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Autori

Uno scritto a caso

Morto
[poesia]
Fedel Franco
22.03.2015

lo "slow motion" del pensiero

la scrittura come cura dell'anima

Scrivere per realizzare lettere a nessuno, senza un destinatario diretto se non sé stessi…scrivere dopo aver letto un libro in cui abbiamo ritrovato un pezzo di noi. Scrivere senza sapere il perché, scrivere per amore, scrivere perché si è più bravi a scrivere che a parlare, scrivere per respirare, scrivere per sentirsi leggeri, scrivere per far uscire ciò che non riesco a capire. Scrivere per sentire, scrivere per riempire i silenzi, coprire la noia, vincere l’apatia. Scrivere per lasciare tracce, trovare un senso, rubare un attimo allo scorrere del tempo, cristallizzare con la penna, nell’inchiostro e in un foglio un frammento dell’esistenza. Un dono, una concessione a sé stessi. Una libertà. Scrivere perché non si può farne a meno.

La penna è più lenta del pensiero. Per questo è superiore, riesce a cristallizzare attimi di esistenza che altrimenti sfuggirebbero e si perderebbero tra i meandri del frenetico vivere quotidiano. La scrittura può essere considerato a tutti gli effetti uno “slow motion” del pensiero, ovvero un movimento lento, e quindi percettibile, della nostra mente. Se riusciamo a cogliere i nostri pensieri possiamo comprendere meglio le nostre emozioni. Ciò che proviamo dipende da ciò che pensiamo. Per questo la scrittura può procurarci uno stato di benessere e di quiete. Se stiamo male e rallentiamo, ci fermiamo a riflettere per capire l’origine di quel malessere, individuiamo i pensieri negativi che ne sono all’origine e li riversiamo su un foglio di carta tramite l’inchiostro, riusciamo a separarcene. Li buttiamo fuori, e li lasciamo lì, all’esterno rispetto a noi dove possiamo osservarli, valutarli e soppesarli con un animo più sereno e distaccato. Questa è l’esperienza che fanno tutti coloro che tengono un diario personale. Dall’adolescenza all’età adulta si rivela un ottimo strumento per affrontare crisi esistenziali, difficoltà relazionali e problemi concreti.  Ogni volta che scriviamo in rigo, stiamo rubando un attimo allo scorrere del tempo, realizziamo un’istantanea della nostra vita da osservare nuovamente nel corso degli anni. È sorprendente verificare come cambia la nostra percezione di quella frase se la rileggiamo dopo un giorno, dopo un mese e poi ancora dopo un anno. Ogni volta emergerà un pensiero diverso, un sentimento e un’emozione nuova, forse anche un punto di vista più lucido. La vita non puoi fermarla del tutto, la vita va avanti. Ma quel frammento puoi lasciarlo lì. Rallenti, scrivi, e lasci per strada un pezzettino di te. Un seme. Puoi così tornare ad irrigarlo, fai un passo indietro, a quel frammento di esistenza che hai lasciato lungo il tuo cammino, ristori la tua anima fermandoti, osservando, trovando in quel germe di vita la forza di una ghianda che diventerà quercia, o la calma costante ed imperturbabile con cui le radici affondano nel terreno per alimentarsi. E da lì, poi, puoi riprendere il cammino. Tornare indietro per andare avanti.

Anche io tenevo un diario. L’adolescenza è stata un’età burrascosa per me come per tanti altri, è una fase della vita difficile, ci si sente in conflitto con il mondo, i genitori non capiscono, gli amici deludono, il futuro è solo una nebbiosa e inconsistente meta all’orizzonte e le giornate sono spesso attraversate da disagio, solitudine, inquietudine. Qualcuno, non ricordo bene chi fosse, mi suggerì di scrivere un diario giornaliero in cui raccontare la mia giornata. La sera, prima di andare a letto, dovevo scrivere gli eventi del giorno che stava terminando. Accettai il suggerimento e iniziai a scrivere.

Dapprima riversai pensieri sparsi, futili e inconcludenti. Quegli scritti avevano una valenza poco superiore ad una lista della spesa in quanto stavo semplicemente eseguendo un “compito”. Stavo attento alla punteggiatura, controllavo l’ortografia. Eseguivo un tema, stavo attento alla forma piuttosto che alla sostanza, come se dovessi avere un voto da un professore interiore che giudicava la mia giornata in base a ciò che avevo scritto. Giudicando però l’involucro, il modo di narrare, piuttosto chegl eventi in sé. Questo primo approccio con la scrittura si era così rivelato noioso, inconcludente e frustrante, per cui abbandonai il diario e per anni non lo utilizzai più.

Anni dopo, altri tempi, altra vita,altri disagi, decisi di riprenderlo in mano. Vivevo in una condizione di ansia costante, sentivo un nodo alla gola che mi impediva di esprimere, comunicare e affermare il mio essere e pensai che la scrittura poteva essermi di aiuto. I primi scritti che realizzai erano sulla falsa riga dei precedenti, vuoti, sterili frasi prive di sentimento ed essenza. ”

Cosa c’é che non va?” mi chiesi.

“Come mai la scrittura non mi è d’aiuto? Sento un nodo alla gola che non va via…come se avessi una penna conficcata nella trachea, che mi blocca e impedisce di scrivere e comunicare”.

Questo pensiero fece emergere in me una intuizione: provare a partire dalle sensazioni corporee, far parlare quello nodo alla gola, sentire cosa aveva da dire per individuare l’emozione che lo generava. Una volta individuata l’emozione avrei potuto individuare il pensiero da cui aveva origine. Scrissi del nodo alla gola, annotai quando si manifestava, quali erano i contesti e le situazioni in cui era più forte, gli chiesi cosa avesse da dire. ” Se questo nodo alla gola potesse comunicare cosa mi direbbe?” mi chiesi. Emerse l’emozione che ne era la causa, la tristezza. Feci parlare anche essa, e fui un fiume in piena di parole, nuove sensazioni ed emozioni. Ogni volta una scoperta, per ogni nuovo rigo che aggiungevo nel diario cresceva il senso di me, sentivo di conoscermi meglio, di capire meglio come funzionavo, emerse che la tristezza era accompagnata da un’altra emozione, la rabbia. Scoprii che ero arrabbiato, con me stesso, con Il mondo, e riversati quella rabbia sul foglio. Fu catartico, liberatorio. Ogni volta che emergeva una sensazione, correvo a scrivere, fin quando questo allenamento mi consenti di fare a meno anche della scrittura per capirmi e riconoscere le mie emozioni e i miei pensieri. “Sento una morsa alla bocca dello stomaco, vuol dire rabbia. Sono arrabbiato, per qualcosa, ieri il mio collega ha avuto un comportamento che non mi è piaciuto. Sarà meglio che gliene parli.”

Scrivere per capirsi meglio, scrivere per raccontare il romanzo della nostra vita e il nostro mondo interiore.

Scrivere per muoversi nel mondo in “sloslow motion”.


Arsenio pubblicato il 15.11.2017 [Salute e psiche]


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