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Non ci resta che il titolo

Ogni epoca ha le sue mode e storture e devo dire che in quella che viviamo l'abbondanza dell'una e dell'altra aprono spesso dei siparietti ironici. Fra le mie numerose amicizie non può mancare la procacciatrice di prodotti a chilometro zero. Lei ha un vero e proprio olfatto sviluppato per scovare inaspettati punti di smercio di coltivatori diretti alla ricerca di guadagni più dignitosi per loro e di prodotti, si spera, più genuini per noi. Non so come faccia ma riesce a trovare e differenziare per tipo, qualità e, non meno importante, orario di apertura questi spacci naïf. Vivere in provincia aiuta di sicuro, ma se vi affidaste a me la scelta sarebbe fra un supermercato o un centro commerciale. Al massimo potrei indicare il banco bio ormai sempre più vasto in ogni market.

Ultimamente ha trovato una piuttosto attempata coppia che, anzichè godersi il sole per un accumulo di preziosa vitamina D, nonché a causa di investimenti sbagliati ed il crollo dell'edilizia, ha dovuto virare per una condivisione dei propri terreni e ricavare prodotti non solo per autoconsumo. In qualche modo si producono la propria pensione, ma per quanto le forze li sosterranno in tale impresa energivora è difficile da decifrare. La mia amica ci si è affezionata, forse perchè anche lei fa parte di quei laureati il cui titolo è costato di più di quanto attualmente non produca, forse perchè nel campo, quello edile non agricolo, forse perchè si sta chiedendo se le convenga virare decisamente attività e magari lanciarsi in culture idroponiche. Non so cosa le frulli nella testa ma approfittando della domenica ho deciso di seguirla nell'acquisto di scorte vegetali per la settimana, inoltre mi sembra di mettere una ipoteca sulla comprensione delle generazioni future qualora mi trovassi anche io in questa situazione, ipotesi niente affatto campata in aria. 

Così entriamo nel garage parcamente adibito a vendita, oserei dire in stile minimalista rurale. Il solo tributo alla tecnologia è una bilancia elettronica, i calcoli vengono fatti a mano su blocchetto di carta, niente calcolatrice. La venditrice è minuta, energica, volto rugoso e capelli tinti di un caldo marrone. Le si illuminano gli occhi al nostro ingresso mentre sta servendo una giovane signora, fede fiammante all'anulare sinistro, intenta al controllo dei pomodori. Ci spostiamo verso le cassette e le guardiamo con le mani dietro la schiena in segno di assoluta sottomissione all'imperativo del cartello "Vietato toccare la merce". Ma la voce gentile alle nostre spalle è più conciliante.
<< Si serva ingegnere>> chiaramente rivolta alla mia amica.
<< Mi chiami Graziella>> ribatte lei prontamente afferrando un guanto ed una busta di carta, decisa a tuffarsi sull'uva. Sempre alle nostre spalle la giovane signora si anima e puntualizza con voce acuta.:<< Glielo dico sempre anche io di non chiamarmi avvocato>>.
Ci guardiamo con l'aria di un "chi se ne frega" gigantesco, ma la cortese venditrice si precipita a colmare il palese imbarazzo.
<< Io chiamo come mi ricordo, ora non ricordavo il suo nome ... ingegnere>>. Oddio, penso, adesso l'altra ci dovrà snocciolare altri titoli! Devo partecipare alla riffa fra poveri o me ne sto in disparte soppesando le nostre non adeguate mise agli standard di guadagno immaginati per le categorie professionali? Non mi sembra che nessuna di noi sfoggi costosi abbigliamenti o accessori. Ridiamo e la mia amica chiude la pratica con un: << l'importante è che l'uva sia buona, io ho sempre mangiato con la stessa bocca a prescindere dal titolo>>.

Comunque soddisfatta d'aver puntualizzato la sua posizione sociale, vera o presunta, la giovanotta se ne va fortunatamente senza affibbiarci nessun bigliettino da visita. Parlindoci chiaramente siamo una generazione così ridotta male che neanche le mini presentazioni su card possono ridarci la dignità della nostra collocazione sociale perduta. Del nostro galleggiare precario odorano le nostre vesti e le nostre membra. 

<< Signora Anna non mi chiami ingegnere per carità! O costringe gli altri a puntualizzare il proprio titolo>>  sempre ridendo la mia amica vorrebbe distogliere la memoria della venditrice dal ricordo di una informazione scambiata così senza nessuna pretesa, fra l'acquisto di una pera ed un melone. Vorrebbe evitare la spiacevole constatazione che di questi tempi a chiamarla con il titolo siano sempre di più persone fuori dall'ambiente di lavoro, quello sempre più raro. La guardo e se la bocca ride il suo sguardo un po' meno.

Mi decido ad attuare la mia manovra diversiva: << Io non sono altrettanto titolata ma mi piacerebbe avere pomodori succosi e buoni ed il suo meraviglioso saluto>>.

E lei di rimando:<< Non si preoccupi i pomodori sono sempre tutti buoni e se non mi ricordo il suo nome la posso sempre chiamare bella signora amica dell'ingegnere>>.

Amen, era meglio tacere!


Amanda Decori pubblicato il 02.10.2017 [ Blog ]


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