ora. E’ vero che vivo in Italia da oltre dieci anni ma le mie origini sono polacche. Mi spiace ma non posso esserle d’aiuto.”
Howard aveva appena consumato la sua frugale cena quando gli si avvicinò Pietro, il cameriere in compagnia del  proprietario dell’albergo.
Il signor Gianluca Ortis era un uomo molto ricco e di una certa cultura, aveva ereditato da suo padre alcuni ristoranti e l’hotel Byron ma, nonostante la sua attività imprendi-toriale, sicuramente proficua egli amava sfoggiare il titolo di dottore in lettere e filosofia. Una laurea che campeggiava al centro della parete del suo ufficio, proprio alle spalle della sua scrivania e della quale pareva essere smodatamente orgoglioso, tanto da anteporla alla sua discendenza da una antica e nobile casata romana  
     “Buonasera Professore, spero che abbia fatto un buon viaggio. –disse Ortis- Mi diceva il nostro Pietro che lei era in cerca di notizie su villa Palombara se ho ben capito.”
     “Proprio così, -rispose Howard- ho trovato notizie molto vaghe negli archivi della biblioteca e mi ripromettevo di visitarla domani stesso. Nel frattempo speravo di racimolare qualche notizia in più.”
     “Sono spiacente, caro Professore ma temo che lei debba abbandonare l’idea di poterla visitare.  Di quella villa, ormai, resta ben poco. Per quanto io ne sappia si trattava della dimora di Massimiliano Palombara, marchese di Pietraforte, un uomo vissuto verso la fine del 600 e sulla cui vita si allungarono misteriose ombre. La leggenda, infatti, lo vuole al centro di oscure storie di occultismo e di alchimia. Sembra che in quella villa egli organizzasse degli incontri con altri appassionati per le scienze occulte  e che sperperasse le sue ricchezze per finanziare strani personaggi nei loro assurdi progetti. L’unica cosa della villa che troverà ancora in piedi, caro Professor Breadley,  è una strana porta, sulla quale vi sono incisi segni astrologici e brevi frasi in latino dal significato incomprensibile. Fu fatta costruire dallo stesso marchese e pare che fosse l’ingresso al giardino. Più o meno questo e tutto ciò  che normalmente si diceva sulla villa e la sua famosa “porta  magica”. In ogni caso sono sempre a sua disposizione nel caso avesse bisogno della mie modeste conoscenze storiche.”
     “Veramente interessante, -osservò Howard- è stato davvero gentilissimo a racc-ontarmi questa breve ma suggestiva storia. Credo proprio che valga la pena approfon-dire l’argomento.”
Il seppur breve racconto del signor Ortis riuscì a destare in Howard una grande curiosità. Il giorno seguente, infatti, svegliatosi di buon mattino, si preoccupò prima di ogni altra cosa di recuperare la sua Leika da una delle valige per poi caricarla con un rullino da 36 pose. Dopo colazione era pronto per approfondire le sue curiosità su quella villa fantasma.
     “Piazza Vittorio. –disse Howard al tassista che chiedeva dove condurlo-“
     “Curioso. –rispose l’autista- Lei ha tutta l’aria di essere un uomo colto, cosa ci va a fare in Piazza Vittorio? Sa non è per  farmi gli affari suoi ma lì ci sono solo venditori ambulanti e qualche rudere.”
Sceso dalla vettura, Howard si trovò in una piazza che aveva già avuto modo di vedere qualche anno prima. I grandi palazzi che la circondavano avevano la tipica struttura architettonica della fine dell’800 ed una serie ininterrotta di arcate la incorniciava interamente. Ricordava perfettamente anche il grande giardino centrale e le rovine del Ninfeo di Alessandro Severo ma ciò che non ricordava era proprio la famigerata villa. D’un tratto volse lo sguardo alla sua destra e in lontananza vide una strana costruzione: un piccolo muro grigio con ai lati due statue grottesche, al centro di queste ultime quella che sembrava essere una porta di pietra sormontata da un disco marmoreo, forse un emblema. Quella doveva essere certamente la porta di cui aveva parlato Ortis. Bisognava avvicinarsi per poter scattare delle foto ravvicinate dei particolari.
A passo spedito si avvicinava a quello strano monumento, stava quasi per raggiungerlo quando qualcosa lo fermò.
     “Una rete metallica. –pensò- Come avrò fatto a non accorgermene, eppure non è tanto sottile da trasparire ed io ho un’ottima vista.”
     “Non l’ha vista vero? – disse un anziano signore con un candido barboncino al guinzaglio- Non ci faccia caso, succede a molti, a volte accade anche a me, eppure io so bene che lì davanti c’è una rete, ma a volte me ne dimentico e ci sbatto contro. Il Comune anni fa decise di recintare la porta con questa grata per proteggerla dai vandali ma la cosa strana e che nessuno la vede finchè non ci sbatte contro, forse è per questo che la chiamano la porta magica.”
      “Già,sarà così. –rispose Howard per niente convinto-
Lo strano fenomeno, però, lo lasciò davvero sconcertato ed al tempo stesso irritato per non potersi avvicinare ulteriormente con la sua macchina fotografica. Senza perdersi d’animo smontò l’obiettivo della Leika ed al suo posto inserì un duplicatore di focale, su questo rimontò l’obiettivo ottenendo così un teleobiettivo non troppo potente, l’ideale per fotografare i dettagli a quella distanza. La porta era zeppa di strani simboli, forse astronomici seguite da bizzarre iscrizioni in latino. In mezz’ora esaurì tutto il rullino. Aveva fatto un lavoro preciso e minuzioso. non aveva tralasciato neanche un centimetro, non una sola incisione, non un simbolo di quella strana porta dalla quale si sentiva  misteriosamente attratto. Senza degnare di un solo sguardo ai pochi resti della villa, Howard si mise alla ricerca di un taxi libero, ansioso com’era di saperne di più. L’auto si fermò in prossimità di via della Conciliazione, dove si trovava l’ambulatorio medico del suo amico Marco. Sceso dall’auto entrò nel negozio di fotografo indicatogli dall’autista e che era lì a pochi metri:
     “Avrei bisogno di sviluppare queste foto. –disse Howard al negoziante- Ma mi occorrerebbero nel minor tempo possibile, anche se c’è da pagare qualcosa in più.”
     “Deve darmi almeno un paio d’ore di tempo. –rispose l’uomo- Mi lasci il suo nome e ripassi dopo le tredici, le prometto che  le troverà pronte.“
     “Magnifico! –esclamò Howard- Non speravo di meglio. A più tardi allora e mille grazie. Ah, dimenticavo….il mio nome è  Breadley, Howard Breadley.”
Uscito dal negozio si diresse verso l’ambulatorio di Marco Nobili con l’intenzione di trattenersi da lui nell’attesa che le foto fossero pronte e dopo, magari, pranzare anche insieme.
     “Mi segua Professore, –disse la segretaria di Marco – il dottor Nobili è occupato con una paziente, ne avrà ancora per una mezz’oretta, lei nel frattempo si accomodi nel suo studio privato. Nel caso voglia leggere qualcosa, sul tavolino davanti al divano troverà delle riviste, io intanto, le faccio portare un buon caffé.”
Howard sprofondò nel morbido, vecchio divano di pelle osservando i bellissimi oggetti del vecchio studio di Marco e sfogliando distrattamente qualche rivista ma i suoi pensieri non erano certo concentrati su quelle pagine. Infatti era impaziente di ritirare le sue foto.
     “Spero che tu non ti sia annoiato troppo. -disse Marco entrando nello studio- Questa era l’ultima visita di oggi, sono libero fino alle sei poi ho promesso a Silvia di accompagnarla a fare shopping.”
     “A proposito di tua moglie, -rispose Howard – perché non le telefoni, oggi siete miei ospiti a pranzo.”
     “Credo che tu debba rinviare il tuo invito, –ribatté Marco - poiché oggi sarai tu ad essere mio ospite, ero già d’accordo con Silvia che è ansiosa di rivederti. Mi ha detto di riferirti che non accetta rifiuti. Come vedi non hai scelta, dovrai accontentarti della sua cucina.”
     “Accetto con vero piacere e poi anch’io desideravo rivedere la tua affascinante metà che, oltre ad essere una donna di rara cultura, è anche una cuoca eccellente.”
Usciti dall’ambulatorio, Howard rese partecipe il suo amico dell’indirizzo che intendeva dare alle sue ricerche e delle foto da poco fatte alla porta magica di villa Palombara.
     “Non dirmi che ti sei lasciato affascinare dalle tante dicerie che circolano su quelle quattro pietre. –ribattè Marco-.”
     “A dirti il vero, - rispose Howard -  ne so talmente poco che rimanerne affascinato sarebbe eccessivo. Diciamo piuttosto che sono molto incuriosito, una curiosità accentuata anche dallo strano fenomeno di stamattina.”
Marco gli chiese di quale fenomeno stesse parlando ed Howard gli raccontò dell’episodio della rete di recinzione. Un fatto a dir poco singolare per un uomo razionale come Howard che non aveva, oltre al tangibile, altra materia di lavoro.
     “Vediamo queste foto. – disse Marco entrando nel negozio – Hai sempre la tua stupenda Leika? –chiese-“
     “Eccome!  E’ proprio con quella che le ho scattate ed è qui nella mia borsa. Anche lei è una amica fedele incapace di tradirmi.”
     “Cosa le devo per le mie foto? –disse rivolgendosi al negoziante-“
     “Solo duemila lire. –rispose l’uomo- Sono spiacente ma il suo rullino era completa-mente sovraesposto, osservi anche lei, la pellicola è completamente bruciata”.
     “Vuole scherzare spero. – disse Howard allarmato –“
Ma quando ebbe la pellicola tra le mani si accorse che era completamente priva di immagini, una lunga striscia di celluloide interamente nera.
     “C’è da non crederci. –osservò Howard – Il rullino era nuovo ed io non sono affatto un principiante in fatto di fotografia. Ho scattato quelle foto avendo cura di ogni parametro: esposizione, velocità di otturazione, avevo montato perfino un duplicatore di focale per avvicinare le immagini. Non riesco a capire,  in cosa posso aver sbagliato?”
     “Leggo sul tuo viso una grande delusione. - osservò Marco - Erano davvero così importanti quelle foto?”
     “Non si tratta di questo,  - rispose - sono contrariato dal fatto che non riesco a dare una spiegazione logica ai due fatti: le foto bruciate ed il cancello invisibile. Non ti nascondo che mi sento un po’ confuso, comincio quasi a credere che tra di loro vi sia un legame.”
     “Ti prego non cominciamo a dire eresie. Non vorrai farmi credere che hai dato credito a tutte quelle fandonie che si raccontano?”
     “No! Certo –rispose – ma devi, comunque, riconoscere la loro singolarità.”
     “Su questo non posso contraddirti ma non vorrei che ciò ti tolga l’appetito, la mia Silvia non te lo perdonerebbe. Sai, è da stamattina presto che armeggia in cucina con il preciso intento di dar fondo a tutta la sua esperienza e in fatto di cucina romana ne ha da vendere, è romana da almeno cinque generazioni.”
     “Allora non possiamo farla attendere.  - rispose Howard -  Sarebbe davvero scortese da parte mia. Ma d’altra parte ho una attenuante, non ne sapevo nulla. Come mai non mi hai avvisato prima?”
     “Ho cercato di farlo. Ti ho telefonato stamani in albergo, tu eri già uscito ma non mi sono preoccupato più di tanto sapendo che mi avresti raggiunto in ambulatorio. A proposito, – soggiunse – non ti ho neanche detto che siamo in partenza per Parigi. Sono stato invitato ad un convegno sulle nuove tecniche di medicina preventiva. Pare che ci saranno diversi luminari di varie branche del settore. Sai meglio di me che al giorno d’oggi bisogna andare al passo con i progressi e tenersi sempre informati sulle ultime scoperte se non si vuole rischiare di rimanere indietro. Ma non preoccuparti non ti lascerò da solo per molto tempo, quattro o cinque giorni al massimo.”
     “I miei complimenti a Silvia, un pranzo veramente luculliano. –disse Howard al termine del pranzo - Mi spiace solo che Nora sia stata trattenuta a Londra per lavoro e non abbia potuto assaggiare queste prelibatezze.”
     “Sono lieta che ti sia piaciuto. – rispose Silvia – Ciononostante leggo nei tuoi occhi una strana espressione, mi sembri preoccupato anzi contrariato per essere più precisa. C’è forse qualcosa che non và, se non sono troppo indiscreta?”
     “Figurati, -rispose Howard- tu e Marco siete come persone di famiglia e nonostante geograficamente distanti siete affettivamente coloro che ci sono più vicini. E’ vero, -proseguì – c’è  una cosa che mi lascia perplesso, anzi due…..”
Howard raccontò anche a Silvia dei due strani avvenimenti di quella mattina. La donna dopo alcuni attimi di evidente riflessione disse:
     “La porta magica, meglio conosciuta come “porta alchemica”.  Non è la prima volta che si parla di questo particolare fenomeno di presunta invisibilità della rete di cinta, sebbene alcuni sostengano che si tratti di cosa attribuibile alla rifrazione della luce solare in una  particolare ora  di alcuni giorni dell’anno non meglio definiti. Questo forse  spiegherebbe anche la perdita delle tue foto. Perché non ci riprovi?  Magari  con
una pellicola di minore sensibilità.”
     “E’ proprio ciò che ho intenzione di fare,  – rispose- ma torniamo a quanto dicevi a proposito di quella particolare condizione di luce; per quanto ho capito si tratta di un fenomeno che si ripete più volte all’anno o sbaglio?“
     “Proprio così ed ora che mi ci fai pensare sembra che ciò avvenga in dipendenza di certe particolari congiunzioni astrologiche. Almeno così dice la gente . Devo anche averlo letto su di una pubblicazione di antiche leggende romane. Credo di averla ancora tra i miei libri, se vuoi posso cercartela.”
     “Te ne sarei veramente grato. –rispose Howard mordendosi le labbra e volgendo lo sguardo al soffitto.”
Marco che fino a quel punto era rimasto in silenzio cominciò a preoccuparsi dello smodato interesse del suo amico per delle banali dicerie legate a semplici superstizioni.
     “Non prenderai troppo sul serio queste coincidenze spero.”
     “No! Certo che no, ma vedi è il mio io che si ribella a qualcosa a cui non so dare una spiegazione. Probabilmente si tratta di “deformazione professionale” che mi induce a ricercare una spiegazione anche laddove la risposta potrebbe essere semplicemente una pellicola esposta alla luce o un fenomeno solare, nonostante ciò non riesco a reprimere il desiderio di andare fondo.”
     “Eccolo! –esclamò Silvia quasi trionfante- L’ho trovato. Era quasi sepolto sotto una pila di romanzi in camera da letto. Puoi tenerlo quanto vuoi, spero solo che possa esserti utile.”
     “Bene, amici miei, -disse Howard- credo proprio che sia venuto il momento di salutarvi.
Siete stati davvero affettuosi ad invitarmi a pranzo, con tutte le cose che avrete da fare prima della partenza. Vi auguro buon viaggio e mi raccomando fatevi sentire quando arriverete a Parigi.
Io, nel frattempo, cercherò di raccogliere quante più notizie possibili su questo argomento. Non so perché ma sono convinto che mi trovo al cospetto di qualcosa di veramente avvincente.”
Tornando in albergo Howard passò dal negozio di fotografo per comperare un nuovo rullino, questa volta meno sensibile di quello precedente. Quando salì nella sua camera cominciò a scorrere le pagine del  libro avuto da Silvia “Leggende romane”. L’autore narrava delle varie leggende che, secondo la tradizione, serpeggiavano intorno ai  più famosi palazzi e ville patrizie. Secondo quanto riportato non erano pochi i casi di vecchie abitazioni infestate da inquietanti presenze: Villa Stuart, Villa Manzoni, Villa Bessarione, Villa delle Sirene e finalmente Villa Palombara con la sua “Porta magica”.
Si racconta che nell’antichità fosse l’ingresso al giardino della villa, un giardino segreto poiché erano solo in pochi ad aver visto “gli horti”, come li chiamava lui, Massimiliano Palombara, un personaggio dotato di grande cultura e possidente di enormi ricchezze; egli era famoso per essere un cultore delle arti esoteriche, negromantiche, alchemiche e spiritistiche. Tra i suoi seguaci più illustri si annoveravano la regina Cristina di Svezia che dopo aver abdicato si stabilì a Roma nel 1655. Nel giardino vi era una sorta di dependance che pare fosse il luogo di riunione di uno sparuto numero di adepti  e che in seguito ospitò anche un laboratorio alchemico dove il marchese effettuava con scarso successo i suoi esperimenti di trasmutazione dei metalli.
La leggenda narra che il marchese, un giorno, trovò un giovane nascosto nel suo giardino. Egli gli domandò chi fosse e cosa stesse facendo nei suoi horti. Si trattava di un certo Giuseppe Francesco Borri, giovane milanese, scacciato dal collegio dei gesuiti, dove studiava, il quale era ricercato dall’inquisizione perché sospettato di praticare arti occulte.
Dopo essersi scusato per l’intrusione, il giovane spiegò che era entrato per cercare alcune rare erbe necessarie ai suoi esperimenti scientifici.
Questi entrò subito nelle grazie del marchese il quale gli offrì ospitalità e protezione e gli permise di utilizzare il proprio laboratorio  per proseguire nei suoi studi alchemici. Così come apparse, il giovane Borri sparì senza alcun motivo concreto lasciando nel laboratorio, come uniche tracce dei suoi esperimenti un crogiuolo rovesciato da cui era colata una piccola quantità d’oro puro e delle pergamene contenenti formule scritte in latino accompagnate da strani simboli. Dopo innumerevoli tentativi di decifrare gli scritti del Borri, il marchese ed i suoi amici abbandonarono l’impresa e chiamarono in causa i maggiori sapienti della materia ma, anche questo tentativo fallì, le pergamene erano praticamente indecifrabili. Il nobiluomo, forse, aveva nelle sue mani  il segreto di Borri ma non era in grado di leggerlo, era veramente disperato. Fece un ultimo  tentativo: fu inciso tutto quanto era riportato nei manoscritti, sulla porta di pietra che da quel giorno assunse il nome di porta alchemica, nella speranza che qualche sapiente di passaggio potesse essere attratto da quei segni misteriosi e ne rivelasse il significato. Delle due statue che fiancheggiano la porta, invece, si sa ben poco. Pare si tratti dell’effigie del dio Bes, una divinità egiziana antropomorfa. Era considerato protettore del parto e dei neonati, patrono dei danzatori ed allontanava il malocchio. Probabilmente era una divinità originaria dell’Africa centrale, forse acquisita attraverso la Nubia.  Aveva sembianze di pigmeo con il viso incorniciato da una folta barba, orecchie e coda feline. Nell’antico Egitto, infatti pigmei erano molto ricercati ed impiegati come danzatori sacri, molto spesso veniva raffigurato in tipiche posizioni da danzatore. La figura di Bes rappresentava, nell’antico Egitto, un’eccezione alle regole dell’arte figurativa. Come è  noto gli egizi raffiguravano cose e  persone esclusivamente di profilo, unica eccezione era l’effigie di Bes, che veniva rappresentato sempre di prospetto e con una espressione cattiva, e minacciosa, forse per intimorire e scacciare i demoni malvagi. Pare che quantunque fosse molto apprezzato e benvoluto, non gli fu mai  dedicato alcun tempio, veniva venerato soprattutto nelle case private o in templi di altre divinità.
“In effetti non è molto. –pensò Howard-  Avrei bisogno di consultare dei testi più antichi e poi di poter studiare quei simboli e quelle formule per vedere se riesco a ricavarne qualcosa, ecco perché le foto  mi sono indispensabili. Domattina ci riproverò con questo nuovo rullino.“
Il mattino dopo, infatti, Howard si destò prestissimo, era ancora buio e lui era già pronto per uscire. Doveva arrivare alla porta alchemica prima che la piazza cominciasse a pullulare di vita,
solo così avrebbe potuto mettere in atto il piano che si era prefissato. Un’idea assurda ed anche pericolosa ma valeva la pena tentare.
Quando arrivò in Piazza Vittorio, il sole iniziava appena a far capolino dai palazzoni e le strade erano pressoché deserte. Howard pagò il tassista che continuava a guardarlo incuriosito e si avvicinò alla porta. Finalmente l’automobile partì allontanandosi velocemente. Era il momento che Howard stava aspettando. Si appiattì contro la grata e cominciò ad arrampicarvisi. La scalata si dimostrò meno facile di quanto potesse sembrare. Howard aveva solo 46 anni ma da buon intellettuale non aveva alcuna dimestichezza con prove atletiche di sorta.
La grata, poi, vecchia ormai di molti anni aveva subito vandalismi ed intemperie, perdendo così buona parte della sua originaria stabilità rendendola, in alcuni tratti,  pericolosamente vacillante. Arrivato in cima, guardò in basso ed ebbe quasi un capogiro trovandosi a quell’altezza. In realtà non erano che poco più di quattro metri.
Dopo aver portato le foto a sviluppare, decise di fare un salto alla biblioteca Ales-sandrina alla ricerca di qualche testo antico per approfondire le sue indagini, consultando gli elenchi alla voce Alchimia, la sua attenzione fu rapita da un testo riguardante gli studi alchemici di Philippus Theophrastus Hobenheim, un medico e famoso alchimista svizzero vissuto alla fine del 400 meglio conosciuto in Italia con il nome di Paracelso. Questo enigmatico personaggio non gli era del tutto ignoto, egli ricordava vagamente di aver letto di lui su qualcuna di quelle strane riviste che si sfogliano per caso, per ingannare il tempo, in un negozio di barbiere. L’autore dell’articolo affermava che l’alchimista sarebbe stato il primo a trasformare in oro il piombo, secondo una ricetta da lui inventata che pare tenesse conto delle fasi lunari e di particolari combinazioni astrologiche. Ma Howard ricordava il nome di Paracelso per un’altra creazione che egli stesso si attribuiva, quella di un essere vivente che chiamò homuncolo, un piccolo uomo fatto nascere da un seme umano lasciato per nove mesi in gestazione al calore del letame dei maiali o dei cavalli. Howard sorrideva al pensiero di questo omuncolo che dopo una simile gestazione sarebbe stato alto non più di venti centimetri e che così sarebbe rimasto per il resto della sua vita: chiuso in un barattolo, come un cetriolo sottaceto, in attesa che qualcuno gli cambi l’acqua recluso in una prigione di vetro.
Con quel volume tra le mani ed assorto in quelle fantasie Howard non si rese conto  del  tempo che passava. Le sue foto, se mai  fossero apparse dai negativi, sarebbero sicuramente pronte ma egli non nutriva che poche speranze. Entrò timidamente nel negozio, col fare del giovincello a cui è stata regalata la sua prima macchinetta fotografica ma non riuscì a spiccicare neppure una parola poiché il negoziante riconoscendolo esclamò impaziente per la curiosità:
     “Mi dica Professore, ma che razza di pellicola ha usato per queste fotografie?”
     “Vuole prendermi in giro, -rispose Howard- è una ottima, comunissima pellicola Agfacolor da 100 ASA in confezione da 12 pose, lei lo sa meglio di me, senza contare che me l’ha venduta proprio lei. Ma a che cosa  devo attribuire questa sua morbosa curiosità?”
     “Guardi lei stesso, -rispose l’uomo- non ci trova qualcosa di anormale in questa pellicola?”
Howard prese delicatamente la pellicola e la osservò controluce.
     “Le immagini sono tutte al positivo –esclamò-…… io volevo delle foto normali, come le è saltato in mente e come ha fatto a svilupparlo in questo modo?”
     “E’ da stamattina che  impazzisco  per capirci qualcosa. E’ la prima volta che mi capita di sviluppare un negativo e di ottenere una pellicola al positivo, se non fosse per il fatto che il rullino gliel’ho venduto io, giurerei che si tratta di una pellicola per delle diapositive. Ma lei è proprio sicuro di aver usato proprio quel rullino?”
     “Ma certo, - rispose Howard- non ne avevo altri, è per questo che l’ho comprato!”
     “Mi creda, -disse l’uomo con tono di mortificazione-  per quanto mi sforzi, non riesco a spiegare come sia potuto accadere. S’immagini che bella pubblicità se lo sapesse qualcuno in giro. Per fortuna che è capitato proprio con lei che è di passaggio, altrimenti avrei perso più di un cliente ”
     “Va bene,  -disse Howard- non si arrabbi, mi dica,  piuttosto quanto le devo?”
     “Nulla -rispose- e mi scusi per i miei modi ma, dopo trent’anni di mestiere è la prima volta che mi capita una cosa simile. Spero solo che non faccia troppa pubblicità a questo episodio.”
     “Non si preoccupi, -disse Howard- anzi le stampi ugualmente così come sono, mi sa-
ranno comunque utili. Ripasserò a ritirarle questa sera prima di cena.“
La sera stessa, rientrando in albergo, Howard disse al cameriere che quella sera avrebbe preferito consumare la sua cena in camera. Quando ebbe raggiunto quest’ultima si mise subito in libertà, poi prese una lente d’ingrandimento dalla borsa quindi estrasse dalla tasca della giacca le foto appena ritirate. Nonostante le immagini fossero al negativo, erano abbastanza precise, tanto da distinguere sia i simboli che le frasi incise sulla pietra. Non restava che guardarle attraverso uno specchio.
La prima foto riproduceva la soglia su cui si leggeva la prima frase in latino:
“SI SEDES NON IS”
 Poi sull’architrave:
“HORTI MAGICI INGRESSUM HESPERIUS CUSTODIT DRACO ET SINE ALCIDE COLCHICAS DELICIAS NON GUSTASSET IASON”
e sugli stipiti:
“VILLAE IANUAM TRANANDO RECLUDENS IASON OBTINET LOCUPLES VELLUS MEDEAE”  “QUANDO IN TUA DOMO NIGRI CORVI PARTURIENT ALBAS COLUMBAS TUNC VOCABERIS SAPIENS”

 QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM”

 “SI FECERIS VOLARE TERRAM SUPER CAPUT TUUM EIUS PENNIS AQUAS TORRENTUM CONVERTES IN PETRAM”  


“DIAMETER SPHAERAE THAU CIRCULI CRUX ORBIS NON ORBIS PROSUNT”

Era così concentrato che un lieve rumore lo fece sobbalzare, poi si rese conto che qualcuno stava bussando alla porta. Aprì e sull’uscio vi trovò il cameriere con in mano un grande portavivande.
     “Già, -disse- è la mia cena, me ne ero quasi dimenticato, la poggi lì per favore.”
Ma appena richiuse la porta tornò ad esaminare le sue foto. Prese carta e penna e cominciò a tradurre le frasi:
Se siedi non procedi. – Un drago custodisce l’ingresso del giardino magico delle esperidi e senza Ercole, Giasone non avrebbe gustato le delizie della Colchide. – Oltrepassando la porta della villa Giasone ottenne il ricco vello di Medea. – Quando nella tua casa il nero corvo partorirà la bianca colomba allora potrai essere chiamato saggio. – Colui che sa cuocere con l’acqua e lavare col fuoco fa della terra cielo e del cielo terra preziosa. – Se farai volare la terra al di sopra del tuo capo, con le sue penne convertirai in pietra il torrente delle acque. – Il diametro della sfera, il tau del circolo, la croce del globo, non giovano ai ciechi.
     “La prima frase sembra l’unica ad avere un senso. –pensò- Se siedi non procedi, suona quasi come un invito ad andare avanti e a non fermarsi alle prime difficoltà. Ma in quanto alle altre non riesco a capire cosa possano significare e perché vi siano abbinati quegli strani simboli che, sebbene non ne sia certo , hanno tutta l’aria di essere simboli astrali. Ci vorrebbe qualcuno che sia ferrato sull’argomento.”
Quando Howard si decise a scoprire il vassoio erano già passate le dieci e la sua cena ormai fredda. Tra un boccone e l’altro sfogliava il libro preso in prestito in biblioteca.
Leggeva, molto superficialmente, della vita di quel mago terapeuta e  un certo scetticismo su quanto l’autore del libro affermava ma, d’altronde, anche l’autore  aveva fatto parte di una strana e fantomatica corrente spirituale, quella dei Rosa+Croce.
Ad un tratto l’attenzione di Howard fu irresistibilmente attratta da una formula alchemica dove venivano raffigurati dei simboli che ricordavano inequivocabilmente quelli delle sue foto, era la formula per creare un particolare metallo, l’electrum magicum. La formula era così descritta:
Prendere dieci parti di oro, dieci di argento, cinque di rame, due di stagno, una di ferro in polvere e cinque di mercurio. Ognuno di questi metalli deve essere allo stato puro. La prima fusione, ovvero quella del mercurio e del piombo, dovrà avvenire quando i pianeti Saturno e Mercurio saranno in congiunzione, per cui preparare tutto in anticipo in modo tale che non vi siano indugi quando giunge il momento della congiunzione. Occorreranno il fuoco, un crogiuolo, il mercurio ed il piombo. Fondere il piombo aggiungere il mercurio e lasciar raffreddare.
A questo punto bisognerà  attendere la congiunzione dei pianeti Giove Saturno e Mercurio. Questa volta si dovrà fondere in un crogiuolo il composto di piombo e mercurio ed in un altro crogiuolo lo stagno ed al momento della congiunzione unire e mischiare i due metalli.
Fatto questo si dovrà attendere la congiunzione del sole con uno o più dei pianeti già nominati, al momento di quest’altra congiunzione bisogna aggiungere l’oro seguendo la procedura delle precedenti fusioni.
Per aggiungere l’argento, invece, si dovrà attendere la congiunzione della luna con il sole, Saturno e Mercurio, mentre per aggiungere il rame si dovrà aspettare la congiunzione di Venere con qualcuno dei pianeti già nominati. A questo punto manca solo la polvere di ferro che si dovrà aggiungerere alla congiunzione di Marte con uno dei pianeti già nominati. Quindi mescolare il composto ancora fluido con una bacchetta asciutta di olmo di riccio e lasciar raffreddare.
Si sarà così ottenuto l’ electrum magicum, con il quale si potrà fabbricare uno specchio in cui si potranno vedere gli eventi del passato e del presente, di amici o nemici e tutto quello che essi stanno facendo. Si potrà vedere in esso qualsiasi oggetto si voglia vedere e tutto quello che gli uomini fanno, di giorno e di notte, tutto ciò che è stato scritto o detto nel passato ed anche la persona che lo ha detto e le cause che gliel’hanno fatto dire. Si potrà vedere in esso qualunque cosa per quanto segreta essa possa essere.
Questi specchi di elettro magico dovranno essere del diametro di circa due pollici e devono essere forgiati nel momento in cui avviene la congiunzione di Giove con Venere. Dovranno essere utilizzati stampi di sabbia fine, levigati con la mola e di rifiniti con tripoli e un pezzo di legno di tiglio. Anche tutte le fasi finali di lavorazione su questi specchi dovranno avvenire sotto aspetti planetari favorevoli, quando, contemporanea-mente, il sole, o la luna sono nella “casa del signore dell’ora della vostra nascita”.
I simboli della porta alchemica  riproducevano forse le fasi della formula di Paracelso? In questo caso, il Borri doveva aver, in qualche modo, acquisito il procedimento per creare l’electrum e ciò poteva essere verosimile poiché Paracelso visse intorno al 400 mentre Borri duecento anni dopo.
A questo punto Howard ebbe la netta sensazione di aver imboccato la strada giusta. I simboli erano certamente riferiti ai pianeti ed ai metalli, bisognava accoppiare il pianeta della formula di Paracelso alla frase latina di Borri corrispondente.  
La prima frase andava abbinata a Saturno.
La seconda a Giove.
La terza a Venere.
La quarta a Mercurio.
La quinta a Marte.
Qualcuno bussò nuovamente alla porta. Howard rimase molto meravigliato nell’aprirla
e scoprire che si trattava del Dr. Ortis.
     “Buona sera Professore, -disse- mi scusi se la disturbo ma considerato che si è fatto così tardi e lei non ci ha chiamati per il ritiro delle stoviglie, sono venuto a vedere se per caso avesse bisogno di qualcosa.”
     “No, grazie. Dovevo essere così assorbito da uno studio che sto svolgendo da non accorgermi dell’ora. Accidenti, -esclamò guardando l’orologio che aveva poggiato sul tavolo- è l’una e venti, mi spiace che si sia scomodato per colpa mia”.
     “S’immagini, diciamo pure che ho colto l’occasione sperando di trovarla ancora sveglio. Purtroppo soffro di insonnia e ricordavo che anche lei, spesso, ha il mio stesso problema, così ho pensato di venirle a fare compagnia sempre che non la disturbi.”
     “Affatto, non avverto la minima stanchezza e non ho per niente sonno. Ma la prego si accomodi.”
Ortis sedendosi sul divano fu attirato dagli appunti di Howard e senza nascondere la sua curiosità estrasse gli occhiali da lettura dal taschino della sua giacca e li inforcò per osservarli meglio.
     “Incredibile. –disse- Ma come ha fatto a capire che Borri si riferiva ad una formula di alchimia paracelsica?”
     “E lei, come fa a sapere che ci sia veramente un nesso tra le due cose? Io mi sono limitato semplicemente a supporlo. Lei invece, mi sembra esserne seriamente convinto.”  
     “Vede Professore, il mio cognome è Ortis, –rispose- ed i giardini di Massimiliano Palombara erano chiamati “Horti”. Non trova che ci sia una notevole assonanza?”
     “Già, è vero, non ci avevo fatto minimamente caso. –osservò Howard- E con questo?”
     “Bene, -continuò Ortis- come lei saprà, discendo da una nobile famiglia romana della quale non si avevano che vaghe notizie ed uno stemma tramandato dai miei  trisavoli. Ebbene, le  ricerche sui miei natali cominciarono dai registri araldici e dopo vari mesi di indagini riuscii solo a stabilire che lo stemma in mio possesso era quello dei Conti di Ortis, una nobile famiglia romana vissuta agli inizi del 700. Ben poca cosa quindi per la mia sete di approfondimento. Continuai a portare avanti la ricerca sulle mie origini consultando tutte le biblioteche di Roma. Ricordo che in quel periodo ero completamente assorbito da questo assillo, non facevo altro che consultare testi antichi e vecchi manoscritti. Se non fosse stato per mia moglie e per i miei fedeli collaboratori che curavano coscienziosamente i miei affari avrei certamente chiuso bottega. Andai avanti così per svariati mesi senza riuscire a ‘cavare un ragno dal buco’, la storia degli Ortis sembrava non esistere. Finii quindi per rendermi conto che avevo sprecato troppo tempo rincorrendo un passato sepolto ormai dalla polvere dei secoli. A quel punto era meglio tornare alla realtà ed abbandonare ogni ricerca. Passò molto tempo ed io avevo quasi completamente abbandonato l’idea di far luce sulla storia dei miei antenati. Quel giorno, sei mesi fa per l’esattezza, io e la mia famiglia eravamo partiti per  Cerveteri, dove posseggo una villa lasciatami in eredità da mio nonno che l’ebbe in eredità dal suo, vi avremmo trascorso alcuni giorni e festeggiato il 28 giugno, giorno del mio compleanno. Così una volta arrivati mentre mia moglie e la domestica si occupavano della cucina io me ne stavo tranquillamente in giardino a godermi un po’ d’aria buona. Mio figlio Giacomo, di circa undici anni, come al solito spariva in qualcuna delle sue immaginarie avventure, nonostante le nostre raccomandazioni di non allontanarsi nei campi e, naturalmente, il compito di andarlo a cercare toccava a me. Ormai conoscevo tutti i suoi nascondigli, era come un gioco, un segreto tra noi due, le donne non dovevano saperlo, diceva lui. Verso le due, la domestica mi avvertì che dopo poco, il pranzo sarebbe stato servito, pregandomi di scovare Giacomo dal suo nascondiglio. Lo cercai invano per più di mezz’ora ma, evidentemente, non era in uno dei nostri luoghi segreti. Mi ricordai, allora, di quanto fosse sempre stato affascinato dalla vecchia soffitta, alla quale gli era stato proibito l’accesso.  Vi  arrivai col fiato corto, a causa della scalinata e per l’apprensione,  lui invece, era lì seduto su di un antico baule con un vecchio libro tra le mani.
     “Guarda cosa ho trovato, -mi disse- dev’essere il diario di un nostro antenato, parla di noi, della nostra famiglia.” In quell’istante non detti credito alle parole del bambino, mi sembrò la solita scusa per evitare una paternale ma dovetti ricredermi subito dopo, quando ebbi tra le mani quel vecchio manoscritto che finalmente svelò le origini del mio casato. All’improvviso mi resi conto che ciò che avevo cercato per mesi era in mio possesso da anni senza che io ne fossi a conoscenza. Ma, forse, mi sto dilungando un po’  troppo, spero di non annoiarla –disse Ortis interrompendo il suo racconto-”.
     “Affatto! –rispose Howard- Continui la prego, questa storia oltre ad interessarmi mi affascina moltissimo”.
     “Bene! -disse Ortis riprendendo dal punto in cui si era interrotto- Colui che aveva scritto quel diario era proprio il capostipite della nostra casata, nato da un rapporto extraconiugale del marchese Palombara  con la sua amante segreta, di cui si conosce soltanto il nome: donna Flora, una popolana che il marchese aveva conosciuto non si sa come ne dove. Costei si recava a Villa Palombara due o tre volte a settimana per curare i fiori del giardino ma, questo era solo un banale espediente per  potersi incontrare con il padrone di casa. A sua volta, infatti, anche il marchese le faceva delle visite notturne non appena riusciva ad allontanarsi da casa senza essere visto. Pare che costei fosse una giovane di rara bellezza, di cui il marchese era perdutamente innamorato, di lei invece non si sa, se il suo amore verso il nobile fosse sincero o se mirava semplicemente al suo danaro. Sta di fatto, comunque, che riuscì a conquistare la totale  fiducia del marchese il quale le confidava ogni suo segreto, la donna era al corrente, tra l’altro, di tutto ciò che accadeva nel laboratorio segreto. Flora, tenne segreto il suo stato finché la sua gravidanza non fu evidente, solo allora confessò al Marchese di aspettare un figlio suo.   L’uomo in un primo momento avrebbe voluto da-re libero sfogo alla sua ira ma si trattenne. Quella donna sapeva di lui fin troppe cose che, se rese pubbliche, avrebbero potuto nuocere gravemente sia la sua persona che la sua posizione.
Le disse quindi che da quel momento avrebbe potuto chiedergli qualsiasi cosa di cui avesse avuto bisogno per crescere dignitosamente il nascituro. Ella rispose che era ben cosciente di non potergli chiedere di rendere legittima la sua paternità ma che in un modo o nell’altro avrebbe dovuto provvedere a procurargli un nome ed un titolo.
Il nobiluomo, non si sa come riuscì a cambiarle l’identità ed a farla diventare la contessa Fiorenza Ortis con tanto di stemma nobiliare, dandole in dono la villa di Cerveteri, oggi mia ed una forte somma in danaro, strappandole in cambio la promessa di non tornare più a Roma. Sotto allo stemma degli Ortis si legge chiaro il monito del marchese a non svelare i segreti che ella conosceva: “NON OMNIBUS NOTUS EST ARCANUM HORTIS” Non tutti sanno il segreto degli Horti. Questa soluzione, che per il marchese al momento sembrava aver salvato le apparenze, non servì a mettere a tacere la sua coscienza. Il cuore del Marchese palpitava ancora per la bella Flora che, nel frattempo, nella sua nuova identità aveva intrecciato altre, importanti, relazioni con la nobiltà di mezza Italia, alcune delle quali ben più intime di una semplice amicizia.”
     “Incredibile! –disse Howard interrompendolo per la seconda volta- Lei ha tra le mani un documento di eccezionale importanza storica, spero lo custodisca gelosa-mente.”
     “Se si riferisce al diario, - rispose Ortis- le dico subito che non esiste più.”
     “Cosa? –domandò Howard-
     “Già, è così. –rispose- Lei ora potrà pensare che tutto ciò che le sto raccontando sia pura fantasia, o peggio, menzogne, ma le garantisco che non ho aggiunto ne tolto nulla alle pagine originali del diario.”
     “Ma allora?”
     “Dopo aver letto il diario trovato da mio figlio, mi resi conto, come giustamente ha osservato lei, di avere tra le mani un documento di grande valore, quindi pensai di metterlo in una cassaforte a muro che avevo in villa e così feci. Dopo le feste pasquali dovendo rientrare a Roma lo recuperai, non potevo certo lasciarlo nella villa che, rimaneva disabitata per quasi tutto l’anno. Lo avrei portato a Roma per poi sistemarlo in un posto secondo me più sicuro, vale a dire la cassaforte di questo albergo,  e così sarebbe stato se il caso non avesse voluto che proprio quel giorno, mezza Roma era in subbuglio per l’arrivo di un famoso divo del cinema. Quando arrivammo, il direttore del mio albergo mi chiamò al telefono chiedendomi di raggiungerlo subito. L’attore famoso aveva deciso di soggiornare proprio da noi ed il povero direttore si vide assalito dai giornalisti e dalla televisione. Senza neanche darmi una rinfrescata ne cambiarmi d’abito, mi precipitai in albergo ma non dimenticai di portare con me il diario degli Hortis. Mi feci strada con fatica tra la folla di curiosi che si accalcava all’ingresso dell’albergo e non fu facile superare la barriera degli agenti di polizia ai quali dovetti dimostrare la mia identità. Finalmente fui all’interno ma venni aggredito da una moltitudine di individui armati di microfoni e telecamere, nel frattempo uno dei miei dipendenti mi avvisò che il nostro famoso ospite era già stato sistemato nella suite n. 2 ma non mi disse la cosa più importante, il suo nome. Risposi evasivamente a decine di domande e andò avanti così per  circa mezz’ora finché congedandomi dai giornalisti diedi disposizione di chiudere le porte. Ero veramente esausto. Portai istintivamente la mano alla tasca destra della mia giacca dove poco prima avevo messo il diario, la palpai più volte senza guardare sperando di sentire tra le mani la forma rettangolare del piccolo volume, probabilmente dovetti impallidire poiché mi chiesero se stessi male ma io non risposi. Il diario era sparito.! L’avevo perduto nella confusione o, in quella stessa, qualcuno l’aveva rubato? Cercai ovunque  sperando ancora di ritrovarlo, magari mi era inavvertitamente caduto  dalla tasca ma la mia speranza si rivelò vana. Ricostruii mentalmente i miei movimenti, ero certo di essermi allontanato dalla mia auto con il diario stretto nella mano e di averlo messo in tasca solo dopo essere entrato in albergo quindi era sparito mentre venivo distratto dalle domande dei giornalisti. Eppure non avevo fatto nessun movimento che potesse farlo scivolare via, tanto più che nel caso in cui fosse caduto per terra i miei dipendenti lo avrebbero certamente consegnato nelle mie mani, così come per le innumerevoli volte in cui qualche cliente abbia perso o dimenticato qualcosa. Quando raccontai ai miei familiari della scomparsa del diario notai Giacomo impallidire ed ebbi la netta impressione che mi stesse nascondendo qualcosa. Infatti, non appena restammo da soli mi disse che doveva confidarmi un segreto ma che prima di condividerlo con me dovevo promettergli che non mi sarei arrabbiato e che non l’avrei punito. Gli dissi di non temere e gli assicurai che poteva parlare liberamente, lui mi prese per mano e mi trascinò in camera sua. Si tolse le scarpe e salì in piedi sul letto, allungò un braccio e prese un libro dalla mensola, lo aprì e ne estrasse due pergamene, logorate dal tempo.  Mi confessò di averle trovate nello stesso baule dove aveva rinvenuto il diario e di averle prese e nascoste scambiandole per indicazioni di una caccia al tesoro ma poi, non avendoci capito nulla, decise che era meglio darle a me. Le presi con la massima cura, erano davvero molto fragili. Mi chiusi nel mio studio per poterle esaminare con calma, la curiosità mi divorava. Accesi la lampada ed inforcai i miei occhiali da lettura. In realtà si trattava di un’antica cronaca ottocentesca scritta in italiano da un altro mio antenato, il quale, a sua volta era venuto in possesso del famoso diario. Pare che se lo vide sparire dalle mani quasi come dissolto, un po’ come era accaduto a me. Egli, però era riuscito a leggerlo quasi tutto prima di perderlo, mentre io ne avevo letto soltanto le prime pagine.”
A questo punto Ortis cadde improvvisamente in uno strano mutismo, mentre Howard attendeva ansioso il seguito della storia.
     “Allora….. perché si è fermato? Spero non vorrà lasciarmi così, dopo aver destato il mio interesse . La prego continui.”
     “Farò di più,  – rispose- le mostrerò le pergamene, così potrà constatare di persona l’autenticità del mio racconto. Ma ora è tardi ci vedremo domattina alle dieci nella Hall. Le auguro una felice notte!”
Ortis prese il vassoio della cena di Howard, quasi intatta e, con inaspettata destrezza lo elevò sulle cinque dita della mano sinistra per poter liberare la destra con cui abbassò la maniglia della porta ed aprirla. -Uscì e soggiunse:- “A domani professore.” mentre con un colpo d’anca fece richiudere la porta. Howard, era rimasto sconcertato, le parole di Ortis gli risuonavano nella mente. Ormai era certo non avrebbe, preso più sonno tanto era preso da tutta la faccenda. Ma cosa aveva voluto dire Ortis con quella frase: “Lo vide sparire dalle mani quasi come dissolto, un po’ come era accaduto a me.”  Voleva forse fargli intendere che il diario, come per magia, era sparito dalle mani del suo antenato e che nello stesso modo era sparito dalla sua tasca?         
Howard si stese sul letto con le luci spente nella speranza di sconfiggere per qualche ora la sua perenne insonnia, questa volta, alimentata dai tanti interrogativi scaturiti da quegli inspiegabili episodi del racconto di Ortis. Era venuto a Roma per degli studi didattici e si trovava coinvolto, suo malgrado, in una storia di maghi e di alchimisti. Le sue foto fantasma, le statue del dio egizio Bes a guardia della porta, una divinità egiziana nel cuore di Roma, un  diario contenente antiche pergamene che appare e scompare. Fatti apparentemente inspiegabili. O più semplicemente sia lui che Ortis stavano cercando spiegazioni logiche e fatti tangibili in qualcosa che non aveva nulla di logico?  
Tutto, invece, sembrava avvolgersi in un alone di mistero sempre più fitto e mentre Howard guardava il soffitto cercando di trovare la giusta collocazione ai tasselli del mosaico, il sonno sopraggiunse improvvisamente.
Alle dieci spaccate, Howard era già nella Hall, ansioso. Ortis sarebbe arrivato da un momento all’altro. Ma fu Carlo ad apparire:
     - Buongiorno Professore, c’è una comunicazione telefonica per lei, ho cercato di passargliela in camera, non sapevo che era già uscito. Venga alla reception credo sia sua moglie.
Infatti era proprio Nora che, avendo assolto ai suoi ultimi oneri professionali, era dunque libera di raggiungerlo. Aveva già acquistato il biglietto aereo e l’indomani stesso sarebbe partita per Roma. Frattanto Ortis seppur in ritardo giunse all’appunta-mento avvicinandosi ad Howard che aveva appena riagganciato la cornetta.
     “Buongiorno Professore, vedo che non ha ancora fatto colazione. Venga, si segga al mio tavolo.”
Dopo aver consumato una lauta colazione Howard, impaziente si rivolse al suo ospite:
     “Allora mio caro Ortis, dove sono le famigerate pergamene il cui pensiero mi ha tenuto compagnia tutta la notte?”
     “Al sicuro, -rispose- sia gentile, mi segua nel mio studio”.
Lo studio di Ortis si trovava sotto il livello della strada, vi si accedeva da una porta mi-
metizzata in uno dei pannelli di legno alle spalle della reception, mediante una breve scalinata di una trentina di scalini.
     “Visto che temperatura mite quaggiù? -disse Ortis- Vede Professore è per questo che ho qui il mio studio, calda d’inverno e fresca d’estate, senza contare che qui sono al riparo dagli odori e dai rumori della strada, è il luogo ideale per il riposo della mente e dello spirito.
     “Va bene, -rispose Howard- ma dove ha nascosto quei fogli preziosi, non vedo alcuna cassaforte, a meno che non sia celata dietro uno di questi quadri ma dubito molto che un uomo della sua intelligenza abbia sfruttato un espediente tanto diffuso, è il primo posto dove chiunque andrebbe a guardare.”
     “Infatti, -rispose- la mia cassaforte è invero dietro un quadro ma all’interno del quadro stesso”.
Ortis andò dietro la sua lussuosa scrivania e staccò dal muro la sua laurea abbellita da una cornice massiccia ma di scarso valore. Si sedette comodamente alla sua poltrona e cominciò ad armeggiarci con la punta di una biro. Uno scatto e la modestissima cornice rivelò il suo doppio fondo.
     “Ecco, -disse Ortis- ecco le sei pergamene. Chi mai penserebbe di rubare un diploma di laurea,   racchiuso in una spartanissima cornice di castagno? Inutile dire che il luogo del loro nascondiglio dovrà rimanere segreto; conto sulla sua discrezione di gentiluomo inglese,”.
     “Ha la mia parola. “  
     “Legga pure allora. disse Ortis porgendogli le preziose pergamene.”
Più eccitato che mai Howard inforcò gli occhiali ed iniziò la lettura:
     “Anno del Signore 1885.
Io Sigismondo, Conte degli  Hortis, discendente diretto di donna Fiorenza Hortis, scrivo questa cronaca per coloro che in avvenire verranno in possesso, così come è accaduto a me, di un diario dai singolari poteri.
Questo libro, rilegato in pelle di salamandra, riporta sui frontespizi cinque simboli astronomici che io stesso ho identificato come Saturno, Venere, Giove, Mercurio e Marte. La copertina non ha alcuna intestazione su nessuno dei due lati, tanto meno  sul dorso ed i due frontespizi sono perfettamente identici; in questo modo poteva essere utilizzato dall’uno o dall’altro lato.  Esso, prima di me, è appartenuto alla stessa Fiorenza, la quale duecento anni fa scriveva di suo pugno di alcuni segreti di cui era venuta abilmente a conoscenza strappandoli dalle labbra del Marchese Palombara e di altri ancora di cui si impossessò a totale insaputa di lui. Pare che la donna, prima di sedurre il Palombara, fosse riuscita a stabilirsi nella sua villa con la scusa di accudire ai fiori del giardino, nel quale gli fu permesso di  accedere liberamente. Grazie a ciò, Fiorenza si introduceva furtivamente nel laboratorio segreto per cercare di svelare i segreti degli alchimisti che ci lavoravano ma probabilmente non trovò mai nulla, finchè non arrivò un frate colto da anatema per aver praticato alchimia ed occultismo, certo Giuseppe Francesco Borri. L’uomo riuscì a guadagnarsi le simpatie del Marchese che lo sottrasse alla cattura ospitandolo nel suo laboratorio. Borri passava intere giornate senza mai uscire dal suo nuovo nascondiglio, tranne quelle poche volte in cui di notte si aggirava furtivo tra le piante del giardino in cerca di erbe per i suoi esperimenti. Correva infatti voce che lo strano individuo riuscisse, con la sua arte di alchimista, in cose davvero mirabolanti. Fiorenza lo sorvegliava senza sosta aspettando il momento propizio. Finalmente una mattina, molto presto, vide il Borri allontanarsi furtivamente dalla villa. L’astuta donna ebbe la netta sensazione che l’uomo non si sarebbe mai più rivisto. Quando Fiorenza entrò nel laboratorio, vi trovò un indescrivibile disordine ed un odore nauseabondo. Guardandosi intorno, trovò resti di cibo sparsi un po’ ovunque, forse residui dei pasti del fuggiasco ma in un angolo della grande stanza, qualcosa che la fece inorridire:  un mucchio di letame di cavallo come, un monticello, alto quasi un metro e tra tutta quella sporcizia un barattolo di vetro da cui traspariva una sagoma simile ad una marionetta. Fiorenza, superato il primo attimo di sconforto, si animò ed agguantò l’immondo barattolo che da vicino mostrò il suo macabro contenuto: Un piccolo essere dalla pelle verdognola, simile ad un uomo adulto ma alto solo un suo decimo. Il piccolo essere era immobile in un’espressione di dolore. Fiorenza, seppur inorridita, scosse il barattolo colmo di liquido rossastro sperando, forse, in un risveglio ma nulla di tutto ciò accadde. L’omuncolo, esanime, girò nel liquido affondando e riemergendo come un legno inzuppato.
La bella giardiniera lo ripose poi con cautela laddove lo aveva trovato dirigendosi, poscia, verso il tavolo da lavoro zeppo di  barattoli di erbe e strani oggetti, tra cui alcuni crogiuoli e decine di alambicchi. Disgustata per l’orrendo fetore, stava per abbandonare quell’orribile luogo ma qualcosa la distrasse dal suo attacco di panico: Per terra, ai piedi del tavolo, qualcosa brillava con un luccichio sfavillante: Pagliuzze d’oro puro in quantità, tutte ammucchiate su di alcuni fogli di pergamena scritti in latino. La giovane, senza indugio, fece di tutto un cartoccio che portò via di gran carriera. Era chiaro che Fiorenza, li per li, non aveva certo pensato al valore dei manoscritti che le erano serviti solo da involucro per il prezioso metallo, tant’è che alcuni fogli rimasero per terra insieme a poche pagliuzze d’oro  che il Marchese Palombara trovò il mattino seguente quando si rese conto che il suo alchimista si era dato alla fuga; senza minimamente sospettare di non essere stato il primo ad entrare nel laboratorio dopo che questo era stato abbandonato dal Borri. L’astuta Fiorenza serbò al sicuro l’oro rubato ma con lo stesso zelo tenne al sicuro anche le pergamene a cui in un primo momento aveva attribuito scarsa importanza. Priva di istruzione, ella, non era in grado di leggerle ma intuì che in quelle pagine doveva celarsi la chiave di un importante segreto. Questa supposizione le fu confermata tempo dopo quando, divenuta la contessa Hortis,  si decise a mostrare il manoscritto ad un nobile letterato che, però, era destinato a sparire pochi giorni dopo in circostanze a dir poco  misterio-se. Ciò è quanto, per sommi capi, Fiorenza Hortis scrisse nel diario duecento anni fa.
E’ evidente che da nobile aveva preso lezioni di scrittura e che le sue memorie furono riportate alcuni anni dopo il ritrovamento dei manoscritti. Qualcosa o qualcuno le aveva imposto di scrivere su quel diario, del quale ella stessa non ha mai fatto menzione su come o quando ne fosse venuta in possesso  ma che, son certo, aveva tro-vato nel laboratorio alchemico di Borri insieme all’oro ed alle pergamene. Aprendo il diario dal lato opposto, infatti, si trova una formula alchemica scritta da Borri appresa dallo stesso durante una seduta spiritica il cui medium avrebbe parlato per bocca dello spirito del grande Paracelso.
Ignoro di quale formula si tratti poiché quando iniziai a leggerla, il diario sparì dalle mie mani.
Era la notte tra il  30  giugno e il primo luglio 1885, l’orologio scandiva in quel momen-to i dodici rintocchi.
Dopo Fiorenza, il diario appartenne ad un altro nostro antenato, Lorenzo Hortis, il quale probabilmente cominciò a leggerlo dal lato della formula e fu proprio su quest’ultima che egli si concentrò  in approfondite indagini. I suoi studi, però, non lo condussero al risultato da lui sperato: la trasmutazione dei metalli vili in nobile oro. Pare, invece, che la presunta formula dettata da Paracelso, altro non fosse che una serie di indizi cifrati per la soluzione di un enigma ma non seppe mai di quale enigma si trattasse. Poi un bel giorno, si confidò con un suo amico esperto di astrologia, il quale incuriosito gli chiese di mostrargli il famoso diario, ma quando Lorenzo andò a prenderlo lì dove lo aveva riposto la sera prima, ebbe un’amara sorpresa: il diario era sparito. Era il primo luglio 1775.”
     “Cosa ne pensa? – chiese Ortis vedendo Howard pensieroso-
     “So solo che ci capisco sempre meno. –rispose Howard- Sussistono troppe coincidenze in questa storia, ed alcune di queste sono addirittura incredibili, ma la più straordinaria è che io abbia deciso di interessarmi a questa faccenda e che proprio lei ne sia coinvolto.”
     “Già, coincidenze. –rispose Ortis con un tono vagamente ironico- Bene professore –riprese- credo che per il momento non posso fare altro ma disponga pure di me senza indugio, sono a sua disposizione per qualsiasi cosa avesse bisogno. Intanto, spero che il mio piccolo contributo possa esserle d’aiuto nelle sue ricerche, sempre che sia ancora deciso a proseguirle, in tal caso le sarei grato se mi tenesse informato sui suoi sviluppi.“
     “Stia tranquillo, la informerò s