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Viaggi & avventura

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Ultimo sguardo prima delle terre di ghiaccio

Modesto baluardo dai tetti in torba

La magia di Núpsstaður (Nupusstadur) è persa nel tempo, ciò che resta è una modesta fattoria semi abbandonata con edificio centrale rivestito di umile lamiera, magazzini diroccati e curatissima chiesetta con i tetti in torba . Tutto intorno attrezzi arrugginiti sepolti nell'erba alta. É poco distante dalla strada maestra, non a caso chiamata Numero 1, con alle spalle una cascatella personale e davanti il nero oceano che lambisce una desolata costa. Eppure qualcosa di straordinario deve essere successo qui, qualcosa di ordinariamente normale ma al contempo eroico. Lo si percepisce nella schizofrenia fra il curato ed abbandonato, nello stridente accostamento di una antenna televisiva e i binocoli abbandonati nel davanzale della finestra, nella catena per ancorare la casa saldamente alla roccia e le pennellate rinvigorenti i colori delle facciate.

Uno sbiadito foglio mette subito in chiaro che nessuno abita più qui da tanti, troppi anni, nessuno più si preoccupa di controllare cosa potrebbe accadere in questa parte così remota prima che la Numero 1 andasse ad abbracciare l'intera Isola. Nessuno da tanto tempo dietro quei binocoli. Nessuno ad invecchiare più velocemente della stessa consapevolezza. Tempo scandito dal tutto uguale e dal timore che le variazioni siano il disastroso effetto di vulcani e ghiacciaio alle spalle. Binocoli che scrutavano nella rassicurante speranza che tutto sia noiosamente uguale.

La fattoria dista pochissimo dalla strada principale, ora sembra comodo arrivarci e disperatamente inutile viverci. Difficile trovare un motivo diverso dall'infliggersi una apparente quanto illusoria solitudine. Il sottofondo dei motori in strada funzionano da sirene attrattive di un mondo che cambia troppo velocemente. Eppure qualcuno si prende cura saltuariamente delle strutture principali. Dalla finestra si intravede una cucina modesta ma bene tenuta, il prato antistante è stato falciato, la chiesetta verniciata di fresco ed il lucchetto del cancello ben oliato. Nella facciata della casa campeggia una presa industriale, forse per alimentare luminarie per qualche festa o per consentire l'allaccio a camper o roulotte di passaggio? Ma il solo cartello informativo in tutta l'azienda è quello di proprietà privata, nessun riferimento, nessuna possibilità di sapere se sia possibile provare l'emozione, a pagamento o per grazia, di risentirsi per un attimo nel punto verso sud più lontano da Reykjavik.

I magazzini sono la parte più nostalgica ed abbandonata, deboli imposte malamente chiuse o semiaperte raccontano della mancanza di riguardo per quelle aree che hanno contribuito a produrre e conservare il sostentamento dei solitari abitanti. Nessuno più si cura di loro e della loro sicurezza. I muretti a secco sempre più instabili e l'erba alta nascondono insidie pronte a punire indiscreti cercatori di antichi modi di vivere.

Ma si va via con la netta sensazione di volerne sapere di più, avvolti dalla stessa aura nostalgica e solitaria, tremanti all'idea di tornare e trovare anche questo posto trasformato in una delle tante guesthouse partorite dal boom turistico degli ultimi anni.

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Marina Hiker pubblicato il 14.09.2017 [ Viaggi ]


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