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Autori

Uno scritto a caso

Gioia
[poesia]
Fedel Franco
24.07.2013

Il funambolo

1944. Colonnello tedesco "grazia" un paese montano da rappresaglie e deportazioni.

1944. I rastrellamenti nazifascisti nell’Alto bresciano proseguivano. Nella zona della Valle Camonica non s’era mai avuta tanta severità. Un grave conflitto a fuoco ebbe luogo il 27 settembre, in località Sedulzo, zona montana di Borno, lungo la strada che conduce al lago di Lova. Una combriccola di partigiani si scontrò con ufficiali tedeschi che tornavano da un addestramento militare effettuato nei pressi di un rifugio. Nello scontro due partigiani morirono e, altrettanto, una decina di ufficiali tedeschi. Nel tardo pomeriggio, reparti tedeschi provenienti dal comando di Darfo, per vendicare l'accaduto arsero tutte le cascine poste sul versante di Lova e rastrellarono i contadini della zona che furono tradotti nella bassa valle per gli interrogatori. Un secondo rastrellamento, fu eseguito il 4 ottobre 1944, alle prime ore dell'alba; bloccate tutte le uscite del paese, i soldati tedeschi passarono porta a porta e costrinsero la gente a riversarsi in piazza. Venne poi dato l'ordine di bruciare parte del paese.

L'arciprete Don Moreschi e il curato Don Pinotti si offrirono in ostaggio al colonnello nazista, Hans Behrens, e dopo innumerevoli suppliche riuscirono a risparmiare il paese grazie a un interprete tedesco con compiti speciali che operò bene per evitare ai bornesi morte e deportazione. I vecchi, gli invalidi, le donne e i bambini vennero rilasciati, mentre tutti gli uomini validi tradotti a Darfo. Ai contadini fu imposto di consegnare tutto il bestiame e, poi, fu appiccato il fuoco ad alcune vecchie abitazioni per eludere l'aero che fu mandato in ricognizione per verificare l'avvenuta distruzione del paese.

Il colonnello tedesco ben consapevole dell'imminente sconfitta del nazifascismo, e risparmiando in questo modo l'abitato di Borno dalla distruzione, si “costruì” un'attenuante e una carta di via libera per il momento della “precipitosa” ritirata. Ma ancora, la presenza nazista nel territorio non era considerata a rischio…

Borno festeggiò la sua salvezza. Per quattro sere le osterie erano stracolme di “salvati”. Il vino era il re delle tavolate, contornato da cibarie succulente.

Giuseppe Bassi, medico del paese, era il meno sobrio. Nelle sue chiome chiare e folte non si notava un solo capello bianco. La carnagione abbronzata pareva il simbolo della salute. Si alzò, inquieto, dal gruppo canoro e frastornato dal vino, e andò alla finestra per scrutare al buio la località Navertino, come per affrettare il rientro di Vinicio Rinaldi, ex funambolo del paese. La snervante attesa obbligò Giuseppe a sedersi attorno al camino. Tra i presenti, su un tavolino, una enorme ciotola colma di polenta e formaggi emanava quel profumo invitante che il dottore odiava; avrebbe volentieri portato via tutto, e non gli sembrava giusto sbarazzarsene solo perché Vinicio non era presente.

Quando sentirono la porta spalancare, Giuseppe si alzò e andò incontro “all’artista dell’aria” tendendogli le mani. Brutte informazioni: i tedeschi non se n’erano andati, anzi, avevano aperto la loro provvisoria base in un palazzo Seicentesco, Franzoni.

«Ho appena parlato con l’ufficio del podestà. La segretaria ha detto che giungerà qui il segretario repubblichino della Valle Camonica, il capitano Mutti, ma non sapeva altro. Ha detto che è partito da quasi un’ora. Dovrebbe essere già qui!»

«Il segretario fascista Mutti! Un farabutto! È Comandante provinciale della G.N.R. dell’Alta Valle! Lo odio!», esclamò un biondo diciottenne, splendido; e la guerra aveva spento in lui prematuramente l’ultimo barlume dell’adolescenza.

Un’indignazione si elevò nella bettola. Il medico bestemmiò: un peso terribile gli strinse il petto, gli salì rombando alla testa. Nell’osteria c’era il miscuglio sociale; chi apparteneva alla sola esperienza fascista o sostentatore per pura casualità, e c’erano parecchi comunisti. Con tale miscellanea non era certo il tipo di riunione che preferiva, anche se era contrario alla guerra e favorevole alla libertà di parola. Forse non era abbastanza coraggioso per diventare un agitatore politico.

Dopo un po’ s’aprì l’ingresso. Due repubblichini, a lato, per “cedere” l’accesso maestoso del capitano Mutti; l’unico fascista del paese a portare occhiali, evidenziando, in tal modo, una certa superiorità intellettuale sulla massa informe che lo attorniava. Particolare rivelatore del comando era il suo vestiario uniformemente nero, con un fez blu notte a tentare di mascherare il campo di carote sulla testa, che tanto stonava con il suo colore preferito. Camicia nera, pantaloni neri con lo sbuffo e stivali impeccabilmente neri ne facevano un federale fatto e finito.

«Mi compiaccio del buon esito tra l’arciprete del paese, l’interprete e il colonnello Behrens. Festeggiate, signori... Festeggiate che è imperioso fatto la vita rinata a Borno! Brindo con voi!», esultò il capitano.

«Pensiate sia giusto, capitano!», disse il medico; e soggiunse in tono di sfida: «Dimenticate nove mesi fa: veniste a Borno per un rastrellamento di testa vostra. Dedicai molto per “disinfettare” civilmente il paese dalla vostra strage, ma inutilmente. Con aiuto di molti, recuperati i corpi dei nostri compagni, cercammo di raccogliere gli oggetti che avrebbero dovuto avere un minimo valore, mentre scarpe, anelli, accendini e soldi erano stati portati via dai vostri uomini. All’unico insegnate scolastico del posto, da morto, per potergli togliere la fede d’oro gli spararono una raffica sulle mani e asportando le prime falangi gli sfilavano l’anello. Quando raccogliemmo il corpo del povero maestro uscirono alcune parti della calotta cranica con il suo contenuto. I vostri geni soldati gli presero anche il portafogli, ma gli lasciarono in una tasca due lettere della famiglia dove gli avevano scritto: "colpito al cranio".»

«Ebbene, dove sta il succo della storia!», disse il fascista; deglutì con uno sforzo.

«Quel maestro era mio fratello!»

Uno strano spirito di contraddizione spinse il fascista a ribattere:

«La guerra non guarda in faccia a nessuno!»

Giuseppe alzò la faccia con aria offesa.

«Il vostro commento è ricco di assurdità!»

Il capitano Mutti non sapeva con certezza se aveva vinto o perso. Un po’ stordito cercò nuovi argomenti. Si rivolse ad altri presenti, puntando per di più lo sguardo sull’ex funambolo.

«Per la salvezza del paese, il colonnello Behrens chiede il contributo della popolazione per gestire una festa in piazza, con tanto di acrobati, giocolieri e illusionisti. Ma... di artisti se ne vedono pochi, però il qui presente signor Rinaldi è un valente funambolo e potrebbe coprire come unica attrazione valida per il comando tedesco. Vi siete fatto una solida fama come “funambolo d’alta quota” camminando su cavi tesi tra alti edifici o attraverso grandi stadi europei. Ho già menzionato al colonnello Behrens il quale trova compiacente lo spettacolo dell’aria!»

Vinicio era sconvolto. Uno degli avventori, un baldo operaio agricolo, che aveva udito ben bene il discorso, gli spiegò:

«Ha abbandonato la professione! Rinaldi ha sessantacinque anni, e noi del paese temiamo per sua incolumità! Il dottor Bassi ne può dare conferma: Vinicio non è più in grado di esibirsi a una impressionante altezza!»

«Vero! È un mio paziente, e non consento lui il ripristino di un rischioso esercizio!», sentenziò il dottore.

Vinicio ritrovò l’aria di star bene; sembrava solo un po’ stanco. Era nato da genitori nella cui famiglia il mestiere di acrobata o trapezista si tramandava da tre generazioni. Si fece avanti.

«Non voglio deludere il comando tedesco di cui tanto ho da ringraziare per avere salvato il paese. Cari compaesani, lasciatemi continuare finché il Signore me lo consente. Lui è lassù con me.»

«Quando saprai che Dio vuole che tu smetta?», osò dire un ometto calvo.

«Quando… quando mi abbandonerà!», disse pacatamente.

«Parole sagge!», proruppe il capitano Mutti. «Vinicio Rinaldi viene da genitori nella cui famiglia il mestiere di acrobata o trapezista si tramandava da tre generazioni, dico giusto?»

«Esatto, signore. A sei anni già partecipavo agli spettacoli. Quando divenni maggiorenne il mio numero di maggior successo consisteva nel mettere tre sedie una sull’altra e nel sollevare in equilibrio sulle mani tenendo saldo alla spalliera dell’ultima sedia.»

«Geniale! Congratulazioni!»

«Grazie, capitano. Poi, iniziai a camminare sulla fune sospesa e, quando scoprii le mie doti acrobatiche, ideai un numero mozzafiato. Tenni tra le mani un bilanciere, camminai fino a metà della fune. Mi chinai: un minuto con una rotula del ginocchio sulla fune e un piede sollevato.»

«Stupefacente! Sareste in grado ripeterlo?»

«Potrei eseguire esercizi a me pratici e adattabili per la mia età.», concluse l’ex funambolo.

«Da quel che ho sentito dire, anche il vostro unico nipote pratica funambolismo, vero?»

«Sì, a tempo perso lo adatto a questo esercizio perché sarà mio erede. Egli ha solamente diciassette anni; Alessio è stato un ottimo principiante, volendo dire. Ora, è quasi un professionista.»

Il dottor Bassi rimase sconcertato per un secondo. Intervenne, protestando:

«È un periodo più freddo di ottobre! C’è ghiaccio per le strade. Che esaltazione una festa all’aperto per quel… quel rispettabile colonnello tedesco!»,

«Andate a parlargli!», obiettò il fascista. Attese. Indi, agli astanti, sentenziò: «La festa si terrà il ventisette ottobre, alle ore tredici. Mercatini, musiche e canti non comunisti, recite e acrobazie. Avrete da realizzare un filo sospeso per il nostro funambolo!»

«Come sistemarlo nella piazza?», precisò un avventore scorbutico.

«Ho già ideato. Sistemerete un traliccio provvisorio in piazza Caduti. Il filo, alla possibile massima altezza, lo piazzerete tra il medesimo traliccio e il perimetro del campanile! Senza rete!»

I presenti protestarono per la troppa banalità e assurdità progettata nella mente del capitano Mutti. In un momento di silenzio contenuto male, il dottor Bassi dichiarò:

«Rinaldi è già morto! Due anni privato di esercizi acrobatici, ritentare l’impresa non è più da maestri.»

«Mentite, dottore! Il signor Rinaldi continua a insegnare e dimostrare al nipote come camminare sulla fune sospesa e posta al campo sportivo! So tutto io!»

Il fascista ridacchiò. Era sulla soglia e strinse la mano all’ex acrobata, dandogli raccomandazioni.

«Faccia qualche pratica personale. Si rimetta in forma.

Affidatevi all’abilità e alla rapidità di riflessi per tutti i casi d’emergenza!»

Uscì coi suoi giannizzeri.

Altri pensieri turbinavano nella mente di Vinicio, come i dolorosi lampi di un’emicrania: un suo figlio morto, caduto dall’altezza di dodici metri, a Vienna.

Il dottore gli porse il portasigarette. Era d’oro massiccio, con il monogramma, ma molto semplice. Ottimo gusto.

«No, grazie. Da un po’ fumo la pipa.»

«Non esisti più, caro Vinicio! Peccato non sono un criminale: avrei ammazzato il capitano e, di seguito, vendicato la morte di mio fratello!», disse, e sospirò.

 

***

 

Quattro giorni all’ora prestabilita. I capimastri del legname possedevano abilità eccezionali: posando in opera, una sopra l’altra, possenti travi di legno “costruirono” un palco così perfetto che non era possibile infilare tra il legname neppure la punta del coltello. Sulla base di esso un traliccio delle linee elettriche, bene avvitato e cementato; un traliccio abbandonato ma utile, divelto appositamente e trasportato con carri e camion sul luogo prestabilito. Una fatica faraonica! Crearono anche piattaforme da porre ai limiti della fune. Attrezzisti competenti, infine, fissarono sull’alto del campanile una fune spessa due centimetri, da collegare con la cima del traliccio.

Nel frattempo, assistito dal nipote, Vinicio cominciò ad

allenarsi presso il campo sportivo. Si esercitò su una fune tenuta a un metro di altezza, poi a tre e, infine, a circa nove metri. Alessio non si stancava di raccomandargli prudenza.

«Non mollare mai il bilanciere. Fai una parte del tuo corpo!»

«Come se non sapessi nulla, eh nipote!», borbottò, giustamente, l’acrobata “rinato”, stringendo a sé il baldanzoso ragazzo dagli occhi di un azzurro cupo e da un masso di capelli castani.

Il dottor Bassi gli propose un suggerimento.

«Ho escogitato un piano. Fingerete di cadere, e io dichiarerò che avete qualche costola contusa e una benda sulla testa. Una mia documentazione firmata al comando tedesco che voi non potete più esibire!»

Vinicio storse la bocca. Non era d’accordo col dottore. Inspirò profondamente, ma parlò con voce quasi sicura:

«Impossibile dileggiare i tedeschi. Se scoperto l’inganno ne va della nostra vita e di molti altri. Provereste soddisfazione? Lasciatemi fare. A terra, mi sento un uomo morto. La fune è la mia vita.»

Il dottore lo fissò senza capire.

«Perdiana, Vinicio, hai fatto la scelta mortale!», disse lottando per mantenere un tono di voce calmo.

Nel tardo pomeriggio, Vinicio desiderò sperimentare l’impianto della fune tesa nonostante il freddo cane. Solo, s'arrampicò sul campanile. Mise i piedi sulla piattaforma posta tra la loggia e l’orologio. Gli costò uno sforzo terribile. Sollevò, soppesandolo, il bilanciere di sedici chili, misurò con lo sguardo il percorso, e si mosse. Dopo l’incertezza dei primi passi, avanzò. Giunto a metà percorso, piegò lentamente le ginocchia, posò il bilanciere sul cavo ed eseguì una verticale sulla testa. Un fragoroso applauso rimbombò nella piazza. Poiché il cavo descriveva un arco profondo sette metri nel punto di massima depressione, la seconda metà del percorso era in salita, e il bilanciere diventava ogni secondo più pesante. Ma quando, dopo sedici minuti, Vinicio rimise piede a terra, il suo volto era raggiante.

 

***

 

27 ottobre. Il pomeriggio si preannunciava una giornata ventosa e soleggiata ma infinitamente algida.

Il capitano Mutti aprì il portale del palazzo Franzoni, ossia la “Casa del Fascio” bornese e lasciò che si chiudesse dietro di sé. Con le mani in tasca e gli occhi bassi, salì i gradini, con espressione delusa. Nessun negozio aveva sigari, soltanto tavolette di tabacco e tabacco da fiuto. E il capitano era un uomo che con il brandy voleva ottimi sigari.

Salì le scale, i muscoli del viso tesi, e rimuginava dentro di sé. Aprendo la porta dell’ufficio direzionale ebbe moto di sorpresa al vedere il colonnello Behrens.

«Attendevo lei. Quel dottore, il Bassi, venuto a me stamane, chiedendomi sospendere esibizione del funambolo. Troppo vento. Voi avevate approvato decisione!» disse il tedesco nel suo stentato italiano.

Imbarazzato, il fascista cercò di evitare il suo sguardo.

«È falso! È nota la sfacciataggine del dottore… Lui sa convincere altri senza ragione plausibile!»

Un risolino beffardo uscì dalla gola del colonnello.

«Dottore Bassi è in stato d’arresto. Spettacolo si fa senza suoi intralci!»

Il fascista fece un leggero fischio e scosse il capo.

«Però quel dottore ha ammesso davanti me che organizzazioni partigiane sono pronte a sopraffare tedeschi accampati da qui sino alla quota del monte San Fermo. Che ne dice capitano? È allarmante?»

«Non so dove il dottore abbia attinto le informazioni a sua disposizione, tanto da essere tentato di arrivare a concludere che egli si sia inventata questa versione della storia a fini prettamente spaventevoli nei vostri confronti.», sentenziò Mutti.

«Speriamo sia così. Un mio informatore è sceso a valle per verificare. Amo la sicurezza delle mie truppe.»

La festosa piazza aveva solo due bancarelle (dolciumi e profumi), sette saltimbanchi, un teatrino di strada e musicisti viandanti. Uomini dalle giacche nere si stavano muovendo attorno al fuoco, raccoglievano legna per espandere calore nel dintorno… Nell’aria l’odore della pancetta. Un fornaio stava controllando il pane di mais.

«Io, qui, vedere gente felice! Provare in me enorme soddisfazione!», disse il colonnello.

«L’attrazione principale è pronta, signore!», sentenziò una giovane SS.

«Bene. Dare inizio spettacolo!»

«Sì, signore!», rispose; il soldato batté i tacchi e si chinò leggermente il capo.

Il colonnello guardò il gerarca fascista battendogli in una spalla, gli occhi gli brillavano per l’eccitazione. Soggiunse:

«Momento giunto. Numero funambolo mio gradimento. Accomodiamoci al balcone, dove poter ammirare tutto tragitto dell'equilibrista!»

Dal balcone “panoramico” di Palazzo Franzoni, il colonnello sparò due colpi in aria come indice di massimo silenzio e attenzione. La folla cominciò a radunarsi. Dall’alto, Vinicio controllò il vento; soffiava a circa venti chilometri l’ora a terra, con raffiche molto forti. Un altro sguardo a trentacinque metri d’altezza sopra la piazza, e non c’era modo di misurare la forza delle correnti che giungevano dalla valle sottostante. Il funambolo impugnò un bilanciere. La folla zittì. Vinicio fece cinque passi avanti, poi esitò. Le raffiche di vento crescevano d’intensità. Vinicio fece un passo indietro, si fermò, e poi andò avanti deciso. A circa metà strada, il vento gli gonfiò la camicia e gli sferzò i pantaloni. Dopo un’altra quindicina di passi, piegò le ginocchia come per donare meno superficie al vento. Lisella, la figlia, vide il bilanciere vacillare e si rese conto che la situazione del padre era pericolosa.

«Siediti, papà, siediti!», urlò.

«Resisti, nonno!», vociò Alessio. «Ti supplico! Resisti! Resisti! Resisti!»

Vinicio piegò le ginocchia come per mettersi seduto, fece una smorfia e i piedi gli scivolarono. Cercò d’afferrare il cavo con la destra e per un po’ ci riuscì. Ma intanto teneva saldo il bilanciere con la sinistra. Il vento fece girare l’attrezzo ed egli fu strappato dalla fune. Nel precipitare afferrò il bilanciere con entrambe le mani nella tipica posizione professionale del funambolo, con i gomiti piegati.

Un tonfo! Tanto sangue da macchiare la celeberrima e antica fontana. I due ufficiali restarono di ghiaccio al solo udire grida d’angoscia e d’orrore della gente. Il corpo del funambolo era accerchiato dai “pietosi” e accarezzato dalla figlia in lacrime.

Qualcuno bussò alla porta; una SS riferì ai due ufficiali che la popolazione esigeva la presenza del dottor Bassi, al che il colonnello gli concesse la liberazione. Il dottore

arrivò quando Vinicio era oramai cadavere. E non poteva fare nulla se non firmare l’atto di decesso.

«Dispiace questo increscioso episodio, ma malumore gente mi induce scendere a Malegno. Voi restare qui, finché necessita, a pensare calmare gli animi di tutti, capitano Mutti.», gli ordinò.

Tra lo sbigottimento del fascista, lo schieramento tedesco levava le ancore: una fila di carri d’artiglieria e camion prese strada per la bassa vallata. La discesa verso Ossimo Inferiore era un tratto calmo, salvo movimenti occasionali dietro gli alberi o ai cespugli dove erano piazzate alcune armi dei partigiani delle zone limitrofe. Un sergente SS, ossuto con il viso scavato, si girò verso il superiore con un risolino furbo.

«Meglio non reagire, signore! Questi dannati “rossi” sono più sanguinari di una lince in un pollaio e hanno una mira eccezionale.»

«Non temo loro, sergente. Sono dei balordi fiacchi!»

Un po’ sotto la linea di difesa, un gruppo di fucili partigiani esplose una serie di colpi. I tedeschi assumevano posizioni di combattimento e prendevano sotto il fuoco di armi automatiche la colonna nemica che subiva rapidamente forti perdite e abbandonava quasi tutto il materiale.

 

***

C’era nervosismo in piazza. La morte del funambolo ebbe un effetto devastante su tutti coloro che gli erano vicini. Il capitano Mutti supponeva scenate di ribellione da parte della popolazione. Barcollò, aspirò aria attraverso i denti stretti, cercando di scacciare quella sensazione. Fortunatamente la situazione procedette alla bell’e meglio… Dopo due ore la piazza fu “svuotata” . Del corpo di Vinicio portato alla morgue del cimitero.

Giorni a venire, la situazione prendeva aspetto di cattivo auspicio nella Valle Camonica. Con l’approssimarsi del crollo dell’esercito nazista s’infittirono i collegamenti degli antifascisti per scambiarsi comunicati e mansioni e per organizzare un’insurrezione di massa.

La prima settimana di novembre, al comando del capitano Mutti, una quarantina di legionari controllarono l’organizzazione TODT incaricata della costruzione di fortificazioni adibite a deposito viveri, nella zona del Lazzaretto a dosso del torrente Trobiolo. Durante il trasporto dei materiali di casermaggio e dell’equipaggiamento della Compagnia Legione “M” Tagliamento, qualcosa del carico veniva sottratto. Il personale civile della organizzazione TODT, incaricato della consegna, fece sparire dall’automezzo degli indumenti invernali, in dotazione ai legionari: giacche a vento, maglioni e passamontagna. I quattro responsabili erano del luogo; ammisero e restituirono il maltolto. Dopo aver accertata ogni responsabilità, i quattro furono condannati a morte. A decretarne l’ordine fu il capitano Mutti che fece anche affliggere l’ordinanza di fucilazione in paese.

I condannati furono trasferiti nella sovrastante montagna. Verso sera una squadra di repubblichini di stanza a Boario giungeva sul posto con la pretesa alla immediata fucilazione.

Il dottor Bassi non convinse il podestà. Alla sede della G.N.R. di stanza a Boario l’accordo per la salvezza dei quattro fu considerato carta straccia. Il capitano Mutti, invece, evitò il dottore ma questi lo rintracciò nella chiesetta di san Firmino.

«È un delitto! Avete preso quattro peccatori, uno dei quali è fratello minore del funambolo Rinaldi che voi stesso l’avete ammazzato! Esigo che siano liberati immediatamente! Non vi rendete conto che state perdendo la guerra, e il vostro Duce medita già la fuga coi tedeschi!»

Mutti squadrò il dottore dalla testa ai piedi, indi fissò il bavero della giacca.

«Sono qui, da giorni, sempre a testa alta, e non fiuto nessuna caduta della Repubblica salodiana! Ed eviti dare ordini a me, “dottorello”!», sbraitò. «I condannati saranno condotti a Paline e fucilati entro le ore ventitré di stasera. Mi tolga le mani di dosso!»

Il dottore non gli aveva lasciato il bavero.

«Fucilateli pure! Borno saprà reagire!»

«Starò proprio a vedere. Il mio recapito è alla “Casa del Fascio”!», schernì il capitano.

In ritardo sull’orario, i quattro “ladruncoli” furono fucilati. Sette uomini, armati, si schierarono di fronte ai condannati; il capitano attese a dare l’ordine di fare fuoco per far soffrire quanto più possibile il quartetto.

Il giorno dopo la tragedia, il dottore Bassi organizzò il movimento clandestino; organizzò raccolte di soldi e armi, distribuì volantini tra la popolazione per sostenere la Resistenza e creare collegamenti per attivare e intensificare i punti di riferimento e di azione nei vari paesi attigui. Da tempo, altre formazioni attivarono collegamenti di controllo e di verifica per quanto accadeva nell’ampia zona camuna presidiata dal comando del capitano Mutti; con tali collegamenti era possibile allertare i disertori e i renitenti che potevano così sfuggire ai rastrellamenti e indicare al comando C.N.L. iseano le persone che venivano catturate, inviate in Germania per essere internate in campi di concentramento, avviate al lavoro nella TIDT, o arrestate e incarcerate.

Il 20 novembre, il capitano Mutti fu “richiamato” alla “Casa del Fascio” bornese dopo una giornata di preghiera al santuario dell'Annunziata. Vi salì sull’altopiano con una combriccola di fedeli. Apprese che il dottor Bassi era a capo dei partigiani locali, assumendo il soprannome di “Codola”.

«Notizia spregevole! Una tramutazione imprevedibile in quell’uomo!»

Cominciava a divertirsi. Era incuriosito e si rendeva conto del proprio potere. Un potere di vita o di morte. Doveva essere molto piacevole. Il capitano agitò il sigaro e si fece cadere la cenere sulla pancia.

«Fascisti ! Alzate le mani o sparo!»

Era lì sulla soglia, il capo-dottore, attorniato da valenti partigiani che riuscirono con uno stratagemma entrare nel palazzo senza che i nemici s’accorgessero; cercava inutilmente di fare una faccia feroce, ma aveva un mitra. I militi non reagirono.

Mutti si alzò dalla sedia e camminò verso di lui con le braccia non alzate, ma aperte.

«Fantastica impresa, dottore, ma sapete che vi costerà la vita? Voi non avete le palle per sparare. Avete in mano la mia vita, eppure tremate. Anche a distanza sento la puzza dell'alito che viene a tutti quando si secca la gola, il mio non deve essere diverso.»

«Non provocatemi, capitano!»

«Tira quel grilletto, ti faccio vedere che differenza c'è tra te e un uomo come me.»

Il dottore chiuse gli occhi e tirò il grilletto. Una raffica, un gran casino! L’odore della polvere da sparo. Però il fascista era ancora in piedi.

«Si butti a terra, capitano!», gridò un repubblichino.

Di puro istinto il fascista si buttò di lato, sentì una raffica diversa: era un MAB questo. Tornò la vista, come

se un film della sua esistenza si fosse incantato per un attimo e ora riprendesse a scorrere. C’erano corpi a terra, corpi di sei partigiani. Il dottor Bassi boccheggiò come un pesce gatto, il sangue si stava già spargendo per il pavimento. Più in alto, il soffitto era tutto butterato…

«‘sto idiota non è stato capace di dominare il rinculo. La sua raffica mi è passata sopra la testa.», sentenziò il capitano.

Raccolse il mitra “nemico”: era uno Sten, una cosa brutta fatta di alluminio stampato, produzione in serie senza alcuna qualità. I MAB “fascisti”, vecchi modelli, erano meglio. Sparò sul dottore.

Ma bruscamente la scena cambiò. Senza che nulla avesse fatto prevedere un simile cambiamento, Lisella, la figlia del compianto Vinicio, apparve sulla scena, come se trattasse del secondo atto o piano B. La ragazza doveva avere preparato, all’insaputa del dottore, l’intervento secondario. Sparò all’impazzata e ben determinata, con un mitra di buona qualità, calcolando freddamente che la finestra era il mezzo migliore per assicurarsi la fuga.

Sterminò l’intera squadra fascista. La ragazza era sfuggita alla morte, ma un proiettile le aveva procurato una brutta ferita a una spalla.

La popolazione, avvertita del fatto immane, proteggendo Lisella, era ben consapevole che poteva ancora cadere nelle maglie di reti o rischiare altre severe rappresaglie di stampo fasciste. Con l’assassinio del capitano Mutti, Borno aveva buone ragioni temere rastrellamenti per individuare gli assassini, ma già i cadaveri dei “rossi” e del dottore, rinvenuti nella “Casa del Fascio”, faceva supporre ai fascisti dell'Alto Comando valligiano un già effettuato problema risolto. Purtroppo le cose non stavano così.

 

***

 

Dopo la fuga provvisoria del colonnello Behrens, questi ritornò a Borno in una tarda sera di fine marzo. Proseguirono gli orrori dell'occupazione nazista. Soldati tedeschi urlarono qua e là. Passarono due grossi autocarri trainanti cannoni sollevando nuvole di polvere. Dei soldati puzzolenti di sudore, di polvere e di tabacco perquisirono a più riprese gli abitati attigui alla piazza. Alcuni agitarono il calcio del fucile e li colpirono un po' dappertutto, sulle gambe, sui fianchi, sulla schiena. Un soldato strappò i bottoni d'oro della giacca di un ingegnere e se li mise in tasca. In piena notte, il suono del campanello della porta di casa Rinaldi strappò dal sonno Lisella. Ella corse nel calore rassicurante del letto del figlio minore Alessio. Il ragazzino era disteso sul letto completamente vestito, con gli occhi spalancati. Un'altra scampanellata. Udirono il ciabattare di zia Giovanna, sul pavimento di marmo. Una voce d'uomo in lingua tedesca, poi dei passi pesanti; Lisella li seguì con l'orecchio finché furono molto vicini.

Alessio saltò giù dal letto quando entrò un soldato con l'uniforme delle SS. Parlò molto svelto, agitando la pistola in loro direzione, che in risposta annuirono, calmi.

Condotti in cortile non c'era traccia di Tomy, il loro cane lupo. Il canile era vuoto. Alessio trovò l'amata bestiola su un monticello di sabbia, acciambellato e irrigidito. Vide, grazie alle fotoelettriche dei tedeschi, che aveva sangue nero e secco sulla gola. Dappertutto ci furono soldati dall'aria sudicia e nevrotica.

La signora Giovanna sparò rabbia a una amica.

«Ci fanno visita! Ma che cosa vuol dire?»

«I tedeschi hanno cominciato ad arrestare degli innocenti e presto potrebbero prendere anche vostra nipote Lisella, rea di aver ucciso il capitano Mutti.»

«Impossibile! I tedeschi ancora non sanno che la morte di Mutti fu opera di mia nipote! Nessuno in paese ha spifferato al comando tedesco in valle!»

Alessio, che udì quella conversazione, respirò affannosamente e il sudore gli colò dal viso.

Il colonnello Behrens, con gli occhi gonfi per la stanchezza si presentò dirimpetto a Lisella. Le chiese di condurlo davanti al sagrato della chiesa. La ragazza non rifiutò, convinta che con quel suo gesto potesse indurre i tedeschi a rimanere ammansiti per un po'. Quando giunsero al piazzale ove due grossi tronchi d'albero regnavano il luogo principale, un grosso camion verde arrivò all'ingresso, bloccandosi davanti la scalinata del sagrato. Scesero dei soldati, seguiti da un uomo in borghese con una fascia nera al braccio. Poi saltarono giù altri quattro uomini i maniche di camicia, facce stravolte e braccia legate dietro la schiena. I soldati ne trascinò uno sotto l'albero e lo legarono al tronco.

L'uomo legato era il vicario del curato Pinotti. Il prete, legato, scosse il capo e il suo aguzzino gli dette un violento calcio nello stomaco e gli tempestò il viso di pugni. Il poveretto gemette come un cane frustato. Un altro soldato gli calò sulla testa il calcio del fucile. I bornesi non poterono staccare gli occhi dalla angosciante scena.

«L'uomo in tunica nera le sostituisce nel supplizio. Pagherà la sua vita per voi che uccideste il capitano Mutti!», annunciò ironicamente il colonnello Behrens.

Lisella, pallida e atterrita, osò accostarsi al prete malmenato. Strinse i pugni per resistere e non urlare finché le unghie le penetrarono nella carne e nascose il viso contro il petto del sacerdote. Le lacrime le colarono sulle guance.

«Siamo molto fortunati a esser nati qui.», sussurrò il vicario, a fatica, causa bocca gonfia e impregnata di sangue. «Ama sempre il tuo paese, qualunque cosa succeda. E se mai dovrai andartene, non lo dimenticare!»

«La gente dice che un brav'uomo come me fa sempre fronte ai suoi doveri.», disse il colonnello. I suoi occhi spenti si dilatarono, ma subito si riprese e sorrise debolmente. «Può darsi che sia vero. Quando fai del male a me con un preciso scopo, corri il rischio che lo scopo non valga il male fatto. Può darsi che Borno non valga il dolore e dispiacere mio. Quel giorno della morte del funambolo Rinaldi mi avete umiliato con opere di sobillazione! Ora son qui a riscattare la mia dignità. Considerato che aste e tiranti sono ancora immortalati, si

ripeta lo spettacolo funambolico nelle ore pomeridiane. Sarà... sarà il giovine nipote del perdente equilibrista Rinaldi. Ebbi ammirazione per la Spelterini, famosa per essere stata la prima italiana ad aver attraversato le cascate del Niagara; uno spettacolo che lo paragonerei alle imprese del giovine vostro compaesano; costui sfiderà la legge di gravità. Se il ragazzo compirà e completerà l'impresa avrò la gratitudine di smantellare Borno dalle impronte del Terzo Reich. In tal caso, i quarantaquattro arrestati di stanotte verranno fucilati, molte case arse dal fuoco e derrate sequestrate. Infine, la responsabile della morte del capitano Mutti, dapprima sarà torturata e, poi, impiccata sul traliccio che sostiene le funi.»

Nella piazza altri colpi e urli terribili, a volte soffocati. Poi, d'improvviso, un intervallo di silenzio durante il quale si sentirono dei bisbigli e colpi di badile sul terreno. Uno sbattere di sportelli, un camion si avviò e il rumore si perse nella notte.

Alessio era al cancello con due soldati. Il suo sorriso dette tanto calore e conforto che gli occhi della mamma si riempirono di altre lacrime. Con rapide parole incoerenti raccontò al figlio il compito proposto dai tedeschi. La reazione del ragazzo fu immediata.

«Devo salvare i bornesi catturati e tu, mamma. In pomeriggio chiederò a Dio la forza di compiere l'impresa. La divina provvidenza dovrà pur sostenermi! Anch'io piango, e questo mi calma un po'.»

«Figliolo, se i tedeschi ti avessero concesso tempi lunghi, un enorme allenamento fisico non è certo sufficiente per realizzare quest'azione. Tu rischi da quell'altezza. Bisogna elaborare un vero piano.»

«Mamma... non ti agitare! A quell'altezza troverò la concentrazione, la tenacia, la costanza. Nonno Vinicio mi insegnò bene. Ricordo mi disse: “Incoscienza pura o infinita coscienza dei propri limiti e di sé stessi.”»

Il pomeriggio dell'esibizione prometteva bel tempo. Niente vento.

Il perfido colonnello ritornò a quel balcone del primo spettacolo fallito, attorniato da truci elementi delle SS. La folla cominciò a radunarsi nella piazza. Lisella era rimasta a casa, lontana dalla finestra. Non voleva guardare, ma solamente pregare.

Al coraggioso Alessio solo arrampicarsi fino al cavo gli costò uno spreco di energia. Ai piedi le scarpette di pelle di daino, avute in dono dal nonno.

«Coraggioso il ragazzo! Disposto a tutto. Gli auguro una caduta spettacolare e una atroce morte.», fece vigliaccamente una SS, slanciato e piuttosto alto, con la tipica muscolatura dei “palestrati” mussoliniani. «Se ce la facesse? Se portasse a compimento l'impresa?»

«Impossibile per quel pivello raggiungere all'altro confine. Certo, se dovesse farcela... la mia promessa è valida! Suo nonno fallì; il ragazzo lo consacrerà con la sua caduta mortale. All'unisono stesso funambolo!», disse col tono più formale possibile. Sparò un colpo in aria: il via allo spettacolo.

Alessio, come primo impegno di tutti i funamboli, era il misurare con lo sguardo il percorso. Soppesò il bilanciere a lui adeguato e si mosse. I primi dieci metri eseguiti con eccellente bravura. Indi, qualche difficoltà alla fin fine risolta. Proseguì con andatura lenta e costante verso la piattaforma d'arrivo. A circa sei metri dall'estremità della fune si fermò di colpo e il bilanciere prese a vacillare. Un attimo dopo l'arnese gli sfuggì di mano, urtò la fune con la testa e si ferì, ma riuscì ad afferrarla con entrambe le mani rimanendovi appeso. Un manichino dondolante!

Due inservienti siti sulla piattaforma d'arrivo, presero mosse per intervenire a salvaguardare la vita del ragazzo, ma due spari d'arma da fuoco obbligò loro a non muoversi.

La fronte di Alessio era impregnata di sangue e di sudore che colava, il che creava la chiusura delle palpebre. Tentò di issare sino alla fune, con una gamba, ma era talmente stremato che non ce la fece. Nonostante tutto udì un trambusto giù nella piazza e rimase di ghiaccio distinguendo grida d'angoscia e di orrore. Le braccia cominciarono a pulsare, diffondendo un bruciore insopportabile come provare stare attiguo al focolare. E il pensiero che, in quel frangente, la sua caduta mortale fosse l'ultimo dei problemi non riusciva a consolarlo. Sei metri al trionfo e alla salvezza sua, a quella della madre e dei prigionieri. La ferita al viso sanguinava copiosamente, fin sul mento da dove il sangue colava a chiazze venticinque metri giù sul selciato della strada principale.

«Avanza, avanza con le sole braccia! Puoi!», gli gridarono dalla piattaforma.

I sei metri furono completati con successo dopo tre terrificanti minuti. Fu colto da un capogiro e barcollò, subito sistemato dalle mani mani forti di uno degli addetti. Il pubblico esplose in un fragoroso applauso.

Il colonnello Behrens guardò sospettosamente i dintorni della piazza, come se qualcosa lo turbasse.

«Ce l'ha fatta il pollastro!». Il pomo d'Adamo cominciò a saltellargli su e giù per la gola. «In fin dei conti è stato uno spettacolo godibile. Splendida esibizione. Al ragazzo i miei ampi complimenti!»

Alessio fu curato. Se la cavò con una benda sulla sua ferita alla testa.

 

***

 

Le promesse del colonnello furono rispettate; già da subito i prigionieri poterono rientrare in famiglia. In contrasto con l'intera promessa, nel paese molte affissioni: “Verboten” (proibito); era “verboten” andare in certe vie, uscire dal paese, passare le notti fuori casa, portare pacchi, mettersi occhiali scuri e farsi crescere la barba.

La prepotenza tedesca non perdurò. Il 4 aprile una staffetta consegnò al colonnello un dispaccio. Letto ciò, sollevò lo sguardo collerico ai suoi accoliti. Un ordine secco: lasciare immediatamente il paese. Levarono le effigi naziste in ogni dove. La gente intuì il segno della imminente fine di Berlino. Un fumo nero e puzzolente uscì dai motori di due camion in partenza, schiacciando le poche aiuole intatte e i soldati partirono. Non tutti, però. C'era ancora un presidio: il palazzo Franzoni era ancora insediato da un manipolo di soldati e da un vice capitano.

La mattina del 12 aprile, i bornesi precipitarono alle finestre e videro i restanti soldati lasciare il luogo. Allineatisi lungo la strada gettò sassi e lanciò insulti all'unico mezzo nemico in fuga. Ogni tedesco aveva aria atterrita, occhi spenti e viso terreo. Uno di loro sparò in aria. La folla indietreggiò per un momento, poi si raggruppò di nuovo e urlò più forte di prima.

Distante da questa emblematica rivoluzione del popolo, in un piccolo camposanto Lisella e Alessio erano composti alla preghiera. Lì, era eretta una croce marmorea e, come epitaffio, un sostantivo e un nome: “Funambolo: Vinicio”.

«Era così che voleva andarsene il mio caro papà.», commentò Lisella. Il viso rigato di lacrime.

«Però nonno Vinicio ha vissuto una vita lunga e bella, non è vero, mamma?»

Fino all'ultimo istante.

 

***

 

Il 13 aprile i Russi occuparono Vienna. Il 2 maggio capitolarono le forze tedesche in Italia. La resa definitiva della Germania avvenne il 7 e fu ratificata il 10.

Hans Behrens, pluridecorato nella Wehrmacht, fu catturato dalle truppe sovietiche nel maggio 1945 e morì di prigionia il 13 febbraio 1955.


Gianmarco Dosselli pubblicato il 30.03.2017 [Racconto]


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