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Uno scritto a caso

agosto 1966
[scritto] "l'incapacità  di amare"
giuseppe rapisarda
21.09.2006

Il foglio bianco

Guardo il foglio che ho fra le mani e tremo, tremo e le scritte volano via offuscate dal velo di lacrime sui miei occhi. Piango? Sto piangendo? Davvero? Non ne sono consapevole, non mi sembra almeno. Avevo la sensazione di aver esaurite tutte le mie lacrime. Invece non deve essere così dal momento che il foglio è ridiventato bianco, ma io So che lì c'è scritta la mia condanna alla disperazione.

Tremo, questo lo percepisco, tremo ed ho paura, la stessa identica affogante paura di quando ho aperto la busta. Una busta elegante, informale, crudele, scarna, così come può essere scarna la perdita di ciò che è tutta la tua vita. Sono passati sei mesi da quando quel foglio l'ho visto per la prima volta e quella prima volta, lo giuro, ho letto il contenuto. Quindi sono certa che c'era scritto qualcosa, quelle parole c'erano, erano dirette a me, si, si a me. Almeno il nome nella lettera l'ho riconosciuto come il mio. O forse no? Dov'è la busta? L'ho buttata? Ma no sarà lì da qualche parte in quell'ammasso di giornali, tutti ripiegati nella pagina degli annunci, pieni di cerchi quelli più datati, quando avevo ancora speranza, sempre meno stropicciati fino ad arrivare al "praticamente intonsi" delle ultime settimane.

Mi porto le mani agli occhi per asciugare le lacrime, voglio vedere se davvero c'è scritto ciò che penso d'aver letto, ciò che mi fa star così male. Perché non è possibile che un foglio se è bianco mi possa spaventare così tanto. Come ho potute essere così superficiale e non leggere meglio la prima volta che l'ho fatto? Perché non mi sono assicurata che il nome fosse proprio il mio? E l'indirizzo? Mi sembra di ricordare che fosse sbagliato. E se il mio comportamento successivo sia stato tutto un grande equivoco proprio a causa della mia cattiva lettura? Potrò rimediare? Mi staranno a sentire? Capiranno o penseranno che semplicemente ho dimostrato quello che loro ipotizzavano da tanto, cioè che sono una superficiale e sbadata? Non posso essere stata così cretina!
Ma mentre una mano sale ad asciugare il primo occhio, l'altra ricade sul fianco portando il più lontano possibile che si può quell'orribile foglio.

Mi lavo la faccia, mi vesto, mi trucco, vado a chiedere scusa, vado a pregarli di ascoltarmi. Gli metto il mio cuore in mano non potranno non ascoltarmi. L'autobus è mezzo vuoto ma è metà mattina, in quest'orario non c'è molto movimento di gente. Le poche facce presenti sono tristi, io cerco di sorridere, di darmi un tono. Non posso arrivare lì con un aspetto devastato, devo impietosire non suscitare disprezzo.

Alla fermata non c'è nessuno, nessuno nei pressi, nessuno all'ingresso, nessuno alle finestre, nessun rumore. I cancelli sono chiusi, le serrande abbassate, nessuna macchina nei parcheggi, neanche il custode né i suoi cani. Nessuno e niente. Anzi si, qualcosa c'è. Un enorme gigantesco cartello. Le lacrime rincominciano a scendere ma le scritte sono troppo grandi e non vengono lavate via dagli occhi. Le lettere tremano un po' come immerse nell'acqua ma il loro senso è orribilmente chiaro: FABBRICA CHIUSA.


daria cemonda pubblicato il 01.11.2009 [Testo]


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