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Felicità

Cosa sia la felicità lo sappiamo tutti. Lo sappiamo d'istinto e lo impariamo la prima volta che da neonati percepiamo lo sguardo della mamma o di chi si prende cura di noi. Lo sappiamo esattamente senza bisogno di definizioni o descrizioni. Poi vocabolari ed individui titolati e non, ne hanno dato l'interpretazione cercando di spiegarci quella sensazione che noi conosciamo esattamente come sappiamo trovare al buio la nostra bocca.

Tutti sappiamo d'istinto che la felicità è una sensazione di assoluto benessere che ci rende impossibile non sorridere, sappiamo benissimo che è intensa ma dura poco, eternamente messa alla prova dall'insorgere di spinte emotive contrastanti quali dubbi, insicurezza, paure o semplicemente stanchezza a tenere la bocca atteggiata a sorriso. Impazzano libri, convegni, corsi, fra i quali quello carissimo nella prestigiosa università di Yale con una richiesta di partecipazione esorbitante, tenuti da guru, psicologi, antropologi, life coach e persino sedicenti docenti che vogliono insegnarti come essere felice.

Mi viene in mente il detto popolare che dice "insegnare al padre a covare", che vuol dire insegnare qualcosa a chi già la conosce. Ma nel caso della felicità le persone si mettono in fila sentendosi grate delle verità spiegate. Se poi non riesci ad essere felice sempre e comunque è evidente che sia colpa tua, ti sei applicato poco, sei una persona negativa e rancorosa, non segui il pensiero positivo e ti lasci condizionare dalle contrarietà.

Trovi scritto che puoi essere felice anche se sei depresso, il che di per sé è una contraddizione in termini od ossimoro per i fanatici della retorica; che puoi star male ma essere felice, abbandonato, solo e disperato ma felice. Stiamo parlando forse del ridere e piangere contemporaneamente come dopo una buffa ma rovinosa caduta? A parte il fatto che non lo facciamo proprio proprio contemporaneamente, la bocca prima si atteggia a pianto e poi a risata, la differenza temporanea, anche se di frazioni di secondo, esiste. Quindi semmai possiamo dire che abbiamo una alternanza di sensazioni che ci consente di affrontare il dolore con una intensità frammentata e dunque più sopportabile. Ma essere felici quando si sta male mi viene proprio difficile da credere a meno che non si tratti di masochisti. Ne so poco dell'argomento ma continuo ad essere dell'idea che in ogni caso il sentimento non sia proprio proprio contemporaneo. 

Non ho mai visto nessuno affrontare un tumore dicendo "a come sono felice che mi sia venuto un cancro", "a come sono felice devo fare chemioterapia ed avere i dolori", oppure perdere il lavoro e dire "a come sono felice sono stato licenziato". Anzi si, quest'ultimo caso lo conosco, ma si trattava di una situazione di lavoro umiliante e massacrante che la persona non aveva il coraggio di lasciare a fronte del nulla, infatti poco dopo subentrò "e adesso cosa faccio?".

Per carità dopo ci si attrezza ed una soluzione la si cerca, di solito, è il senso di sopravvivenza stessa che ci guida. Quello che io trovo non propriamente corretto è l'utilizzo del termine felicità. Imparare ad essere felici vuole essere un sinonimo di imparare a godere il presente e quello che si ha a disposizione? Ma questo vuol dire dare il giusto peso alle cose anche se non necessariamente ci sentiamo nello stato inebriante che la felicità produce. Vuol dire evitare manifestazione isteriche perchè ci si è rotto un tacco o il solito furbo si è infilato nella fila davanti a noi.

Forse sarebbe il caso di dire che si deve imparare ad essere più sereni, più educati, civili e disposti a trovare una soluzione nelle avversità e la forza di sopportare malanni ed ingiustizie che la vita ci offre. Ogni volta che sento corso per imparare ad essere felici immagino stuoli di persone che entrano in una porta ed escono da un'altra lobotomizzati con un perenne sorriso ebete nella faccia. 

É vero ci sono persone più contente di altre, lo sono anche quando apparentemente non avrebbero nessun motivo per esserlo, ma sono convinta che fra un po' ci diranno che è stata trovata la sostanza o il gene responsabile di ciò. Sono certa che ci siano dei margini di manovra per imparare a stare un po' più sereni, ma addirittura diventare sempre felici...

Perdonate lo scetticismo, io credo che sia un modo estremo per propagandare il proprio corso e far diventare felice chi lo conduce, almeno finchè non comincerà a sua volta a sentirsi insoddisfatto, o subentri qualcuno più accattivante di lui e le cose andranno meno bene, a quel punto è probabile un viraggio verso l'infelicità. Vuoi mettere pubblicizzare un libro o un corso dicendo "imparare a diventare felici" piuttosto che "imparare ad essere sereni"? Ma certo, tutti si iscrivono al primo! Sarebbe come scrivere su un prodotto "rende i tuoi denti bianchi" oppure "toglie le macchie". E se mi toglie le macchie lasciando l'alone? L'altro prodotto me li fa BIANCHI, cioè del colore bianco a prescindere che io di base li abbia di pasta giallognola.  

Capisco che ci sia una grande necessità di imparare a star bene soprattutto quando i bisogni primari sono stati soddisfatti e noi continuiamo a non sentirci contenti, ma forse basterebbe iniziare a rispondere con un "bene" alla domanda "come stai?", anzichè snocciolare malanni veri e presunti. Iniziare con una educazione di base e non pensare che il primo urlatore possa infonderci la gioia con una siringa magica. Evitare quelli che ti promettono di stamparti un sorriso meraviglioso se seguire il loro full immersion (corso accelerato per quelli che parlano come mangiano) con costi da gioielleria. Esistono sicuramente dei metodi per arrivare man mano ad affrontare meglio le avversità, ma non accade tutto in quattro e quattr’otto.

Si anche io ho fatto tutta una giravolta da far venire mal di testa, ma non essendo una solare di nascita contesto l'utilizzo del sostantivo felicità con la facilità con cui ci viene sbandierata dai positivi ad oltranza. No non ho un metodo prêt-à-porter (come la moda, pronta all'uso) per diventare felice quando invece mi esce fuori il fumo dal naso o lo stato d'animo è peggio del grigio delle giornate piovose, ma un metodo per rasserenarmi si quello ce l'ho: sorrido. All'inizio è solo la bocca ma poi man mano sento che tutti i muscoli facciali vengono coinvolti e poi anche la mente si rilassa. Magari poco dopo azzanno alla giugulare chi mi passato davanti alla fila, ma almeno negli istanti precedenti sono stata più serena, persino felice.


Fabiana pubblicato il 23.02.2018 [ Emozioni ]


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