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Uno scritto a caso

Lo Stivale
[poesia] Una poesia del Giusti (sempre attuale) con una mia chiosa
Pierluigi Camilli
20.04.2008

Ai tempi che Berta filava...

…ossia, al tempo dei tempi, chissà quando nel passato.

Distensione, allegria, serie di eccellenti spettacoli, giochi, arte e cultura della Bassa bresciana nei ricordi tramandati dai nostri nonni o genitori. In ogni paese, nei locali pubblici, nella piazza, nel cortile dell’Oratorio, ovunque... c’erano attrazioni e giochi di vario tipo. Sostavano baracconi attrezzati per recite, commedie e farse. Compagnie di commedianti s’insediavano per lunghi periodi in ogni dove di paesi. Portavano in scena spettacoli d’ogni gusto: brillanti, amorosi, lacrimosi, passionali, tragici, storici. A fine spettacolo era sempre garantita una grande risata, con la farsa in programma; oppure ci si commuoveva con vera “eleganza”. Molto coloriti i costumi, molteplici le scenografie per le recite. Si erano alternate varie compagnie. Nella giornata festiva era sempre garantito il pienone. I maschi potevano assistere agli spettacoli, a fianco a fianco, con le femmine, mentre nel teatro dell’Oratorio femminile la separazione era rigorosa e dovuta (Eh sì, così a quei tempi!).

Il tran tran quotidiano era uguale per tutti, anche in quei paesi limitrofi di altre province lombarde. Così, in ciascuna piazza, nel baraccone ospitante c’era anche il teatro dei burattini con una platea numerosa composta in prevalenza da ragazzini. Le rappresentazioni di varie storie o vicende delle classiche marionette, come Gioppino, Pinocchio, Pulcinella, entusiasmavano gli spettatori. Esistevano altri gruppi di spettacolo che si esibivano nelle piazze o campetti adiacenti, dove erano issati tendoni e “parcheggiate” delle carovane multicolori. Era il bello di una volta, una tradizione non quanto comparabile che osservare i primi programmi televisivi nelle due o tre osterie padrone di un televisore per la popolazione di un intero paese; e prima ancora dell’evento della televisione, lo spettacolo viaggiante era il massimo gustabile che ogni paese potesse offrire alla sua gente.

La chiassosa pubblicità sollecitava la partecipazione della gente agli spettacoli con sfilate, per le vie paesane, degli artisti in costumi notevolmente policromi. Il circo equestre cercava pubblico spettatore; la pubblicità consisteva con un cavallo addobbato e cavalcato da un’amazzone, portato ovunque per le contrade, mentre le rappresentazioni erano ricche di numeri acrobatici emozionanti, con parentesi clownistiche che suscitavano allegrie e sorrisi, insieme alle pantomime di vari artisti.

Tra le varie attrazioni, la più popolare era quella dell’equilibrista che camminava su una corda o su un filo di ferro teso ad un’altezza priva di rischio. Di solito era una ragazza in costume, con ausilio di un ombrellino variopinto impugnato con grazia divina, che percorreva la fune accennando un passo di danza con le sue scarpette da ballerina.

Il mangiafuoco era sempre un uomo nerboruto, come altrettanto lo era il tal “Ercole” o il “Maciste”, incatenato, che si liberava dai “vincoli” con la forza dei propri muscoli. Tra un numero e l’altro, passava tra gli spettatori una ragazza per chiedere un obolo, affidandosi al loro buon cuore.

Proprio così: tutto nel tempo che Berta filava...

 

                                                                                                         ***

 

Oggidì, notiamo i nostri figli tra le beatitudini dei cellulari, piscine, saune, piercing, discoteche, dvd, computer, scooter e altre meraviglie dell’avanguardia. Tempo addietro che cosa si gustavano i “predecessori” dell’odierna gioventù? Potremmo dire ch ebbero un privilegio equiparabile, come quello d’oggigiorno con cui sta “godendo” i nostri giovani.

A quel tempo, nel periodo estivo i ragazzi si rinfrescavano, divertendosi un mondo, con un bagno collettivo nei fossati di campagna, specie nei punti dove l’acqua, imprigionata dalla chiusa, formava vasche ampie e profonde. La maggior parte dei ragazzi vestiva calzoncini e magliette sdruciti o consunti e che duravano tutta l’estate. I piedi erano scalzi e chi non aveva il ricambio si tuffava seminudo. Anche le anse dei fiumi erano come stare nelle attuali spiagge marine: ombrelloni, salvagenti, sdraio anche di ridicolo aspetto...

Senza contatto con l'acqua, i più fortunati scorrazzavano per le contrade, seduti su un carrettino rudimentale formato da un’asse con due-quattro rotelline di ferro sistemate nella parte posteriore e anteriore; questa era manovrata con uno sterzo, ossia una sorta di timone capovolto. Il carrettino doveva essere trainato e naturalmente funzionavano le regole dell’alternanza.

Anche la bicicletta del genitore era considerata come uno dei passatempi godibili; ricordo, da piccolo, che giravo in largo e in lungo pigiando le pedivelle in una posizione goffa, quanto scomoda: avevo una gamba infilata sotto la canna ed il velocipede doveva restare necessariamente obliquo. Con carretti e biciclette, per tanti ragazzini non mancavano ruzzoloni con conseguenti abrasioni corporee cui non si dava tanta importanza.

Nel periodo invernale c’era il gusto di scivolare (con solo scarpe) sul ghiaccio che si formava sulle strade, sui rigagnoli o su piccoli fossati.

 

                                                                                                  ***

 

 

Mai osare dire: “Brutto periodo quello”. Giochi e passatempi ormai fuori moda, ma restano nel cuore… perché chi anziano può ancora consolarsi coi ricordi del “gioco delle marmorine” (piccole sfere di vetro o terracotta, da indirizzare in una buca), del “gioco del piumino” (lancio, con una paletta di legno, per ciascun giocatore, di un tutolo di granoturco da orientare verso l’avversario, da due penne di gallina o di tacchino infilate nella rachide della pannocchia di mais); del”gioco delle sgaie” (con sassi piatti da lanciare verso un bersaglio da centrare); del “gioco del ciancol” (con bastoncino da mezzo metro si solleva col tocco energetico, il pezzo di legno reso conico alle estremità; veniva con lo stesso scagliato il più distante possibile…); del “gioco della cavalletta” (parti dell’una e l’altra squadra dovevano saltare sulle groppe degli avversari e rimanervi in equilibrio per evitare che le posizioni s’invertissero); del “gioco del nascondino” (il celeberrimo “cip” di cui tutti cercavano un nascondiglio, mentre uno di loro doveva individuarli uno per uno).

Eh, sì… amorevoli giochi con sfide e poste in palio, per tutti, con le figurine di carta dei giocatori di calcio, di corridori ciclisti, oppure quelle di soldatini colorati dei vari corpi dell’Esercito.

Che tempi!

Tra i marioli che desideravano possedere un coltellino fatto con metodo artigianale, come simbolo d’autonomia e come strumento di potere o difesa, facevano ricavare la lama con un chiodo posto sulle rotaie del tram che, col suo peso, lo appiattiva. Alla fin fine, bastava infilare una parte della lama, arroventata, in un pezzo di legno per avere il coltellino completo di manico. Forse, il gioco più disgustoso era l’uso della fionda (tirasassi) per colpire utili insetti o piccoli rettili (lucertole); per i caparbi era il classico gioco “A caccia di...”! Io, qui confesso, uno dei caparbi di quell'epoca; quanti “peccati” che commisi: uccidevo animaletti, per compiacere al mio alter ego!

 

                                                                                                     ***

 

Ritornando agli adulti, i veri momenti di svago di quei tempi erano le osterie dove si potevano bere un buon vino in compagnia e dove si giocavano a carte o a bocce. Il caffè si beveva raramente ed era servito con la cuccuma o il bricco. Alcune fiaschetterie erano frequentate da suonatori di fisarmonica, che si esibivano con musiche per rallegrare la clientela operaia e per ritmare balli improvvisati dagli appassionati della danza. Per le contrade, erano diffuse musiche con uno strumento passato di moda, che si chiamava “verticale”; esso aveva la forma di pianoforte ed era posto su un veicolo (un piccolo carro) trainato da un somaro o dallo stesso operatore. Il suono era provocato dall’aria che filtrava dai buchi predisposti a hoc sopra un disco. Ad aggraziare il contorno musicale ci pensava un piccolo pappagallo che estraeva, col becco, volantini della cabala o della fortuna da un contenitore. Anche qui, l’operatore chiedeva un’offerta agli astanti affidandosi al loro buon cuore, mentre i ragazzini gli frullavano attorno schiamazzando.

Era il periodo in cui i nonni sfornavano tanti proverbi; se ne crearono a mitragliate. Come tante erano delle poesie, brevi e infantili, e molti ottuagenari di oggi hanno ancora a memoria le più pimpanti. Sotto menzionato un paio di strofe; due filastrocche integrali, godibili nelle parole:

 

1) Io e te eravamo in tre.

Eravamo seduti su una panca

di pietra fatta di legno;

leggevamo un libro

senza pagine e senza parole.

Mi comparve davanti un chiarore

di un lumicino spento.

Mi comparve davanti

un cadavere vivo,

con un coltello

senza lama e senza manico;

mi colpì al cuore

e mi fracassò il cervello.

 

 

  1. Stella, stellina…

la notte s’avvicina;

la fiamma traballa,

la mucca nella stalla,

la mucca e il vitello,

la pecora e l’agnello

la chioccia e i pulcini,

la gatta coi gattini.

Ognuno ha la sua mamma,

e tutti a far la nanna.


Gianmarco Dosselli pubblicato il 16.12.2021 [Testo]


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