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Birmania: ma quanti ci guadagnano?

Possiamo fare concretamente qualcosa?

Venerdì all’ora di pranzo, in alternativa alle soap-opera, cartoni animati e varie amenità, alla terza rete c’era un documentario sul dramma del popolo birmano.

Il programma si intitola “c’era una volta” e il giorno veniva mostrato un coraggiosissimo reportage non solo sulla situazione all’interno della Birmania ma anche sul crudele destino dei profughi o dei rifugiati nella vicina Tailandia.

Un racconto in prima linea delle atrocità compiute dal regime dittatoriale, dell’angosciante condizione dei profughi nei campi di raccolta, dello sfruttamento spesso paragonabile alla schiavitù di chi da clandestino salta il confine.

La vicenda del gentile popolo birmano sembra triste ed infelice ovunque si trovi.

 

Il racconto si sviluppava con un alternarsi di paura, disperazione, sollievo, speranza, gioia e poi di nuovo disperazione, frustrazione, paura e rassegnazione.

 

L’esercito distrugge i miseri villaggi ed il popolo fugge verso i campi profughi con un fagotto di poche povere cose e tonnellate di paura, dolore e disperazione.

L’arrivo ai campi con tanta gioia di aver scampato la morte e di essere finalmente in salvo. Poi ecco la scoperta che non c’è abbastanza cibo perché le persone sono tante a fronte di quantità di derrate  alimentari contate sulla base delle poche ufficiali. Dolore, fame, frustrazione, senso di abbandono e di mancanza di futuro prendono presto il posto del momentaneo sollievo.

La situazione e così disperata che molti tentano, corrompendo con ciò che possono, le guardie di confine e passano da clandestini nella vicina Tailandia.

Ma i clandestini sono carne da sfruttamento in tutte le parti del mondo figuriamoci in paesi dove la corruzione e approssimazione nel considerare i diritti umani sono problemi anche per la popolazione locale. E’ stato impressionante sentire parlare delle fabbriche di abbigliamento dove le donne birmane lavorano sette giorni su sette per pochissimi dollari al giorno. Possono essere buttate fuori nella strada  dall’oggi al domani senza nulla e sono tenute come bestie: poco cibo, poca igiene, nessun rispetto dell’essere umano e giacigli per dormire di gran lunga peggiori di quelli che noi prepariamo per i nostri cani.

 

Quelle donne lavorano per fabbriche che, grazie alla cosiddetta delocalizzazione della produzione, fanno arricchire i padroni che sfruttano, sfociando spesso nello schiavismo, il  povero popolo Birmano.

Ma voi vi immaginate il paradosso, in un paese dove già la manodopera ha un costo bassissimo, di  pagare quasi nulla una forza lavoro ricattabile e da usare a proprio piacimento?

 

Perché scandalizzarsi delle navi cariche di schiavi di due secoli fa, l’occidente usa lo schiavismo adesso come allora. Noi non vediamo le catene ma ne sappiamo della loro esistenza.

 

Cosa si può fare? Molto da consumatori, siamo noi i veri dominatori basta solo capirlo e mettersi d’accordo. Le marche che producono indumenti sono quelle che usiamo e dunque occorre trovare il modo di obbligarle a controllare le fabbriche che lo fanno per loro.

 

Al giornalista non è stato consentito di entrare per documentare ma se fosse il consumatore a richiedere trasparenza, pena il non acquisto, ecco che già quella parte di dolore del popolo Birmano noi potremmo evitarlo.

Va bene protestare mettendosi il fazzoletto rosso e scandalizzarsi sul regime, ma poi che fare per gli altri che cadono nelle fauci degli altri orchi, meno evidenti, ma non per questo meno crudeli.

 

Sono tornata a casa stanca dal lavoro ma mentre mi sdraiavo nel mio divano smollato pensavo a quegli occhi rigati di lacrime e disperazione: mi sono sentita una privilegiate con il solito merito di esser nata qui.

 

Le informazioni le trovate negli indirizzi che riporto sotto ma vale la pena di pensare davvero cosa fare. Internet ha  una forza aggregante anche di energie costruttive e già un primo passo è  prenderne coscienza. Incominciamo a divulgare la notizia ed incominciamo a pensare come si può concretamente agire.

 

Mi piacerebbe, questa volta, avere le vostre opinioni

link:

http://www.ceraunavolta.rai.it

by amanda decori — 2007-09-30 13:04 - © tutti i diritti riservati autore

spesso ci penso

Posted by MadEly at 2007-11-15 15:26

ci penso spesso anche io a come si potrebbe agire e non parlo solo del popolo birmano... come tu hai proposto, il rifiuto di acquistare sarebbe già un buon punto di partenza, ma è decisamente più semplice a dirsi che a farsi perchè per ottenere ciò dovremmo prima di tutto trovare il modo di entrare nella testa della gente modaiola e spendiacciona e cambiarne i modi di pensare e le abitudini. Generalmente quando si compra un paio di scarpe da ginnastica di marca non si pensa a tutto quello che ci sta dietro, anzi, molte volte lo si ignora (volutamente o no) totalmente. Bisognerebbe iniziare da una divulgazione di massa di notizie, immagini, REALTA'! e assieme ad esse bisognerebbe portare il messaggio che per provare a fare qualcosa per questa povera gente dobbiamo noi rinunciare ad alcune minime cose. Sembra semplice detto così. Già vedo la folla che a queste parole, magari pronunciate da una persona ascoltata ed amata, annuisce, dice di sì, promette, ma il giorno dopo sarà già in un altro negozio a comprarsi un nuovo paio di scarpe. è abitudine e consuetudine, siamo cresciuti così, siamo stati abituati così e non è semplice andare contro alle proprie abitudini e consuetudini, non è semplice neanche per una persona che crede veramente nella causa, figuriamoci per una persona che nella causa ci crede poco o nulla. Mi rendo conto di non aver proposto nulla di costruttivo e di essere stata pessimista nel mio commento, però quando penso allo schiavismo occidentale, alle guerre di potere e alla povera gente riesco solo a vedere tutto nero perchè io di fronte ai titani del mondo sono meno di una formica...

le formiche

Posted by amanda at 2007-11-15 18:26

e già... ma le formiche insieme spostano il mondo ed una sola può trasportare sette volte il suo peso. La vera rivoluzione della formica è che pensa per la collettività. Grazie per il tuo pensiero.

la forza delle formiche

Posted by MadEly at 2007-11-15 18:38

io ammiro le formiche per la loro forza, la loro determinazione e la loro organizzazione, almeno noi uomini potessimo essere come loro! l'essere umano può sì avere la forza, la determinazione e l'organizzazione di una formica, ma, contrariamente ad essa, ha anche dei pensieri, delle idee, delle aspirazioni, degli interessi che, per natura fisiologica umana, non possono essere uguali a quelli di tutti gli altri. Nonostante tutto penso anche io che tante formiche facciano una forza e possano veramente fare la differenza anche se con tantissimi sforzi ed estrema fatica. Prima di fare qualsiasi cosa bisogna essere in grado di riunire tutte queste formiche che sono disposte a fare veramente qualcosa.

Tu ed io siamo due di queste, ma ancora non bastiamo

dipende

Posted by amanda at 2007-11-17 18:02

dipende da cosa, per prendere coscienza siamo già abbastanza. Chiunque si metta a pensare fuori dagli schemi ha già fatto un grande passo. Se guardi la massa nessuno conta, ma se guardi l'individuo ognuno è preziosissimo in se e per se. Chiunque incominci a percepirsi come essere pensante e non di puro consumo o strumento di affermazione, potere ecc... diventa libero e la libertà ha un potere dirompente. Ma ciascuno deve sperimentarlo su di se. Non è una esperienza che si può raccontare.

 

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