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Lessico del calcio Padovano
[scritto]
annibale bertollo
15.10.2011

Le dipendenze affettive

Uomini che amano troppo

Tutti, nel corso della vita, desiderano prima o poi di instaurare una relazione affettiva. Per desiderio di condividere un pezzo di strada insieme ad un altro essere umano, per desiderio di genitorialità o per bisogno di sentirsi amati e protetti. Per alcuni individui però la relazione può rappresentare un vero e proprio incubo, in quanto essi sviluppano, all’interno del rapporto, quella che viene definita “dipendenza affettiva”. Non meno distruttiva di altre forme di dipendenza, come quelle da alcool, sostanze stupefacenti e gioco d’azzardo, la dipendenza affettiva è caratterizzata dall’annullamento di sé stessi per compiacere il partner. Il dipendente affettivo si dimentica della propria identità e dei propri bisogni, vive una vera e propria ossessione d’amore in cui ogni pensiero, parola e azione è rivolta al compagno/a. Si vive nel costante timore di essere lasciati, la paura dell’abbandono causa instabilità emotiva e pensieri ossessivi di pena e lutto, ci si dà da fare per dimostrare di meritarsi l’amore della controparte con gesti di affetto e azioni materiali perché il dipendente affettivo ha bisogno di una costante conferma che il partner sia ancora innamorato di lui. Così si finisce per amare” troppo”, che è diverso dall’amare tanto. Forse non può considerarsi nemmeno una vera e propria forma d’amore perché manca l’elemento basilare perché questo sentimento sia vero e sincero: l’amore per sé stessi. Il dipendente affettivo cerca affetto da parte dell’altro perché non riesce a darselo da solo, vive un costante senso di inadeguatezza e vergogna per ciò che è, quindi cerca di far innamorare il partner per ciò che “fa”, vive un’ansia costante che lo sprona ad agire per dimostrare all’amato, e forse anche a sé stesso, di essere diverso, di meritare amore. Si rinnega così la propria identità, si perde il proprio Io, le proprie vulnerabilità vengono represse o abbandonate,  probabilmente giungono anche degli stati di depressione e malessere cronico in quanto la perdita d’identità porta anche ad una perdita di senso in cui la vita appare priva di significato, schiacciata tra ingranaggi di routine, automatismi, senso di vuoto e anestesia di sentimenti ed emozioni causato dalla mancanza di contatto con il proprio nucleo più profondo e sensibile.

 

Quello delle dipendenze affettive è ritenuto un fenomeno che interessa principalmente la sfera femminile, come testimoniato dal celebre libro di Norbin Norwood, ” donne che amano troppo”, tuttavia negli ultimi anni la tendenza a sviluppare questo tipo di dipendenze ha riguardato sempre di più anche l’universo maschile. Diventano sempre più numerosi gli “uomini che amano troppo”, prodotto di una generazione  disfunzionale che ha generato figli incapaci di amare sé stessi e gli altri.

Gli uomini che amano troppo possono essere suddivisi in due grandi categorie : il Salvatore, colui che è alle costante ricerca di compagne sofferenti, depresse, malate, afflitte da un male di vivere che le porta ad avere un costante bisogno di protezione e accudimento. Hanno bisogno di essere salvate, che qualcuno si prenda cura di loro, e l’uomo che ama troppo mette la sua vita al servizio della compagna perché crede che curando le ferite della sua donna curerà anche le proprie.

Poi abbiamo la Vittima, colui che vive il rapporto in modo passivo, è disposto a subire le peggiori umiliazioni, maltrattamenti e tradimenti da parte della partner, ma non rinuncerebbe mai al rapporto di coppia perché è la sua unica certezza e ancora di salvezza. Probabilmente ritiene di non meritare di stare con la sua compagna, la relazione è nata per pura fortuna o per un caso fortuito e quindi non riesce a rinunciare a quel rapporto, seppur distorto, perché la sua fine significherebbe solitudine assicurata, la “Vittima” è convinta che sarebbe incapace di instaurare una nuova relazione, così si aggrappa disperatamente ad un rapporto che in realtà non esiste più. Non si rende conto di essere già sola, anche se apparentemente la relazione è ancora in piedi.  Questo riflesso di un rapporto di coppia cela a stento un silenzio dell’animo agghiacciante, annichilente.

Cosa può fare l’uomo che ama troppo per guarire da questa ossessione d’amore? Forse “lasciare andare” è una delle risposte più efficaci. Liberarsi delle cause che hanno generato questi comportamenti,  accoglierle per poi lasciare che escano dalla propria vita dopo aver preso atto di ciò che hanno fatto, del significato che hanno avuto nel corso della propria esistenza. Sono giunto a questa conclusione dopo un incontro illuminante che mi ha spinto a queste riflessioni e a scrivere questo articolo.

Faccio volontariato in ospedale. Una volta a settimana, per 2-3 ore, mi reco in un reparto del policlinico “Le scotte” di Siena, giro tra le corsie e le camere alla ricerca di persone che abbiano bisogno di compagnia, conforto o semplicemente scambiare due chiacchiere, così da allietare per qualche minuto quel triste soggiorno. Un’esperienza che mi appaga e mi consente di fare degli incontri che mi arricchiscono. In quelle corsie risiede un’umanità pulsante da cui emergono storie di vita che ti cambiano dentro, lasciano il segno e continuano a  vivere dentro di te, diventando un pò anche la tua storia.

Un giorno, durante il servizio, ho incrociato un vecchino ricoverato per una frattura ad un piede. Aveva circa ottanta anni, un viso duro e spigoloso che mostrava i segni del tempo, con profonde rughe che sembravano solchi nella roccia scavati con lo scalpello della sofferenza. I suoi occhi erano azzurro ghiaccio, velati da uno strato di malinconia accompagnato da un sorriso gentile e timido. Non mi ci è voluto molto per capire che quel vecchietto aveva bisogno di compagnia, era solo, alla mia domanda che faccio generalmente alle persone ricoverate e che sono sole, su dove siano i loro parenti, mi ha risposto spiegandomi che non aveva più nessuno. Qualche mese prima era morto il fratello più giovane a causa di un tumore ed era l’unico legame affettivo che gli era rimasto. Non si era mai sposato né aveva avuto figli, così anche il fratello, con cui condivideva l’appartamento prima che morisse. Quindi niente nipoti né cognate, anche gli amici erano morti o comunque erano troppo vecchi e malandati per andarlo a trovare. Quell’anziano signore stava trascorrendo in completa solitudine i suoi ultimi anni di vita. Aveva bisogno di parlare, così cominciò a raccontarmi la sua storia. Una vita, a suo giudizio, piatta e insignificante, priva di grandi emozioni e momenti significativi. Lo stesso lavoro svolto per tutta la vita a partire dall’età di 18 anni, un’esistenza anonima trascorsa tra le mura di Siena, città dove è nato e cresciuto pur non sentendola davvero come la “sua” città. Si definiva uno straniero in patria, tanto era il senso di estraniazione che aveva sempre provato vivendo in quel luogo, pur non riuscendo mai a separarsene per mancanza di coraggio. Avrebbe voluto spostarsi e ricominciare da un’altra parte, nell’illusione che bastasse cambiare l’ambiente esterno per risolvere i propri dilemmi interiori e i propri problemi, ma non era mai riuscito ad andare fino in fondo.

Mi ha raccontato della prima e unica relazione della sua vita, avuta quando già aveva 50 anni. La prima e unica volta in cui si era innamorato, lei era più giovane di 14 anni, si conobbero ad una cena a casa di amici in comune e fu amore a prima vista. Mi disse che la loro relazione era durata 12 anni, poi lei lo aveva lasciato per un uomo più giovane di lui, e anche di lei.

“Quegli anni sono gli unici che abbiano avuto un significato in tutta la mia grigia esistenza” disse, con le lacrime agli occhi. “Ma, se ci ripenso oggi, credo di averla vissuta male, di essermi giocato male l’unica possibilità che ho avuto di essere felice nella mia vita. Non ho vissuto bene quella relazione, ero ossessionato da lei, l’ho aspettata per tutta la vita e avevo sempre il terrore di perderla, che svanisse magicamente così come magicamente e inaspettatamente era arrivata. Così ho dato troppo, la riempivo di attenzioni, cercavo di essere sempre presente, le facevo regali…temo di essere stato opprimente, la mia presenza deve essere stata ingombrante e noiosa così dopo 5 anni insieme, e 3 anni di convivenza, mi ha lasciato.”

“Ma non mi aveva detto che la relazione era durata 12 anni?” chiesi, esprimendo la mia perplessità.

“Sì, ma poi ci ho messo 7 anni per riprendermi dal trauma.”

Non aggiunse altro. Lo guardai negli occhi e chinai il capo in segno di assenso. Avevo capito perfettamente cosa intendesse dire. Potevo immaginare cosa fossero stati quei 7 anni. Le sue paure si erano concretizzate, lei lo aveva abbandonato e lo spettro di quell’esistenza grigia e inconsistente era tornato ad attanagliare la sua vita. Riuscivo a vedere le sue giornate di quei 7 lunghi anni, i rimpianti e i rimorsi che rodevano il suo animo, i pensieri negativi che lo tormentavano in ogni istante, le sensazioni e le emozioni scomode ad appesantire  ulteriormente quelle giornate infernali, gli incubi a turbare il sonno, quelli ad occhi aperti  a destabilizzare anche le ore diurne…quanto basta per sentirsi ancora legati ad un altro essere umano, anche se è sparito dalla nostra vita.

“Poi cosa è successo al termine di quei 7 anni?” chiesi.

“Mi sono rassegnato. Mi sono abituato all’idea della solitudine, e al mio destino. Ci si abitua anche al dolore, d’un tratto non senti più niente…succede così, senza neanche pensarci. Senza neanche volerlo. Succede e basta.”

Calò il silenzio. Non riuscivo a fare domande, era un terreno molto delicato e non volevo essere indiscreto. Lui distolse lo sguardo per qualche istante e si mise ad osservare il paesaggio fuori dalla finestra della camera.

“Sa una cosa? Non mi pento di nulla, nonostante tutto. Ho un unico dispiacere, cioé che mi dovrò portare dentro la tomba questa cosa. Ora riesco a vedere lucidamente la mia storia, il mio problema e qual’è stato il mio errore. Mi dispiace di non avere avuto l’occasione di provare a rimediare, di agire diversamente. Non ho avuto altre relazioni dopo quella, e , arrivato a questo punto della mia vita, alla mia età, non credo che avrò altre occasioni. Avrei voluto mettermi alla prova, cercare di capire, conoscermi meglio, provare a superare i miei blocchi e i miei limiti.”

“Di cosa avrebbe bisogno in questo momento? Qual’é la prima cosa che vorrebbe fare quando uscirà da qui?”

Uso spesso questa domanda come “trucchetto” per cercare di alleggerire i pazienti. Un modo per ricondurli al presente e all’ascolto dei propri bisogni, cosi da distogliere l’attenzione da un passato troppo  doloroso o un evento nefasto che gli porta ansia e pena.

Il vecchietto chiuse gli occhi e tirò un profondo sospiro. Poi li riaprì e mi guardo con quegli occhietti curiosi, tenendo le palpebre semichiuse, come se volesse studiarmi.” Ti sembrerà strano”disse “ma in questo momento ho un unico desiderio. Vorrei andare al cimitero e portare un fiore sulla tomba di mia madre. Le ho portato rancore negli ultimi anni perche le ho attribuito la colpa per i miei problemi. Ho pensato che mi avesse educato male, che non fosse stata una buona madre…vorrei andare a trovarla e portarle un fiore per farle capire che non la penso più così. L’ho perdonata. Vorrei dirle che le voglio ancora bene”.

Chiusi gli occhi anche io, forse per nascondere le lacrime. Mi stavo commuovendo. Sentivo che quel l’anziano signore mi aveva dato la migliore delle risposte possibili.

Sono convinto che anche nell’ultimo istante della nostra vita abbiamo la possibilità di cambiare il nostro destino.

Giacomo Leopardi

 

 

 


Arsenio pubblicato il 13.11.2017 [Salute e psiche]


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