Commemorare non festeggiare
Oggi sono cento anni della "festa" della donna, ma davvero non c'è niente da festeggiare.
Non ho nessuna intenzione di condannare chi oggi esce rigorosamente con amiche e va a mangiare la pizza, felice e serena di questo spazio concesso dai mariti. Non ho neanche voglia di esprimere giudizi per chi va a vedere spettacoli alla "full monty".
Non credo di averne né il diritto, né l'interesse. Mi curo poco anche della passione prevalentemente maschile del porno figuriamoci del tentativo femminile di passare in goliardia spinta questa giornata. Sono "concessioni" occidentali in un mondo prettamente tagliato al maschile. Ma non voglio neanche puntare il dito sulle differenze evidenti di possibilità lavorative e di guadagni: sarebbe troppo ampio il discorso.
Invece mi interessa ricordare il sacrificio e l'isolamento dei più deboli, degli ultimi, degli indifesi. Le donne a tutte le latitudini e longitudini occupano a vari gradi, ampie fasce di questa categoria e spesso sono così assuefate a detta condizione che la giustificano.
Commemorare vuol dire ricordare e prendere coscienza delle tante ingiustizie in modo tale da evitare che poi le stesse donne possano ripeterle sul più debole di turno.
Ma finché si trasformeranno nel proprio cuore le date delle commemorazione e della riflessione in semplici feste commerciali si perderà l'occasione di contribuire al miglioramento generale del mondo.
Non si spegne un incendio con un cucchiaino è vero, ma se i cucchiaini sono migliaia qualcosa si può di certo fare.
Mi auguro che donne e uomini possano prendere coscienza del male che, involontariamente o volontariamente, arrechiamo a chi meno si sa difendere.