Maatkare la figlia del dio
Storia in chiave romanzesca della regina Hatshepsut, famosa figlia di Tuthmose I che riuscì, nonostante fosse una donna e a dispetto delle usanze dell'epoca, a regnare sull'Egitto come un faraone (uomo). Miti, leggende, dei potenti e vendicatori, amori, morti, tradimenti, viltà ed eroismi sobbollono come un mare in tempesta ed irrompono nell'esistenza tormentata di questa donna mitica, forte, invincibile, donna-dea amata, odiata, adorata e poi dimenticata... in una bellissima storia ambientata nell'antico Egitto.
MAATKARE La figlia del dio
di
Salvatore Francone
L’erede di Akheperkara
Quel giorno nel grande palazzo del faraone c’era grande fermento. La servitù correva da una sala all’altra come se stesse per accadere un evento eccezionale.
Akheperkara nonostante avesse la responsabilità dell’intero paese, quel giorno dimenticò gli affari di stato per restare a palazzo. Egli si muoveva nervosamente nel grande cortile come chi si aspetta che da un momento all’altro gli giunga una notizia di vitale importanza.
Le ancelle della regina Ahmes erano uscite all’alba per raggiungere le levatrici che nel laboratorio stavano preparando le pozioni che il Sinu (medico) aveva prescritto.
«Donne, donne presto! Non abbiamo un attimo da perdere, la Grande Sposa Reale ha le doglie, prendete le vostre pozioni e i vostri strumenti, dobbiamo correre a palazzo! » - Esclamò una delle ancelle, mentre le altre due cercavano di aiutare le levatrici a raccogliere tutte le loro cose-.
«E’ talmente grande il desiderio del faraone di avere un figlio maschio, che dall’ultima inondazione non pensa ad altro e da una settimana ha completamente abbandonato la nave dello stato», -disse Atys-.
«Non so come la prenderà se tra qualche ora gli nascesse una figlia femmina, egli desidera un successore al trono. Che gli dei glielo mandino!» -rispose Tefnet-.
A passo veloce le cinque donne con i loro pesanti fardelli percorrevano in silenzio, per non sprecare fiato, la via del ritorno. Il faraone non riuscì ad affidare loro neppure un cavallo perché questi erano tutti impegnati nelle guarnigioni che in quel periodo, si trovavano in giro per i paesi vicini onde evitare che quel momento di grande gioia potesse tramutarsi in un periodo di caos.
Infatti, nonostante fossero stati sconfitti, gli Hyksos, di tanto in tanto davano segni di ribellione.
La nascita di un erede al trono d’Egitto quindi poteva essere considerata da loro come una minaccia all’ultimo barlume di speranza per la riconquista della loro libertà.
A palazzo, intanto, Akheperkara ascoltava in silenzio i gemiti della moglie (sua sorellastra), ma le ancelle e le levatrici erano ancora a metà strada.
Ormai il sole era già sceso al di sotto dei teneri giunchi e le flebili foglie di papiro si piegavano al leggero vento dell’imbrunire. Gli alberi di sicomoro si erano tinti della porpora del tramonto, a palazzo regnava il silenzio più profondo, rotto soltanto dai gemiti di Ahmes che da un momento all’altro avrebbe dato alla luce il futuro sovrano d’Egitto.
Nel giardino erano già pronti i dignitari di corte per festeggiare il lieto evento e in un angolo nascosto, le prefiche attendevano per vendere il loro pianto laddove ve ne fosse stato bisogno.
Dal balcone, il faraone scorse delle figure avvicinarsi alla sua tenuta e in quel preciso istante, Ahmes diede un grido di dolore. Le porte del palazzo furono subito spalancate per accogliere le levatrici stanche ed assetate per il lungo viaggio, ma non ebbero neppure il tempo per bere un sorso d’acqua, perché la regina, ormai esausta, aveva partorito da sola il piccolo, futuro faraone.
«Venite, presto, venite: il vostro principe è nato! Ha bisogno però, della linfa vitale degli dei! Che vengano subito le levatrici e voi ancelle chiamate subito i sacerdoti del gran dio Amon, che siano qui prima che scenda la sera!» Gridò imperiosamente il re.
Le levatrici raggiunsero la regina e sollevarono delicatamente il neonato ma, prima di liberarlo dal cordone ombelicale, si accorsero che il piccolo principe era in realtà una principessa. Chi avrebbe avuto il coraggio di rivelarlo al padre?
La bimba aveva un viso dolce dai lineamenti raffinatamente aristocratici. Una volta pulita e profumata con delicati unguenti ella fu portata alla regina madre che la osservò a lungo, poi esclamò: Hatshepsut! («Ha il volto delle Nobili Dame»!).
In quello stesso istante il faraone comparve innanzi alla sua sposa, egli aveva involontariamente ascoltato l’ultima frase della regina.
«E così non sei riuscita a darmi un’erede! Ed ora a chi lascerò il mio trono? chi guiderà il paese quando io partirò per l’altra vita?» Poi dopo un attimo di silenzio soggiunse: «Donne ascoltatemi! Gli dei mi hanno illuminato! Che nessuna di voi riveli ad alcuno ciò che ha visto! ...Il mondo intero dovrà credere che oggi è nato il successore del faraone! Voi due resterete a palazzo al mio servizio finché mia figlia non sarà cresciuta e la più anziana di voi sarà la sua educatrice. Tu; dimmi il tuo nome.» -«Sat Ra» rispose la donna «a te Sat Ra affiderò la principessa, e tu che sei più giovane sarai la prima ancella della regina, sarete entrambe ben ricompensate per il vostro silenzio, ed ora al lavoro: bisogna organizzare i festeggiamenti in onore di mio figlio… avanti non indugiate!»
Akheperkara, affacciato al grande balcone che dava sul giardino, diede la lieta novella ai sudditi tutti e la notizia raggiunse in poco tempo anche i paesi vicini. I sacerdoti innalzarono i loro canti per propiziare il piccolo principe e si banchettò tutta la notte.
I festeggiamenti si protrassero per cinque giorni e si conclusero con la presentazione del piccolo principe al popolo ma, strano a dirsi, il faraone non ne pronunciò mai il nome.
I giorni passavano velocemente e la bimba cresceva bene, i suoi occhietti vispi seguivano qualsiasi cosa si muovesse intorno a lei.
Il padre rimaneva estasiato osservandola per ore ed ore e nonostante non fosse maschio rimaneva sempre più affascinato da quella bellissima bimba le cui fattezze sembravano divine.
Sat-Ra accudiva la piccola come se fosse sua figlia: era lei che la allattava e lei che la teneva in braccio seduta nel giardino per farle godere i raggi mattutini del sole e lei stessa all’imbrunire la copriva con le preziose lenzuola di lino ricamate d’oro vegliando sul suo sonno di bimba pregando il dio Bes affinché scacciasse dai suoi sogni gli dei malvagi.
Era passato solo un mese dalla nascita della principessa, il faraone era andato dalla sua moglie secondaria Mutnofret, dalla quale aveva già avuto due figli maschi (Imenmes e il piccolo Uazmes).
Mutnofret era amareggiata per la nascita del nuovo erede: aveva sperato fino all’ultimo istante che la regina madre avesse dato alla luce una femmina, in questo modo avrebbe potuto suggerire al faraone di darla in sposa a uno dei suoi figli, che come sposo della principessa reale, avrebbe acquisito il diritto al trono.
Ella però, aveva anche molti dubbi sull’atteggiamento di Akheperkara: «Come mai, mio signore, da qualche tempo vi vedo pensieroso? Sembra quasi che un terribile segreto alberghi nel vostro nobile cuore, non ho forse più il privilegio della vostra fiducia?
Se può esservi di aiuto, sfogatevi pure con me: sono certa che dopo vi sentirete meglio.»
«Non puoi aiutarmi, né tu né alcuno, voi non potreste capire il tormento che da diversi giorni mi porto dentro, ma ora lascia che mi congedi da te. Le ombre della sera stanno già scendendo e la notte non tarderà ad arrivare. Devo tornare a palazzo. – rispose il faraone-.»
«Mio signore, quando rivelerete il nome del piccolo principe al vostro popolo e come mai lo avete tenuto celato finora? Essi hanno il diritto di sapere come si chiama il futuro faraone d’Egitto.» Ma il sovrano, in silenzio e senza voltarsi, alzò entrambe le mani come a significarle che non era ancora giunto il momento, varcò la soglia e scomparve tra le ombre del giardino.
Quando giunse a palazzo era già notte, ed egli non faceva che ripensare continuamente alla piccola principessa. Si sentiva in colpa verso di lei, la sua decisione era stata avventata, non poteva lasciar credere ancora per molto che il suo erede era una principessa, non poteva lasciarla vivere nell’inganno e soprattutto, non voleva imporle di essere ciò che in realtà non era, ovvero non poteva sopprimere né offendere la sua femminilità con questa atroce menzogna.
La sua mente impegnata in queste profonde elucubrazioni, non gli permise di accorgersi che una luce flebile cominciava ad infiltrarsi tra le foglie delle grandi palme e che pian piano, stava raggiungendo i drappeggi del baldacchino reale dove lui era seduto ormai da molte ore. La regina Ahmes interruppe per un attimo il suo sonno guardando il suo sposo che indossava ancora gli ornamenti reali, in quello stesso istante, lui esausto, si stese sul morbido giaciglio abbandonandosi al sonno.
Le grida gioiose della piccola destarono la coppia reale dal loro torpore. Sat Ra giocherellava con lei in giardino e non vi era cosa più bella per i genitori vederla sorridere con quei grandi occhi neri. I due si erano affacciati al balcone guardando le evoluzioni della bimba.
«Non sai quanto sia triste per me guardare nostra figlia e non poter fare progetti per il suo futuro così incerto, come puoi pretendere che ella viva un’esistenza felice se dovrà nascondere per sempre la sua vera identità? » -Disse malinconicamente Ahmes.-»
Ormai svezzata la piccola Hatshepsut cominciava a pronunciare i primi monosillabi e Sat Ra desiderava tanto portarla a passeggiare fuori dal palazzo reale. Anche lei era triste e preoccupata per il grigio futuro che si delineava per la vita della sua principessa e sedutasi su di un lato della grande piscina, pensava:
«Come può Sua Maestà essere così cieco ed egoista nei confronti di questa adorabile creatura? Come può relegarla fin da ora in una prigione dalle grate d’oro? Egli non è cattivo e sono certa che in cuor suo la ama come l’amo io, ma la sua mente è talmente radicata nelle tradizioni dei suoi padri che i suoi occhi non riescono a guardare oltre il suo trono, tanto che neppure le lacrime della regina riescono a farlo ragionare. Oh potenti dei del cielo e della terra, fate che egli sia finalmente illuminato e renda, a questo nobile fiore, la legittima libertà!»
Akheperkara dal balcone guardava assorto nei suoi pensieri la nutrice con la sua piccola tra le braccia e come se le avesse letto nel cuore, scese e sedendole accanto prese la piccola mano della bimba che istintivamente chiuse le minuscole dita, stringendo forte l’indice della mano destra del padre.
Egli chiuse lentamente gli occhi e con lo sguardo rivolto a terra cominciò a piangere senza un singhiozzo poi, alzato lo sguardo, aprì gli occhi dai quali sgorgavano copiose lacrime.
«So cosa pensi di me mia buona donna e non oso biasimarti –disse con voce tremante il faraone - come so cosa pensano tutti coloro che per mia volontà e da buoni sudditi, custodiscono nelle loro anime questo ingiusto segreto e non posso biasimare neanche loro –continuò- ma, credimi, non sono mai stato così infelice, non puoi immaginare in quale terribile caos sia la mia anima e la mia mente ma tu sai bene che il tuo faraone non è un uomo malvagio ed io vi chiedo solo di avere fiducia in me, almeno ancora per un po’. Il dovere mi attende per una pericolosa spedizione militare, dalla quale non so, se con l’aiuto degli dei, farò mai ritorno, sii tu colei che veglierà sulla piccola Hatshepsut e sulla regina, che da domani resterà sola senza di me e se gli dei vorranno, al mio ritorno, tutto l’Egitto conoscerà il nome della principessa Hatshepsut. Ella sarà venerata come la prima delle dame, come si legge dal suo stesso nome, la sua vita sarà luminosa e splendente, come il sole in pieno giorno, e il suo cuore sarà sereno come la luna riflessa sulle benefiche acque del prezioso fiume dopo la piena. Questa è la mia promessa e se non dovessi tornare dalla guerra, che siate voi a far si che questo accada –concluse-.»
Il giorno dopo alle prime luci dell’alba, il faraone riunì i suoi ufficiali più coraggiosi tra i quali il capo rematore Ahmes e il giovane ufficiale Pen–Nekhbet. I due avevano già partecipato alle campagne militari dei suoi predecessori, Ahmose e Amenofi I riportando dalle battaglie molte “mani di nemici” per le quali ricevettero l’oro del valore.
Radunò quindi un cospicuo numero di soldati senza però, lasciare le mura del palazzo incustodite, si premurò infatti di organizzare tre pattuglie di sorveglianza che potevano alternarsi per presidiare il palazzo sia di giorno che di notte.
A questo punto tutto sembrava perfettamente pianificato ed il sovrano fece l’ultima raccomandazione alla regina e alle donne di corte:
«Ahmose, mia dolce sposa e tu, Sat Ra, vegliate sulla mia piccola principessa, fate in modo che ella non si accorga della mia assenza, datele tutto l’affetto che avete nei vostri cuori e non fatele mancare mai nulla. Io parto alla volta di Kush, vi prego, supplicate il dio Amon affinché io possa ritornare sano e salvo nella mia amata terra ed ai miei affetti.»
Così dicendo, raggiunse i soldati e ordinò la partenza.
Il gruppo raggiunse lentamente le sabbie non ancora roventi allontanandosi sempre di più, finché di loro non rimase che una piccola nuvola di polvere spazzata via dal vento.
Erano già trascorsi sei mesi dalla partenza di Akheperkara verso il paese di Kush e la regina con l’aiuto della brava nutrice, accudiva la piccola facendo sì che nulla le mancasse, proprio come il faraone aveva raccomandato. Si erano recate già due volte al grande tempio del dio Amon a Karnak, dove avevano lungamente pregato e fatto copiose offerte affinché il dio con la sua potente mano avesse protetto e guidato il faraone durante la pericolosa spedizione.
Quel giorno, le due donne erano sedute in giardino insieme ad Hatshepsut; era l’ora quinta e Sat Ra si stava recando alle cucine che si trovavano vicino ai granai, per prendere i biscotti che erano stati preparati per la principessa.
Questa sana abitudine faceva parte dei compiti della nutrice poiché la bimba per crescere sana, doveva essere nutrita con regolarità ed ogni giorno agli stessi orari. Sat-Ra ritornò in giardino tenendo tra le mani il vassoio con i biscotti appena sfornati e li poggiò sulla panca di granito dove era seduta la regina con la piccola tra le braccia. In quel momento, uno dei soldati posti di guardia all’ingresso del palazzo annunciò che una nobile dama era venuta a far visita alla regina.
«Oh mia venerabilissima regina -disse il soldato dopo essersi chinato in segno di rispetto- la moglie del nobile maestro Ineni è qui e chiede di vedervi. Posso lasciarla passare?»
«Certo che puoi, la moglie dell’architetto di corte è sempre la benvenuta nella casa del faraone, ella non era forse qui ad assistermi quando ho dato alla luce l’erede al trono d’Egitto?»
Pochi istanti dopo, la nobile dama fece il suo ingresso nel grande giardino. Le sue vesti di lino erano finemente cucite ed impreziosite con fili d’oro, alle dita ed al collo portava gioielli stupendamente cesellati e sui quali risplendevano ametiste e lapislazzuli che dimostravano chiaramente la bravura del marito che li aveva realizzati.
Ahmes la salutò affettuosamente, le fece cenno di sedersi e rivolgendosi a lei disse: «Come mai, mia affezionata amica da tanto tempo non ci delizi con la tua presenza? Ho visto qualche volta tuo marito qui a palazzo conversare con il faraone ma erano talmente concentrati nei loro ragionamenti, che ci siamo appena salutati, spero di non averti involontariamente fatto qualche scortesia, se così fosse ti chiedo scusa fin da ora.»
«No! Mia dolce regina non è come voi dite, nessuno sgarbo mi è stato fatto dalla vostra Maestà, è solo che non ho avuto il coraggio fino ad ora, di venire nella vostra dimora al cospetto del faraone vostro marito ma ora che lui è partito e che anche Ineni lo ha seguito, ho deciso di venire qui a parlare con voi da madre a madre.»
A queste parole la regina rimase un attimo in silenzio con lo sguardo fisso sulla piccola Hatshepsut che nel frattempo era passata dalle braccia della madre a quelle della nutrice, poi scrollando leggermente il capo come per ridestarsi, si rivolse all’amica: «Qual è il tuo cruccio amica mia cara? Le tue parole lasciano trapelare un profondo turbamento, confidami la tua pena, fa che io possa alleggerire il peso che grava sulla tua anima, ti prego parla!»
«Mia regina, rispose la nobildonna, come voi sapete mio marito Ineni oltre ad essere un ottimo artigiano ed un bravo architetto è anche un esperto botanico ed è per questo che, per ordine del faraone stesso, egli lo segue nelle sue spedizioni in oriente poiché nei momenti di calma, ha il compito di annotare tutte le varietà della flora e della fauna locale e studiarne le ideali condizioni climatiche nella eventualità di trapiantarle nella nostra terra. Capirete mia signora, che passando tanto tempo insieme al faraone, Ineni è divenuto il suo migliore confidente e a me che sono la sua sposa, non può nascondere nulla. Perdonate quindi il mio ardire se oso dirvi che conosco perfettamente quella che è la vostra pena, così dicendo vi ho confidato anche la mia.»
«Allora, la tua tristezza è dovuta al tuo grande affetto verso di noi? -rispose la regina – è così bello –soggiunse- sentirsi amati a tal punto che i nostri amici condividono con noi le nostre sofferenze, di questo vi siamo grati e per rincuorarti ti svelerò un segreto del quale solo io, Sat-Ra e pochi altri siamo a conoscenza:
Al ritorno dalla terra di Kush, il faraone renderà noto a tutto il popolo il nome della principessa, ella sarà quindi libera di vivere la sua vita con l’orgoglio di essere donna e sono certa che se io in futuro non dovessi generare un figlio maschio, Hatshepsut non permetterà a nessuno di occupare il trono che già da ora le appartiene.
Ma torneranno mai i nostri uomini da questa guerra?» «Si mia regina, torneranno molto presto! Ho sentito dire dai mercanti che nel paese di Kush non vi sono stati scontri cruenti e che i pochi ribelli che cercavano di creare dei disordini, sono stati domati in breve tempo dall’esercito di Akheperkara e che questi, a capo dei suoi uomini, ha già intrapreso il viaggio di ritorno verso la terra di Uaset, con l’aiuto di Amon saranno qui tra un paio di mesi, forse tre al massimo.»
«Che tu sia benedetta -esultò la regina- le tue parole hanno agito su di me come l’incenso purificatore, ora sono più tranquilla, stanotte gli incubi non mi tormenteranno, grazie a te amica mia!»
«Sono felice di esservi stata d’aiuto mia sovrana -rispose la nobile dama- e lo sono anche per quanto mi avete confidato, vi ringrazio maestà per la fiducia che mi avete accordato. Ora però devo lasciarvi: è già passato il crepuscolo, è tempo che io torni alla mia dimora.»
«Che gli dei ti accompagnino» rispose la regina.
La gravidanza di Mutnofret intanto, era già molto avanzata di li a poco avrebbe dato alla luce il terzo figlio di Akheperkara che però, sarebbe nato prima del ritorno del faraone suo padre.
Le previsioni di Mutnofret si dimostrarono esatte. Il terzo figlio nacque prima del ritorno del re. Aveva dato alla luce il terzo maschio proprio come lei voleva. Ad assistere la partoriente accorsero le mogli di alcuni agricoltori con i quali la donna aveva un legame di interesse non meglio definito e, un sacerdote del culto di Amon che, sporadicamente andava a far visita a Uazmes, sostenendo che il piccolo avesse le caratteristiche di un “illuminato dal dio”.
Dopo più di tre mesi dalla visita della moglie di Ineni, Hatshepsut compì diciotto mesi ed aveva lasciato da qualche tempo le braccia affettuose della madre e di Sat-Ra. Era una bimba bruna dagli occhi neri e profondi, nel fondo di quegli occhi incredibilmente espressivi, trapelava un velo di tristezza, forse dovuto alla mancanza della figura del faraone, ma la sua espressione predominante era quella della sicurezza e della fiducia in se stessa. Il suo portamento nel camminare sembrava già quello di una donna: dritta, altera e imponente seppure misurasse solo qualcosa in più di un grande cubito reale. La servitù la ammirava e sembrava che aspettasse da lei un cenno per poterla devotamente servire. La piccola principessa, guardandoli, sorrideva e inconsciamente attraverso i suoi sguardi innocenti, sembrava voler dire che un giorno il suo amore per il popolo e per la sua terra sarebbero stati la sua priorità assoluta.
Ormai il quarto mese della stagione di Peret volgeva al termine. Le giornate infatti, cominciavano ad infuocarsi della calura di Shemu.
Di lì a poco, la terra si sarebbe inaridita per la siccità e secondo la tradizione si sarebbero dovute celebrare grandi feste in onore degli dei ma il faraone non era ancora tornato in patria: forse marciava ancora col suo esercito sulla via del ritorno, per cui se non fosse ritornato in tempo qualcuno avrebbe dovuto sostituirlo durante le cerimonie.
Il ventottesimo giorno della stagione di Peret, Ahmose decise di recarsi al tempio di Amon per pregare e per celebrare per lui l’offerta del vino. Insieme a lei la piccola principessa e l’immancabile Sat Ra che era già pronta per la partenza ma non fecero neanche in tempo a varcare la soglia del palazzo che una guardia trafelata per la corsa, ansimando, cadde davanti a loro in ginocchio e con voce affannosa disse:
«Mia regina, rimandate la vostra partenza per Karnak, vi prego! Corre voce che ieri verso l’imbrunire alcuni Sementiu abbiano avvistato una lunga colonna di soldati che dai limiti del deserto si dirigono verso la nostra terra. E’ Akheperkara che torna dal paese di Kush!» Esclamò.
La regina rimase in silenzio, poi fissò negli occhi Sat Ra dopodiché diresse lo sguardo verso la guardia con l’espressione di chi non crede alle proprie orecchie.
All’improvviso la sua bocca accennò ad un sorriso e dai suoi occhi cominciarono a scendere le prime lacrime di gioia, mentre la buona nutrice le asciugava il viso, con un fil di voce rotta dall’emozione disse:
«Dei del cielo e della terra, grazie per aver ascoltato le suppliche della vostra umile serva! Grazie per aver restituito il faraone a noi e alla sua amata terra! Cosa mai potrò fare per dimostrarvi la mia gratitudine?»
Il giorno dopo tutta la servitù era indaffarata per preparare un sontuoso banchetto in onore del faraone che di lì a poco sarebbe tornato a casa dopo un anno di assenza.
Ahmes era raggiante ed a palazzo erano tutti impazienti di rivedere il sovrano ed anche eccitati per i giorni di festa che sarebbero seguiti.
La mattina di due giorni dopo, le grida gioiose del popolo svegliarono tutta la gente che ancora non si era destata. Dal palazzo si udivano le acclamazioni rivolte all’esercito che in quel momento entrava tra le mura di Uaset e pian piano il rumore prodotto dagli zoccoli di migliaia di cavalli diventava sempre più vicino. La regina trepidante, contava gli ultimi minuti che la separavano dal sovrano ormai ritornato in patria sano e salvo. Ed ecco che Akheperkara apparse nel grande giardino, pochi passi e i due si trovarono avvinti in un tenero abbraccio. Un attimo le vesti candide di lei si tinsero dell’ocra della sabbia del deserto che il re aveva accumulato nei lunghi giorni di marcia sotto il sole e nelle fredde notti, ma per lei quell’odore acre di sabbia e sudore era come il profumo del fiore di loto.
Quell’interminabile abbraccio s’interruppe solo quando la piccola principessa, infastidita di non essere al centro dell’attenzione prese a tirare le vesti della madre che in quel momento la stava trascurando per un uomo di cui lei non ricordava quasi nulla.
«Figlia mia adorata -disse il faraone accarezzandole le guance- principessa dalla pelle bianca come le stelle del cielo degli dei, ti ho lasciato che eri bellissima, ed oggi sei la bella tra le belle! Chi potrà mai rendermi il tempo passato lontano da te? Come potrò conquistare il tuo amore e la tua stima? come potrai mai perdonarmi di una infamia di cui ero pronto a macchiarmi e della quale, per ordine mio, nulla mai ti verrà rivelato? Ora però sono pronto a riparare, domani il popolo conoscerà l’erede di Akheperkara il cui nome verrà venerato e benvoluto per tutta la terra di Uaset e rispettato ma temuto dalle genti nemiche dei “nove archi”. Una grande festa sarà organizzata in tuo onore: fastosi banchetti, musica, danze, copiose libagioni ed offerte agli dei, nulla e nessuno dovrà mancare perché domani tu nascerai per la seconda volta!»
La regina, commossa dalle parole del faraone ma felice prese la principessa per mano ed accarezzò il volto del faraone dal quale traspariva chiaramente la sua stanchezza.
Egli ben sapeva che, reduci dalla missione punitiva, anche i suoi uomini erano stanchi e provati dal lungo e faticoso viaggio quindi, prima di ritirarsi nelle sue stanze, si rivolse a loro e con tono paterno li ringraziò per la loro fedeltà, poi li rese liberi di potersi riposare e ristorare a loro piacimento.
All’ora decima del diciottesimo giorno del mese di Shemu, tutta la città era in fervida attesa, il popolo si era riunito davanti al grande tempio di Amon dove il faraone aveva fatto annunciare il suo arrivo per quella stessa ora. Questa cerimonia non prevista dal calendario egizio rappresentò un evento eccezionale. Il sovrano da poco tornato in patria dalla terra di Kush avrebbe finalmente rivelato il nome del suo primogenito reale. Hatshepsut era la primogenita reale di Akheperkara in quanto nata dalla Regina madre Ahmes. I figli nati dalle mogli secondarie dei monarchi non potevano essere considerati eredi reali proprio perché nati da una moglie secondaria.
Il sole nel cielo era quasi all’apice della sua ascesa, e ciò indicava che era circa l’ora undicesima i sudditi avevano lo sguardo fisso sulle acque del Nilo. All’improvviso un sottile mormorio si levò nell’aria torrida: in pochi istanti divenne una fragorosa acclamazione. Il dio sole con i suoi potenti raggi colpiva l’oro del carro del re che a bordo della grande barca, si avvicinava lentamente al pontile del tempio ed era tanto splendente da sembrare il dio Amon di ritorno dalla festa di Opet.
Il carro d’oro fu issato a spalla da sei robusti uomini che lentamente lo portarono a terra poi con passi sicuri ma calibrati, si incamminarono tra le due interminabili file di sfingi del grande viale d’ingresso.
Andarono avanti seguiti dal popolo che inneggiava festosamente e superato il quarto pilone, si fermarono davanti al podio allestito per l’occorrenza nel Wadiyt (la sala dell’incoronazione). Il faraone vi salì e in pochi istanti il frastuono della folla si placò fino al silenzio totale.
Nella grande sala si creò un’atmosfera di tensione e di impazienza. tutti gli occhi erano rivolti sul podio ed ogni suddito pendeva dalle labbra di Akheperkara che in preda all’emozione, sembrava non riuscisse a proferire parola. Non seppe trattenere un profondo respiro e tenendo la balaustra stretta tra le ma i disse:
«Miei fedeli sudditi, questo è un grande giorno per me e per tutti voi, ho aspettato a lungo questo momento ed oggi, finalmente, posso mostrarvi il volto dell’erede di Akheperkara e pronunciarne il nome a gran voce. Avrei potuto farlo prima ma così facendo, privavo voi di questi giorni di gaia festosità e lei degli onori che le spettano quale figlia del faraone e principessa reale. Non avrei avuto il tempo di organizzare una cerimonia degna di lei dovendo partire alla volta di Kush da cui sono reduce. Gioite, dunque e deliziatevi del volto della vostra principessa, ella è mia figlia, il suo nome è Hatshepsut!»
In quel momento la regina madre apparve alla sinistra del re e dopo pochi interminabili istanti, in mezzo a loro comparve la piccola principessa che nel frattempo era salita su di un piccolo sgabello in modo da poter essere ammirata da tutti.
Il popolo confuso dalle parole del faraone e dalla sua rivelazione cominciò a bisbigliare sommessamente ma Akheperkara riprese subito il controllo della situazione e proseguì col discorso: «Capisco il vostro smarrimento, so che vi aspettavate di vedere il mio successore al trono ma ella è femmina e come tale non potrà succedermi, questo però non deve rattristarvi perché un giorno vi darò il futuro faraone, l’erede al trono che tutti aspettavate e poiché questa festa è in onore della vostra principessa, siate allegri, siate felici per il vostro faraone e per la vostra regina perché il più bello e profumato fiore della terra è nato nel loro giardino.»
La famiglia reale scesa dal podio invitò il popolo a tornare in città dove si sarebbe dato inizio ai festeggiamenti.
La grande barca del re riprese le acque del Nilo seguita da quelle dei sacerdoti ed infine centinaia di feluche che avrebbero riportato a casa i sudditi.
Il viaggio di ritorno si svolse in un clima di allegria, la navigazione ne era allietata dai canti e dalle musiche dei suonatori.
Il faraone con la piccola sulle ginocchia era soddisfatto e felice ma a dispetto di quanto aveva affermato poco prima pensava: «Sarà lei che occuperà il mio trono, lei governerà le due terre, lei che vi guiderà.»
Giorni di festa e di gaiezza furono quelli che seguirono e la famiglia reale non era mai stata così unita. La piccola principessa a poco a poco si affezionava sempre più alla figura paterna: ella cercava di coinvolgerlo nei suoi giochi tanto che il re a volte, sembrava essere ritornato bambino a sua volta ma egli seguendo i buoni insegnamenti di Sat-Ra, nonostante il suo evidente debole per la figlia, riusciva sempre ad essere coerente con il suo concetto di educazione, quindi le insegnava che per ogni piccola conquista bisognava fare un piccolo sforzo; lei quindi cominciava a capire che un giorno grandi conquiste avrebbero richiesto grande sforzo e sacrificio.
Quando i festeggiamenti furono terminati, Mutnofret inviò un messaggero a palazzo per informare il re del lieto evento e per invitarlo a conoscere il neonato. Nel cuore di Akheperkara, in quei momenti non c’era posto che per Ahmes e per Hatshepsut, quella notizia non gli procurò quindi alcuna emozione, ciononostante, accorse al richiamo della donna che aspettava trepidante il suo arrivo.
«L’ho chiamato Thutmose II -gridò Mutnofret senza dargli neanche il tempo di riprendere fiato- come voi e come voi sarà grande.»
Il faraone si trattenne con lei il tempo necessario per accordarsi sommariamente su come allevare ed educare il piccolo. Poi verso l’ora quinta salutò la donna che gli porse il neonato. Era un bimbo dai bei lineamenti ma il re ebbe la netta impressione che fosse troppo grande e pesante per un bimbo di soli quattro mesi d’età.
La principessa aveva ormai più di tre anni ed era già padrona del linguaggio, dimostrava svariati interessi ed era molto loquace.
Sembrava che il suo interesse maggiore fosse per l’arte e l’architettura.
La maggior parte del suo tempo infatti, lo trascorreva nel grande parco del maestro Ineni. Lì poteva ammirare il magnifico giardino con le bellissime piante tropicali. A volte invece, entrava in punta di piedi nel laboratorio dell’amico architetto e senza disturbare il maestro, lo osservava mentre realizzava gioielli o mentre disegnava i suoi progetti architettonici. Ineni era molto paziente e cercava di soddisfare sempre le domande che la principessa gli formulava continuamente.
La sua sete di sapere era pari alla sua bellezza ed il suo fascino era tale che neppure Ineni riusciva a sottrarsene.
«Maestro -gli disse un giorno- quando sarò diventata più grande, voglio che tu sia il mio architetto. Per me farai i monumenti più belli di tutta Kemet dei quali si parlerà per milioni di anni e, quando sarò faraone, voglio un giardino con tutte le più belle piante della terra che tu porterai per me da quei paesi lontani solo a te noti.»
Ineni non avrebbe mai osato contraddire Hatshepsut ma in cuor suo, nutriva seri dubbi che la piccola principessa potesse diventare un giorno il suo faraone. La principessa forse, non sapeva che avere sangue reale non bastava per assicurarsi il trono; un altro importante attributo le mancava per poter aspirare a tanto. Forse lei riteneva il sesso un dettaglio trascurabile o per lo meno non determinante per credere così fermamente di poter un giorno governare su Kemet.
Ella sembrò leggere nel pensiero di Ineni e con fierezza proseguì: «So che non sarà facile per una donna salire al trono, in questo mondo dove gli uomini hanno sempre prevalso ma io devo farcela, affinché le generazioni future possano capire che uomini e donne hanno le stesse capacità di riuscire e le stesse probabilità di fallire. Sono pronta a lottare per far si che il mio destino si compia .» Ineni rimase sbalordito da queste parole ma soprattutto per la foga e la determinazione con cui erano state pronunciate da una bimba di soli tre anni.
La vita al palazzo di Akheperkara sembrava aver raggiunto finalmente quella serenità che fino a poco tempo prima appariva così lontana e irraggiungibile. Tutto era tornato nella più totale armonia.
Hatshepsut era già molto avanti con gli studi in rapporto alla sua giovane età, si applicava nello studio con interesse ed apprendeva con facilità. Il suo maestro, il nobile Ahmes Pen-Nekhbeth, era molto fiero dei progressi della sua alunna reale. Le lezioni si svolgevano ogni giorno in un angolo del giardino della magione reale, dove la principessa, insieme ai figli di alcuni nobili e Nomarchi sedevano a gambe incrociate su alcune stuoie stese a terra.
Come tutti i bambini, i suoi compagni ascoltavano svogliatamente sbadigliando di tanto in tanto. La principessa invece, non si lasciava sfuggire una sola parola, una sola spiegazione, sembrava quasi avesse fretta di imparare e di crescere.
Anche i suoi compagni di scuola avvertivano la sua superiorità ed erano anche un po’ invidiosi ma nessuno di loro osava mai farle qualche scherzo ingenuo o mancarle di rispetto. Neppure quando, nei momenti di ricreazione, ella spesso enunciava che in un prossimo futuro sarebbe divenuta il loro re e che li avrebbe avuti al suo fianco nelle sue incredibili imprese. I fanciulli la osservavano e rimanevano quasi ipnotizzati da quello sguardo così diretto e penetrante e qualcuno di loro, forse ne era già innamorato.
La regina Ahmes, in quei giorni era all’ottavo mese di gravidanza e sembrava che il secondo figlio di Akheperkara avesse una gran fretta di nascere. Il faraone si trovava in un particolare stato d’animo: da un canto sperava che il nascituro fosse un maschio, in tal caso egli avrebbe risolto ogni problema di successione, dall’altro però, egli si rammaricava di dover venire meno alle tante promesse fatte alla primogenita che era ormai intimamente certa di essere l’unico erede al trono, assumendone di conseguenza il comportamento.
D’altra parte però, il popolo avrebbe mai accettato un faraone donna senza batter ciglio? In cuor suo ma senza mai riconoscerlo apertamente Akheperkara sperava che la Regina Madre partorisse una seconda principessa, in tal caso tutto sarebbe rimasto momentaneamente immutato e col tempo si sarebbe potuta studiare la soluzione più idonea e meno dolorosa.
Il buon re non dovette attendere molto per sapere che il suo secondogenito fu ancora una principessa, a lei fu dato il nome di Neferubity.
In Akheperkara erano ancora vivi il dolore e la sofferenza causati dall’errore da lui stesso commesso alla nascita di Hatshepsut e si guarda va bene dal ripeterlo. Quindi rese subito noto a tutto il Paese il nome della nuova principessina che come tale fu adeguatamente e degnamente festeggiata.
Hatshepsut era raggiante per questa nascita, ora aveva una sorellina da cullare e da coccolare e che col tempo sarebbe divenuta anche compagna di giochi.
Il settimo giorno del secondo mese della stagione di Peret l’aria era fresca e mitigata da un leggero alito di vento. Quel mattino verso l’ora decima un ufficiale ben noto al re, recava un messaggio per lui e dopo essersi inchinato gli si rivolse dicendo:
«Mio Signore, sono qui, al vostro cospetto per volontà di Mutnofret, ella mi ha affidato questo papiro raccomandandomi di consegnarlo riservatamente nelle vostre prodighe mani. Vi prego di leggerlo, io aspetterò acciocché voi possiate darmi quella risposta che ella così ansiosamente attende.» Il faraone ascoltò attentamente l’Ufficiale, prese il rotolo di papiro dalle sue mani e una volta apertolo rimase in silenzio per qualche minuto. Lesse mentalmente quel lungo scritto e una volta terminato lasciò che questo si riavvolgesse lasciandosi scivolare dalla mano il lembo inferiore. Avvicinatosi ad un tripode fece cadere il papiro tra le fiamme ardenti che in men che non si dica lo ridussero in cenere. Poi rivolse lo sguardo al nobile messaggero che gli stava di fronte, ansioso di ricevere una risposta.
«Nobile Pahery, Signore di El – Kab, tu sei il precettore di mio figlio Uazmes, ho grande stima di te e mi conforta che Mutnofret, mia moglie secondaria abbia affidate proprio a te questo messaggio. So che la tua fedeltà fa di te un latore discreto, quindi reca la mia risposta alla madre del gracile Uazmes e fa che la mia voce non raggiunga orecchie indiscrete. Domani stesso mi recherò da lei onde conoscere il prezioso suggerimento da cui (secondo quanto lei dice) dipenderanno le sorti del Paese.»
Il nobile Pahery, con un elegante inchino, salutò il sovrano promettendogli solennemente che mai altro essere umano sarebbe venuto a sapere di quell’episodio e che la sua risposta avrebbe raggiunto, nel minor tempo possibile, colei che tanto l’attendeva.
Il mattino dopo di buon ora, Akheperkara fece approntare il suo cavallo ed alla nona ora era già sulla strada che conduceva alla dimora di Mutnofret, in meno di un’ora si trovò alle porte del lussuoso palazzo.
Da lontano scorse la figura della donna ferma nel mezzo del colonnato antistante l’ingresso alle sale. Quando furono l’uno di fronte all’altra il sovrano poté notare l’evidente impazienza di lei che, in segno di rispettoso saluto gli baciò la mano. Dopo aver esaurito i convenevoli, Mutnofret si accinse ad illustrare il suo proposito:
«Nobile sovrano, so che la vostra Sposa Reale, la dolcissima Ahmes, non è riuscita a donarvi un figlio maschio e ciò pone il futuro del paese in una condizione di pericolosa precarietà per la mancanza di un erede reale. Conosco anche la vostra dedizione per la piccola principessa Hatshepsut, per la quale nutrite in cuor vostro il sogno illusorio di consegnarle un giorno le insegne regali.
Perdonatemi di queste ultime parole che non vertono ad offendervi ma a farvi riflettere. Sua maestà sa ancor meglio di me, -continuò la donna- che un simile progetto sarà difficilmente realizzabile, i casi di donne al potere, in questo nostro Paese, sono stati rari e quelle poche, intraprendenti donne che hanno tentato la reggenza, si sono viste schierarsi contro la potenza degli dei, dei loro grandi sacerdoti e non per ultimi il popolo, il clero, i grandi dignitari e i Nomarchi.
Voi stesso m’insegnate che ognuna di queste temerarie regine dopo pochi mesi di regno ha preferito abbandonare l’impresa cedendo alla forza delle pressioni avverse.» «Premurosa Mutnofret, -rispose Akheperkara- le tue parole sono empie di saggezza ma nulla di quanto mi hai narrato mi era ignoto, so bene quanto sia difficile per una principessa reale volersi incamminare sulle asperità della strada del potere, ciò che invece ignoro è a quali conclusioni i tuoi ragionamenti vogliono approdare?»
«Grande Akheperkara, riprese la donna, volevo umilmente ricordarvi dei vostri tre figli che ho avuto il privilegio di donarvi e che pur non essendo nati dalla Sposa Reale, nelle loro vene scorre il vostro nobile sangue. Il piccolo Uazmes e debole di costituzione e trasognato di mente ma, Imenmes è un bambino robusto e intelligente che già dimostra un innato senso del comando ed una grande passione per le armi. Non credete che, in mancanza di un erede diretto, l’unione tra lui ed Hatshepsut un domani potrebbe risolvervi ogni problema di successione?»
Akheperkara, dopo alcuni, interminabili attimi di riflessione rispose: «Mia cara, ti ho ascoltato in silenzio fino a quest’istante e il tuo parlare è giusto. Imenmes come sposo della principessa reale acquisirebbe a tutti gli effetti il diritto al trono ma, io non sarò mai il padre che impone un’unione per pura strategia politica se questo può causare l’infelicità dei propri figli.
Pensare all’avvenire del Paese è un mio diritto e soprattutto un mio dovere ma, preoccuparsi del futuro e della felicità dei nostri figli è mio ma anche tuo dovere. Non spetta a noi due scrivere la loro storia ancor prima che essi la vivano. Loro stessi sceglieranno le strade da seguire, anche se queste dovessero essere dure e pericolose. Per troppi anni i padri hanno operato scelte di vita per i loro figli, ignorando le loro passioni, le loro aspirazioni e i loro desideri. Io non commetterò questo errore!»
Mutnofret, a queste parole, rimase evidentemente contrariata. Certamente sperava di poter fare del suo primogenito il futuro monarca ma, dopo una simile risposta, vedeva il suo sogno dissolversi nel nulla. Ella però, riprese subito il controllo delle sue emozioni ed apparentemente calma rispose:
«Il vostro punto di vista è giusto e lo condivido anche se sconvolge profondamente le nostre consolidate tradizioni, forse un giorno molto lontano i nostri discendenti vi ricorderanno come il faraone del rinnovamento. Se in futuro tra Hatshepsut e Imenmes sboccerà un sentimento, ne saremo felici entrambi e il Paese ne trarrà beneficio ma, siate ben sicuro che non tornerò più su questo argomento –affermò la donna- ed ora lasciate che vi parli del vostro terzo figlio, egli cresce bene ma il nobile Pahery è troppo occupato con l’educazione di Uazmes che sembra non voler minimamente apprendere e come se non bastasse, oltre ad essere gracile e cagionevole, sembra vivere in un mondo di sogni. A volte ho l’impressione che abbia la facoltà di vedere cose che agli altri non è dato vedere, pare assorto in visioni ultraterrene durante le quali si ha l’impressione che il suo ba lasci il corpo per volare via chissà dove.»
«E sia! Esclamò il faraone, tra due giorni al massimo ti manderò due dei miei uomini più fidati che saranno nominati precettori del piccolo Uazmes. Tu nel frattempo tienimi informato sulla crescita di Thutmose e, se avessi bisogno di qualcosa, non esitare a domandarla.»
Detto questo, Akheperkara si congedò da Mutnofret e, ripreso il suo cavallo, si allontanò nella fresca aria del primo pomeriggio.
Mutnofret da lontano lo seguiva con lo sguardo. Nella sua mente, un nuovo piano d’azione si delineava e lentamente prendeva forma.
«Il re crede di aver chiuso definitivamente la questione e di avermi disarmata con tutti i suoi discorsi traboccanti d’altruismo e di amore paterno ma io so bene che riversa tutto il suo amore su Hatshepsut, la prediletta, e che il suo grande sogno è quello di vederla un giorno al suo posto. Egli però non mi conosce affatto bene, se crede che io resti a guardare inerte, senza tirare fino all’ultima freccia del mio arco, per vedere uno dei miei figli impossessarsi del trono delle Due Terre.»
Akheperkara, nel frattempo, cavalcando ad andatura sostenuta verso casa, pensava a quanto aveva sentito poco prima dalla voce di Mutnofret: -«E’ strano ma nelle sue parole c’era tanta invidia e tanta sete di potere, l’ho intuito dalle espressioni del suo volto.
Conosco quella donna da molteplici anni, ancor prima che divenisse mia moglie secondaria. L’ho sempre considerata ed apprezzata come una persona dolce, semplice e di modeste aspirazioni ed oggi, per la prima volta, mi è apparsa sotto una nuova luce. Quella sua gentilezza e sottomissione mal celavano i suoi ambiziosi pensieri che, probabilmente, mirano ad escludere la principessa reale da ogni probabile ascesa al trono. Eppure è proprio la piccola Hatshepsut ad avere l’innato istinto del faraone.»
In quello stesso momento, assorto nei suoi pensieri, scese da cavallo avendo ormai varcato le mura della sua corte. Affidò il destriero ad una guardia ed entrò nelle sale.
La regina Ahmes era lì ad aspettarlo e, in evidente stato di ansia, gli si rivolse:
«Mio eletto sposo, già da molto è passata l’ora del desinare e noi siamo qui turbati per la tua improvvisa assenza.
Non pretendo una giustificazione da te ma non mi sembra corretto da parte tua allontanarti da casa di buon ora senza avvisare qualcuno di un probabile ritardo. Non hai pensato che la tua famiglia potesse preoccuparsi non sapendo dove fossi?»
«Hai ragione Ahmes, rispose il re, sono partito questa mattina mentre tutti voi dormivate ancora, il vostro riposo era così sereno che mi dava pena destarvi.
Ero certo di poter ritornare molto prima, invece il mio incontro con l’ambiziosa Mutnofret si è prolungato più di quanto avessi previsto.»
«Cosa aveva mai da dirti, replicò Ahmes, la tua seconda moglie di tanto importante, da tenerti finora lontano dalla tua magione?
Non credere, soggiunse, che io nutra dell’antipatia nei confronti dei suoi tre figli che, dopotutto, sono miei nipoti. Ciò che mi ha addolorato del tuo comportamento è che, per la prima volta in tanti anni, non mi hai resa partecipe delle tue ambasce. Ora ti chiedo solo di comprendere questo mio sfogo, concluse, dovuto solo all’amore e alla profonda stima che nutro per te da sempre.»
«Mia amata regina, non dire altro ti supplico, sono qui pronto a raccontarti ogni particolare di questo incontro che, seppur spiacevole, mi è stato di grande insegnamento. Senza volerlo quella donna mi ha mostrato una parte del suo essere che fino ad oggi ignoravo.
Sono convinto che questa rivelazione, un giorno non lontano potrà esserci di grande aiuto. Ora lascia che illustri come sono andate le cose:» Akheperkara raccontò nei minimi dettagli il dialogo avuto con la sua seconda moglie, cercando di non tralasciare neppure una parola, e quando ebbe finito Ahmes, annuendo, disse: «Ecco cosa intendevi dire con l’espressione “l’ambiziosa Mutnofret”.»
In quell’ultima decade del quarto mese di Peret l’intero paese era indaffarato nel prepararsi all’avvento, ormai prossimo, della stagione di Shemu. Gli agricoltori avrebbero dovuto sospendere i lavori nei campi e i Sacerdoti si preparavano per celebrare le numerose feste religiose tipiche di quella torrida stagione.
Hatshepsut diveniva sempre più bella nella sua rigogliosa crescita, in questo ultimo periodo, ella, aveva espresso a sua padre un desiderio di cui Akheperkara, in principio rimase stupefatto ma che, in realtà lo riempì d’orgoglio: -«Padre, voi stesso mi avete designata ad occupare, dopo di voi, il vostro meraviglioso trono e come futuro faraone, oltre all’istruzione scolastica, ho bisogno di apprendere quelle che sono le tattiche belliche e a prendere dimestichezza con le armi. Il nostro esercito dispone di Ufficiali di grande valore che da sempre servono la corona a cui sono fedeli e che, grazie a loro, sotto il vostro comando, questo Paese si è espanso, divenendo il più potente della terra.
Vi chiedo, dunque, di affidarmi alla loro esperienza affinché un giorno io possa difendere questo nostro regno e con l’aiuto degli dei, proseguire la vostra opera, continuando ad ampliarne i confini.»
«Figlia mia dilettissima, la tua maturità mi stupisce e mi rende fiero di te giorno dopo giorno. Come potrei negarti quanto mi chiedi?, hai dunque, veramente, la ferma volontà di intraprendere questo impervio viaggio durante il quale dovrai conoscere difficoltà, ostilità e sofferenze?, sei dunque certa di voler lottare per realizzare questo obiettivo?» «Si lo sono!» -rispose.- «Sia come tu vuoi, domani ti condurrò dai tuoi tre fratellastri lì potrai conoscere il mio capo rematore Ahmes figlio di Abana, egli è uno dei miei più valorosi ufficiali che ti inizierà alla pratica delle armi e alle tattiche militari. Insieme a lui ci sarà anche il tuo maestro Pen-Nekhbeth, questi due uomini mi hanno seguito in numerose spedizioni militari nei paesi nemici dove si sono sempre coperti di gloria.
I loro insegnamenti sono quanto di meglio io possa darti concluse il faraone.» La piccola principessa, senza rispondere, corse verso di lui con le piccole braccia spalancate e una volta raggiunto lo abbracciò all’altezza della vita, poi alzò lo sguardo per guardarlo in viso e lui, per la prima volta, vide quei grandi occhi neri lucidi di pianto e di commozione. Come per magia quelle lacrime si asciugarono e lei aprendo le piccole labbra in un fulgido sorriso disse:
«Grazie padre, non vi deluderò.»
Come promesso, il giorno dopo, Akheperkara insieme alla piccola Hatshepsut e a Sat Ra si diressero verso la casa di Mutnofret. Conobbe così i suoi fratellastri più grandi, Uazmes e Imenmes, dei quali sembrò non avere il minimo interesse, mentre nei confronti di Mutnofret fu subito evidente una certa ostilità. Fu invece il capo rematore Ahmes che catturò immediatamente la sua attenzione ed il suo interesse.
L’anziano ufficiale si chinò davanti ai sovrani ma lo sguardo della piccola lo aveva quasi ipnotizzato e riassunta la posizione eretta esclamò:
«Sua Maestà reca con se il più raro fiore di Uaset, la bellezza della piccola principessa viene spesso descritta da chi l’ha conosciuta ma, vi assicuro, mio faraone, che la realtà supera ogni possibile immaginazione.» Ahmes, come se avesse intuito il motivo di quella visita inaspettata prese la bimba per mano e la pregò di sedere accanto a lui e, sebbene nessuno l’avesse chiesto, l’ufficiale cominciò a narrarle di avventurose spedizioni, di grandi vittorie e di mitici condottieri del passato e, quanto più lui si dilungava nei racconti, più lei si entusiasmava, avvinta da quelle storie che evocavano le gesta gloriose dei soldati egizi contro le popolazioni del lontano nord. Era orgogliosa di discendere da quella stirpe di uomini dotati di tanto valore e coraggio; ascoltava con tanto interesse che nemmeno si accorgeva di quanto accadeva intorno, domandando spiegazioni ogni volta che qualche particolare non le fosse completamente chiaro.
L’incontro con l’anziano Ahmes segnò una tappa importante nella vita di Hatshepsut che volle ripetere quell’esperienza e, molte altre volte, vi si recò accompagnata dalla fedele nutrice.
Il giovane Pen-Nekhbeth che li seguiva, avvalendosi della sua esperienza, illustrava le varie tattiche belliche adottate nelle tante spedizioni e nelle diverse circostanze. Alla fine di ogni incontro, il momento più eccitante: il tiro con l’arco.
Mutnofret non era certo entusiasta di queste visite ma, cercava di mascherare il suo disappunto con delle false attenzioni e cortesie alle quali Hatshepsut, ben conscia della sua falsità, rispondeva educatamente mantenendo però le dovute distanze.
Durante uno di quegli incontri in casa di Mutnofret il fratellastro minore, Thutmose II fece la sua prima apparizione in presenza della principessa. Il bambino faceva di tutto pur di attrarre su di se l’attenzione di tutti: urla, schiamazzi, capricci e piagnistei. Un bambino viziato, privo della benché minima educazione e pieno di presunzione, nonostante la scarsa intelligenza, pensava Hatshepsut.
Quel primo impatto, fu tanto sgradevole che, senza nemmeno salutare, Hatshepsut chiese a Sat Ra di essere ricondotta a palazzo decisa a non ritornare più in quella casa.
Ormai oltre a Mutnofret, il suo sesto senso, avvertiva una nuova, piccola, insidia: Thutmose II.
I suoi incontri didattici con Ahmes e Pen-Nekhbeth sarebbero proseguiti ma in un luogo meno ostile!
Nei giorni seguenti, le lezioni di scrittura di lettura e di tattiche belliche della principessa, continuarono nella casa paterna col giovane Pen- Nekhbeth, mentre per suo espresso desiderio, il capo rematore Ahmes, due volte alla settimana si recava da lei per erudirla sulla storia dei grandi faraoni e condottieri del passato ed ogni notizia, nella sua mente, veniva assimilata in maniera indelebile.
Malgrado fossero ancora troppo pesanti, per la sua età, maneggiava già le armi con una certa padronanza e con il grande arco del maestro, riusciva a centrare una noce di cocco da una distanza di quindici cubiti. Mutnofret, intanto, non aveva affatto abbandonato l’idea di fare di uno dei suoi figli il futuro Monarca e, non perdeva l’occasione, ogni volta che poteva, tramite Pen-Nekhbeth o Ahmes, di mandare messaggi al faraone per informarlo sulla salute dei figli ma, principalmente, sulle evidenti attitudini di Imenmes al comando ed alla guerra. Akheperkara, ormai cosciente delle ambite mire della donna, le rispondeva con frasi evasive.
Finché un giorno, in occasione di una delle rare visite a Mutnofret, Akheperkara le fece una promessa solenne con la quale si sarebbero chiuse, una volta per tutte, le insistenze della donna.
«Nostro figlio Imenmes, domani, riceverà dalle mie mani il titolo di generale d’armata, ed al compimento del suo quindicesimo anno sarà nominato Generalissimo di suo padre. Come vedi, una carica riconosciuta solo ai figli dei re, disse il faraone.»
«Mio sovrano, rispose la donna, quale sorte hai riservato a Uazmes e a Thutmose?»
«Non ti pare prematuro parlare delle sorti di due bambini ancora tanto piccoli? La tua impazienza mi sorprende. In quanto a Uazmes, non vedo in lui alcun interesse specifico, sembra quasi indifferente a tutto ciò che lo circonda. Quando saranno più grandi cercheremo di capire quali sono i loro interessi e le loro aspirazioni, per ora lasciamo che crescano entrambi, hanno tanto tempo davanti a loro.»
Akheperkara, cominciò ad aver seriamente timore delle insistenze di quella donna, la sua ambizione era tale da potersi aspettare da lei qualsiasi rivalsa.
Giunto a palazzo, egli, mise al corrente la sua Sposa Reale delle preoccupazioni che aveva nei riguardi di Mutnofret. Ahmes, alla fine del racconto, rifletté lungamente, poi disse: «Mio sposo, se quella donna un giorno arrivasse a rappresentare un pericolo per la serenità e per l’incolumità di Hatshepsut, è necessario che noi la preserviamo da ogni possibile insidia. Mandale tre delle mie ancelle più fidate con il pretesto di un dono per l’ultimo figlio nato. Tefnet, Atys e la giovane Nefer saranno per noi delle incorruttibili sentinelle e ci terranno informati di ogni mossa o minaccia che Mutnofret potrebbe tramare ai danni nostri e della principessa reale.»
«Moglie insostituibile, saggia e giusta di voce, ancora una volta mi hai dimostrato la tua comprensione ed ancora una volta sei riuscita a trovare una soluzione diplomatica che possa tutelare noi e la nostra posizione. Oggi stesso partiranno le tre ancelle che tu stessa hai scelto.
Loro saranno le nostre dee protettrici che veglieranno sul nostro sonno.» Quello stesso giorno le tre ancelle, scortate da cinque soldati del re, partirono alla volta della casa di Mutnofret, uno dei soldati recava un messaggio per lei con il quale il re giustificava questo inaspettato dono. Giunti a destinazione, la padrona di casa li accolse con una espressione di stupore, mentre il soldato le porgeva il rotolo di papiro contenente il messaggio del re. Leggendo mentalmente la donna cambiò l’espressione del volto che, da stupore si mutò in diffidenza.
Come mai, pensava, questo improvviso interessamento del re per i suoi figli? Tre ancelle in regalo senza che lei ne avesse chiesta neppure una. Sapeva di non poter offendere il faraone con un rifiuto ma, da quel momento, avrebbe fatto molta attenzione ai suoi atteggiamenti ed alle sue parole in presenza di quelle sconosciute. Aveva intuito che le tre donne che aveva di fronte si trovavano li, nella sua casa, solo per spiare le sue mosse.
La stagione di Aket aveva, come ogni anno, ingrossato le acque del Nilo con le sue piene e i campi erano completamente inondati.
Tutto il Paese era affaccendato nei preparativi della grande festa di Opet. Nondimeno Akheperkara che, come faraone, doveva compiere le rituali offerte al dio Amon nel tempio di Karnak per poi guidare la processione fluviale della barca Userhat fino a Luxor.
Anche Hatshepsut era eccitata per questo avvenimento e, con la fantasia, immaginava quando lei stessa, una volta divenuta faraone, avrebbe seguito l’Userhat in processione.
Il tempio di Luxor, detto l’harem del sud, il grande tempio del dio Amon a Karnak, questi luoghi sacri, imponenti e colossali opere architettoniche. Questi luoghi non erano sconosciuti per la piccola principessa che, accompagnata da Sat Ra, durante lunghe ed istruttive passeggiate aveva già avuto modo di ammirare.
Specialmente il tempio di Mentuhotep II costituiva, per lei, qualcosa di estremamente affascinante.
Un giorno ammirandone la bellezza Hatshepsut disse a Sat Ra:
«Vedi questo tempio? Un giorno ne farò costruire uno più grande e maestoso, adorno di un meraviglioso giardino e di grandi vasche; vi saranno centinaia di colonne , diverse terrazze disposte l’una sull’altra e svariate cappelle ognuna delle quali sarà dedicata a un dio.
Tutto questo verrà edificato per mio volere dai più valenti architetti di tutta Kemet. Questo e molto altro io farò quando l’intero paese, dipenderà da me!»
La fedele nutrice, guardando la principessa, annuiva senza accorgersi che un velo di tristezza trapelava dai suoi occhi. La piccola principessa non poté fare a meno di notarlo e le chiese:
«Cosa ti turba mia fedele compagna?, quali grigi pensieri, quali cattivi presagi offuscano la serenità del tuo cuore?»
«Mia dolce principessa, -rispose la nutrice- vi ho vista quando Ra vi aveva appena aperto gli occhi, vi ho seguita e nutrita come il tenero bocciolo di un fiore delicato e inerme, vi ho amata e vi amo ancor di più ogni giorno che gli dei ci donano.
Ricordo quando le vostre piccole labbra non riuscivano ad emettere che pochi, incomprensibili, suoni. Poi le prime parole, le prime, ingenue frasi. Oggi vi ascolto esprimervi con linguaggio sicuro ed elegante. Dal vostro parlare si vede chiaramente il vostro carattere forte, la vostra tenacia e la vostra determinazione nel perseguire questo grande sogno di governare il Paese ma quanto dovrà costarvi tutto questo? quanti nemici dovrete crearvi? quanti pericoli dovrete correre per raggiungere questo obiettivo?»
«Tutti quelli che saranno necessari. -rispose Hatshepsut-»
Neferubity per caso, aveva ascoltato l’intero dialogo della sorella maggiore con Sat Ra e rivolgendosi ad Hatshepsut le disse:
«Come vorrei assomigliarti, mia bellissima sorella, come vorrei avere la tua forza interiore e come vorrei aver chiaro nella mente il mio futuro così com’è chiaro a te ma, anche se non riuscirò mai ad assomigliarti, sarò sempre fiera di essere sorella di colei che, un giorno, dimostrerà di essere una delle più grandi donne che la terra di Kemet abbia mai avuto.»
«Nobile sorella, non devi desiderare di assomigliarmi, nessuna donna è uguale all’altra ed ognuna possiede una forza unica e inconfondibile che si manifesta in svariati modi.
La tua forza è quella della dolcezza, dell’amore della giustizia e della comprensione umana.
Sii fiera, principalmente di questo e sappi che sarai sempre al mio fianco, perché io ho bisogno di questa tua grande, sublime forza, quando i primi ostacoli appariranno sul nostro cammino.»
«Non temere, io sarò con te - rispose Neferubity.-»
Una mancata congiura
Quel giorno Hatshepsut compiva dieci anni e il faraone, come di consueto, aveva organizzato una grande festa in suo onore ma, questa volta si trattava non solo del compleanno della principessa ma, anche di presentarla in società come colei che avrebbe fatto le sue veci durante la sua assenza. Infatti, di li a poco, egli sarebbe partito per l’ennesima spedizione militare nei paesi del nord, alla quale avrebbero partecipato anche il capo rematore Ahmes ed il giovane Pen-Nekhbeth. Hatshepsut e la sorellina minore, sarebbero rimaste in compagnia della madre, della nutrice e di un nutrito drappello di ottimi soldati che avrebbero presidiato il palazzo. Inoltre, un manipolo di cinque ufficiali scelti avrebbero scortato la famiglia reale durante gli spostamenti. Difatti, Akheperkara, aveva lasciato ad Hatshepsut il compito di sostituirlo in alcune funzioni politiche e religiose per le quali, varie volte, si sarebbero resi necessari dei brevi viaggi all’interno della valle del Nilo.
Per ordine del faraone, il nobile Pahery, avrebbe dovuto lasciare momentaneamente la tutela del piccolo Uazmes per iniziare la principessa reale a tale, eminente, ruolo ed in funzione di questo, le quattro donne avrebbero trascorso un breve periodo nella casa dello stesso Pahery, i cui possedimenti si estendevano da Nekheb (El Kab) fino alla regione di Abedu (Abido).
Superfluo dire che la giovane principessa si sentiva inorgoglita dell’incarico affidatogli dal padre era, quindi pronta a dare il meglio di se stessa per dimostrare a tutti le sue straordinarie capacità ed al faraone di meritare tutta la sua fiducia.
La festa ebbe inizio: tutte le fiaccole e i tripodi del palazzo furono accesi, i personaggi più importanti e le più nobili famiglie di Kemet furono invitate, i suonatori, con arpe e sistri cominciarono a intonare le più dolci melodie e le arie più festose; un sontuoso banchetto fu servito ai nobili invitati, composto da innumerevoli prelibatezze accompagnate da vino dolce e birra. Hatshepsut e Neferubity erano raggianti, una così bella festa non capitava ogni giorno.
La gioia e l’allegria aleggiava per tutto il palazzo e le note della musica sembravano salire, leggere e soavi, fino al cielo. Nel bel mezzo dei festeggiamenti però, qualcuno approfittando della confusione, si introdusse furtivamente nella dimora reale.
Sei uomini trasportavano a braccia due casse, ognuna delle quali conteneva cinquanta bottiglie di vino, stavano cercando di raggiungere celatamente le cucine.
Senza far rumore, imboccarono un breve corridoio poco illuminato, uno di loro però, non si avvide di due scalini e, inciampandovi, lasciò la presa facendo cadere fragorosamente la cassa mandando in frantumi il suo contenuto.
Il gran fracasso attirò una delle sentinelle del re che, si trovava in quei pressi, e che, data la confusione, non riusciva a rendersi ben conto da dove fosse arrivato quel rumore.
Finalmente arrivò al corridoio ma, quando la sua fiaccola lo illuminò, trovò solo un cumulo di bottiglie rotte, una cassa fracassata ed un’altra piena di bottiglie di vino ancora intatte.
Il soldato informò subito il capo della servitù che, stupefatto dallo strano incidente, diede disposizioni affinché tutto fosse ripulito e rimesso in ordine.
Intanto l’odore del miele, contenuto nel vino, aveva attratto un cane che gironzolava nel cortile e che, fiutato il liquido odoroso versato sul pavimento, prese a leccarlo avidamente. Pochi, dolorosi latrati e l’animale cadde al suolo privo di vita.
I domestici accorsi per ripulire nel corridoio, assistettero, ignari a tutta la scena, rendendosi subito conto che quel vino, apparentemente inoffensivo, in realtà, era stato adulterato con un potente veleno. Il cane morto ne era la prova ineluttabile.
La gravità del fatto necessitava che il faraone venisse subito informato. Facendosi strada a fatica tra i numerosi invitati, il capo dei domestici riuscì a raggiungere Akheperkara e, appartatosi con lui, lo mise al corrente dell’episodio poco prima accaduto.
Senza esitare, il faraone, diede l’ordine perentorio di distruggere quelle cinquanta bottiglie, dopodiché ordinò che le porte del palazzo venissero chiuse immediatamente ma con molta discrezione, per evitare di creare scompiglio tra gli intervenuti.
Dopo qualche attimo di riflessione il faraone si diresse verso il centro della grande sala dove i festeggiamenti volgevano, ormai, al termine e attirata l’attenzione degli astanti comunicò:
«Illustri ospiti, vi sono veramente riconoscente per la vostra presenza qui nella mia casa. La principessa, mia figlia, vi è grata per tutte le cose preziose che le avete, generosamente, donato.
Questa festa, resa così bella dalla vostra magnifica presenza, sta per chiudersi ed io ho chiuso simbolicamente le porte di questo palazzo con il semplice scopo di poter ringraziare personalmente ognuno di voi al momento del commiato.»
In questo modo, pensò Akheperkara, se qualcuno degli attentatori si fosse, in qualche modo, mimetizzato tra gli invitati, sarebbe stato facilmente individuato. Ma chi aveva potuto organizzare una simile congiura e a che scopo? Un sospetto improvvisamente lo assalì. «Dei dell’universo... Mutnofret! Possibile che sia arrivata a tanto? I suoi bersagli in questo attentato non potevano certo essere Hatshepsut o Neferubity, troppo giovani per bere vino. Mirava principalmente a me ed alla regina, naturalmente molte altre persone, presenti alla festa, sarebbero morte se il suo piano avesse avuto esito positivo e se anche avessi avuto la fortuna di salvarmi, sarebbe stata la fine del mio regno.
Un’intrusione al palazzo del faraone è qualcosa di ingiustificabile! Cosa avrebbe pensato di me il popolo? Come può, un uomo che non riesce a garantire la sicurezza nella sua casa, garantire quella dell’intero Paese?»
Tutte queste considerazioni, fortunatamente per il faraone, rimanevano tali. Gli dei questa volta si erano schierati dalla sua parte, la grave notizia non sarebbe mai trapelata. Gli intervenuti ai festeggiamenti furono congedati ad uno ad uno da Akheperkara fiancheggiato da quattro soldati ed alla fine uno sconosciuto, mal vestito e dall’aspetto trasandato fu trattenuto e messo agli arresti. L’uomo fu tenuto prigioniero per quattro giorni privo di cibo e senza bere un sorso d’acqua ma, nonostante ciò non si decideva ancora a rivelare il nome di colui che era stato l’artefice del malefico piano.
Il giorno successivo il faraone sarebbe dovuto partire per la terra di Kush ma, non poteva lasciare la sua famiglia senza aver prima fatto luce sul tragico episodio.
Il prigioniero, intanto si ostinava a tacere, finché Akheperkara, esasperato diede l’ultimatum al prigioniero:
«Per colpa di quanto è accaduto ho ritardato la mia partenza per Kush, dando così ulteriore vantaggio al nemico. Domani partirò imprescindibilmente dalla tua confessione, poiché se la tua ostinazione ti serrerà le labbra fino ad all’ora sesta di domani, tu partirai con me e il mio esercito e quando saremo di fronte ai ribelli Kushiti, verrai liberato in mezzo a quei terribili guerrieri. Sarai giustiziato senza che io mi macchi del sangue di un traditore.»
«Mutnofret, Mutnofret! Rispose l’uomo, lei mi ha dato l’incarico di portare a palazzo le cento bottiglie, così come agli altri cinque poveracci che però sono riusciti a scappare ma lungi da noi pensare che il vino fosse avvelenato. Quella nobile dama ci aveva raccomandato di non farci vedere, poiché quel regalo doveva apparire come per incanto. Lei ci ha indicato i passaggi da percorrere per non farci notare, lei ci ha organizzati per arrivare qui all’ora propizia per confonderci con la servitù, lei stessa ci ha indicato il buio corridoio che porta alle cucine omettendo, però, l’esistenza di quei due scalini che per fortuna hanno evitato il peggio a vostra Maestà ma che per me, forse, significheranno la morte. Ormai non posso fare altro che implorare la vostra clemenza, abbiate pietà di un uomo che voleva guadagnare due sacchi di grano per far mangiare i suoi figli. Questo è quanto avremmo ricevuto in dono come ricompensa, oltre ai pochi granelli d’argento che Mutnofret affidò alle mani di Kharys, un sacerdote del tempio di Amon che a lavoro eseguito, avrebbe dovuto spartire tra noi sei. Io, come vedete, ho subito solo la vostra giusta ira senza, peraltro, aver ricevuto nulla in cambio. Questo è tutto quello che so, la mia vita, ora, è nelle vostre mani.»
«Voglio credere alla tua storia ora però, dovrai rivelarmi i nomi degli altri cinque uomini che, una volta catturati, saranno inseriti insieme a te, sotto stretta sorveglianza, nella comunità dei costruttori che lavorano per innalzare le mie vestigia. In quanto a Mutnofret, verrà interrogata e mandata in esilio a Yebu da dove non farà più ritorno.»
Detto questo si ritirò nelle sue stanze, aveva bisogno di riposare, un lungo, duro periodo l’attendeva lontano da casa.
Quella notte, invece, non riusciva a dormire, un altro punto oscuro di quella brutta storia lo assillava: perché le tre ancelle, coloro che avrebbero dovuto controllare ogni mossa di Mutnofret, non avevano dato l’allarme di quanto stava per accadere? Mutnofret era riuscita a corromperle? oppure quella donna diabolica era riuscita ad eludere la loro sorveglianza?
Il mattino successivo il faraone radunò il suo esercito, pronto per partire alla volta del paese di Kush. Aveva già rimandato la partenza per troppi giorni, non poteva indugiare oltre, aveva lasciato a sua moglie Ahmes le ultime disposizioni sulle sorti da riservare sia a Mutnofret che a coloro che l’avevano aiutata nel realizzare il suo piano.
Il primo ad essere arrestato dalle guardie del re fu il sacerdote Kharys che, condotto al palazzo, fu portato al cospetto della principessa.
«Ti rendi conto della gravità del tuo gesto? disse Hatshepsut, come può un uomo della tua posizione sociale attentare alla vita di chi ti ha elevato ad un tale rango? quali allettanti promesse hai ricevuto da quella donna irriverente per farti cadere così in basso? parla! ed io ti risparmierò la vita.»
«E’ così mia principessa, Mutnofret mi aveva promesso di insignirmi del titolo di capo dei sacerdoti del dio Amon e una volta che Thutmo-se II, suo ultimo figlio, sarebbe come lei afferma salito al trono, avrei assunto la carica di Responsabile della Casa del Faraone e insieme ad altri prestigiosi titoli avrei avuto in dono oro a sacchi, grandi terre coltivate e un Nomo (regione) su cui avrei governato.
Ora che vi ho detto tutto manterrete la promessa di rendermi salva la vita? Concluse Kharys.»
«Le promesse dell’erede al trono sono imprescindibili, quantunque la gravità del tuo atto giustificherebbe un mio ripensamento. La tua vita sarà risparmiata, sarai degradato a ruolo di costruttore seguendo la sorte dei sei sventurati di cui ti sei servito. Il danaro che avresti dovuto spartire tra loro verrà confiscato insieme a tutti i tuoi averi. Così sia fatto! ordinò Hatshepsut.»
Nello stesso tempo le tre ancelle di fiducia della Regina Madre furono ricondotte alla reggia dove Ahmes in persona le interrogò.
«Come giustificate la vostra negligenza? Vi conosco da troppo tempo per pensare a un vostro tradimento. Esigo, però, una ragione plausibile che possa discolparvi da una simile mancanza.»
«Mia amata regina, rispose Tefnet, io, Atys e la giovane Nefer non vi avremmo tradito neppure in cambio di mille sacchi d’oro. L’astuzia di quella donna ci ha ingannato, ella ben conosce le formule dei veleni e delle droghe. La sera precedente a quella della vostra festa, come al solito ci è stata servita la cena ma, dopo neanche un ora dall’averla consumata, un sonno profondo ci assalì. Solo al nostro risveglio apprendemmo quanto era successo. Quel vino, bevuto durante la cena, era drogato e ci aveva messo fuori combattimento. Credo che Mutnofret, -proseguì Tefnet- abbia intuito in qualche modo il motivo della nostra presenza nella sua dimora. E’ tutto ciò che possiamo dirvi, concluse.»
«Il tuo parlare è sincero, rispose la regina, vi conosco come donne giuste di voce e sono cosciente della perfidia di Mutnofret, per ordine del re ella sarà esiliata a vita nell’isola di Yebu, sorvegliata giorno e notte.
Voi tre resterete nella sua casa dove vivono i suoi tre figli e mi terrete informata su tutto ciò che accade.
Questa volta però siate più guardinghe, quella donna potrebbe avere dei seguaci pronti a tramare contro di noi. Ora andate e ricordate di non toccare mai il cibo per prime, la fortuna potrebbe abbandonarvi e, al posto della droga potreste trovarci veleno.»
Hatshepsut con sua madre erano impegnate in gran parte dagli obblighi regali e dalla gestione del Paese: le varie feste annuali e i cerimoniali in onore degli dei erano tutti momenti della vita della Valle dove la figura del sovrano non sarebbe potuta mancare.
Fu proprio in quel periodo che la Regina Madre prese al suo servizio la famiglia di Ramose, un uomo di modesta fortuna originario della città di Hermonti, l’Eliopoli del sud. Questi aveva sposato Hatnefer di estrazione più agiata, dal frivolo s