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Malattia mentale

vista dal protagonista

Ho finito di leggere il meraviglioso libro “La campana di vetro” di Sylvia Plath. Sono rimasta impressionata dalla sua scrittura e fortemente colpita dalla versione dall'interno di temi poco trattati, se non addirittura tabù. La scrittrice è morta suicida i primi anni '60 e aveva provato sulla sua pelle l'elettroshock così come si praticava a quei tempi, con una disinvoltura eccessiva.

Il racconto ha forti parti autobiografiche ma lascio ad altri la spiegazione e l'inquadramento delle sue tematiche. Infatti nel libro si trovano ampie prefazione e postfazione, quello che a me interessa è la narrazione intelligente e cruda dal punto di vista di chi ha vissuto la schizofrenia. Certo il personaggio è stato poi analizzato ed utilizzato per il suo lato femminista, ma per quanto mi riguarda questo è un fatto secondario frutto più della sua intelligenza superiore che di una effettiva ribellione alla società del tempo. Mi ha sconvolto il racconto dell'insorgere dell'apatia e della determinazione a trovare una modalità per ultimare la propria vita.

L'autrice, che era una poetessa, scrive con una modalità così naturale e perspicace da far comprendere perfettamente il senso di ineluttabile estraneità da un mondo “normale” ma in qualche modo banale e poco attento. Impressionante come gli altri abbiano paura del diverso e come si sentano da questo tradito, quasi come se lo star male sia prima di tutto un affronto verso chi le sta affianco. La deriva della mente e la descrizione che la protagonista da apre una serie di interrogativi sulla malattia, la terapia ed il poco rispetto verso questi dolori umani. Fra curiosità morbose, disprezzo, paura e vergogna i “normali” inanellano una serie di atteggiamenti più riprovevoli della malattia stessa.

La sua potenza descrittiva è così vivida che mi sono fatta delle domande su temi che avevo sentito accennare fugacemente ma che avevo sempre messo da parte, allo maniera dei personaggi del libro.

Come per esempio la pratica ancora in uso ai giorni nostri dell'elettroshock, con metodologie differenti, per i casi gravi di schizofrenia o di depressione con rischio costante di suicidio e farmaco-resistenti. Terapia di cui si parla poco, forse per il forte impatto negativo del termine, ma praticata in 91 strutture sanitarie e considerata salvavita. La lettura di questo meraviglioso racconto mi ha costretto a porre l'attenzione su tematiche ignorate che comportano una sofferenza enorme in chi ne è affetto e per le famiglie. Mi sembra necessario un approfondimento della tema.


Amanda Decori pubblicato il 31.12.2017 [ Riflessioni ]


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