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La mia Anna Frank

É di questi giorni l'assurgere nuovamente a pietra dello scandalo il faccino adolescente della povera Anna Frank. Così come in vita anche dopo tanti anni dalla morte la sua comparsa in questa terra è andata a braccetto con il dramma. Il più stupido ovviamente è quello che la vede indossare una maglia di calcio in segno di offesa. Indubbiamente il gesto va doverosamente punito, ma mi vengono in mente gli insulti cretini dei bambini fatti con termini il cui significato di per sé non hanno nulla di offensivo. Nella mia infanzia si insultavano i compagni delle elementari usando “ponte”. Non eravamo ancora abbastanza maliziosi da dare un chissà quale significato allusivo, semplicemente uno aveva dato ad un altro del “ponte” e tutti avevano riso. Sicuramente per il tono, ma da quel momento in poi era davvero difficile dire o ascoltare la parola “ponte” all'ora di geografia senza sollevare una ondata di risate. Neanche la maestra riusciva a frenare quell'irresistibile richiamo, la “stupidera” era più forte. Ma non sono le reminiscenze scolastiche a farmi piombare nel passato. Mi torna in mente il mio primo approccio con Anna Frank: un film. Avevo otto anni e rimasi così impressionata che volli in regalo per il mio nono compleanno proprio un piccolo diario. Decisi di scrivere anche io ad una amica immaginaria, non avendone nella realtà, ma essendo già molto pratica optai per quella stella che vedevo ogni notte dalla finestra della mia camera. Pensavo fosse la stella polare ma si trattava di Sirio, come scoprii molti anni dopo ormai alle scuole medie. Anche allora ero incostante, scrivevo quando ne avevo voglia e non sempre ero proprio disponibile a raccontare quello che davvero avevo nel cuore. La grafia disordinata di certo non era aiutata dalla mancanza di righe nelle pagine e le dimensioni ridotte del diario. Dopo poche parole arrivavo già alla fine del foglio, pochi concetti in una sola pagina. Il diario incominciò a diventare un rifugio quando la solitudine diventava più difficile da sopportare. Pertanto lunghi buchi temporali caratterizzavano le mie incursioni nel libretto, finché ormai dodicenne decisi di abbandonarlo chiedendo un altro diario più grande. Volevo distaccarmi fisicamente da quella bambina, ritenendomi ormai una ragazza. Avevo letto più volte il diario che mi aveva ispirato, capendo sempre poco, ma sentendomi sempre più vicina alla sua scrittrice. In realtà scrivendo cercavo di esorcizzare quel senso di solitudine e di dramma imminente che più che altro immaginavo e che riversavo con poche calibrate parole nel mio libretto. Lei sognava chiusa in una soffitta, io sognavo chiusa nella mia incapacità di comunicare con i miei coetanei. Poi anche per me arrivarono i primi turbamenti, le prime emozioni ed il diario divenne davvero il solo modo per poterne parlare, sempre poco. Io ero ombrosa ed introversa, Anna solare e piena di vita. Mi sono chiesta poi a lungo quanto la gabbia che ci creiamo sia più forte di quella che ci impongono. Anni dopo quando ho avuto modo di visitare il claustrofobico rifugio di Anna Frank ho capito quanto meraviglioso fosse il suo essere e la sua voglia di vivere. Ho ripensato alla mia comoda cameretta dove potevo scrivere, piangere e lamentarmi di ciò che non avevo. Ho pensato alle differenza fra i due diari e a ben vedere sembravo io la reclusa. Sto parlando di bambine, quindi di essenza pura, ma probabilmente la vera fortuna è quella di nascere con il sole nel cuore. Non ho mai più riletto il diario di Anna Frank, forse oggi lo interpreterei con gli occhi "troppo" di persona adulta, così come non ho più riletto i miei diari, non sapendo più dove siano finiti, ma li ricordo nella loro essenza. Del resto ancora oggi ogni tanto sento la necessità di scrivere e questo lo devo assolutamente a lei. Al di là di ciò che il suo faccino rappresenta nella grande tragedia che è stato l'olocausto, per me lei è stata un riferimento, una forza, una amica più grande che parlava la stessa lingua di tutti gli adolescenti. Probabilmente per questo la “stupidera” della maglia mi sembra ancora di più imperdonabile, come lo erano i comportamenti idioti ed insensibili dei compagni bulli.


Amanda Decori pubblicato il 25.10.2017 [ Blog ]


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