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Uno scritto a caso

Peretola (1993)
[scritto]
vento
25.11.2008

"Il buio dentro l'anima"

Ragazzo salva, da morte certa, una disperata giovane senza fissa dimora.

'


Il solito mattino con colazione a base chifel e caffelatte. Subito dopo l'immancabile sigaretta, amica obbligatoria per la serenità dello spirito. Con questo metodo già "anestetico" della giornata, Davide volle creare un tentativo di come non più trovarsi in un mondo attanagliato che lo circondava, dopo la tragica scomparsa della propria compagna. I ricordi felici affioravano nella sua mente. Aveva diviso con lei i tre anni di fidanzamento; triennio gioioso, placido, allietato dal suo fascino. Una vita come non aveva mai ammirato prima; e, tutto, grazie a lei. Ora come ora, Simona era morta, per un tumore. Morta, era altrettanto la creatura che portava in grembo.

Attualmente, la vita solitaria di Davide la "realizzava" in una stanza chiamata "caos"! Egli era un maestro in fatto di disordine; non per sua indole, ma per il dispiacere della di lei scomparsa che gli portò via la padronanza delle proprie azioni e indotto anche, saltuariamente, ad un incomprensibile smarrimento morale. Pigiama, vestaglie, abiti, erano buttati sul letto ancora disfatto. Sul tavolo: sigarette, una pipa, giornali, bottiglie di birra vuote e tazzine sporche di caffè. Dentro la pedana della doccia, v'erano parecchie riviste inglesi specializzate di donne assai poche vestite. Davide doveva avere una particolare predilezione per tale genere di... divago, se n'aveva altre sul tavolino da notte e un'aperta ad una pagina dove faceva spicco di sé una star cinematografica. Era fin troppo chiaro che, andando a letto, anziché leggere riviste o narrative, preferiva posare gli occhi su quelle belle forme muliebri.

L'apertura della giornata domenicale di Davide consisteva in un'ennesima visita, là... dove la cara Simona "riposa in eterno".

Mai fatto prima: ora come ora, Davide prediligeva occhiali scuri sempre appiccicati sul naso; gli occhi, che non perdevano nulla, non mostravano niente di quel che si agitava dentro di lui. Il viso sottile e ben modellato, sebbene ancor bello, era attraversato da alcune rughe profonde che lo facevano apparire più vecchio dei suoi trentasei anni. Pareva un uomo stanco, benché notarlo non fosse. I capelli raccolti a crocchia sulla nuca.

Il camposanto era affollato, come il solito; un pellegrinaggio di mestizia e di dolore che toccava nel profondo i sentimenti di ciascuno e non concedeva spazi ad atteggiamenti che non fossero consoni alla triste circostanza; come poter immaginare, dunque, che l'omaggio alla memoria di un caro potesse essere turbato da una scena alla "grand Guignol". Nessuno, avrebbe potuto aspettarsi qualcosa di tanto comicamente lugubre, mentre Davide si apprestava a deporre fiori davanti al loculo della cara Simona. Poiché esso si trovava a notevole altezza da terra, egli stava per salirvi, con una scala metallica, quando, spaventato da una voce roca proveniente dall'alto, stette per perdere equilibrio. Aggrappò ad un piolo appena in tempo per evitare una rovinosa caduta a testa in giù. Alzando lo sguardo si era trovato davanti l'immagine di una testa che sporgeva da un loculo attiguo, ancora inutilizzato e perciò aperto sul davanti. La testa apparteneva ad una sconosciuta che si era rintanata in quel posto scomodo e che, sorpresa dalla visita, aveva apostrofato l'uomo invitandolo in un ruvido dialetto a mollare la scala e ad andarsene.

Chi mai sarebbe quell'intrusa in un luogo da brivido? Una vagabonda "tossica" che non avrebbe trovato un rifugio migliore?

Il silenzio cadde sulla campata, deserta, ma per pochi istanti. Poi fu rotto dall'affannoso respiro dell'intrusa che se ne sbrigò uscire, cadendo al suolo. Si udiva il tonfo sordo di tutto il corpo. Davide la notò in uno stato d'estremo abbandono; secondo la di lui intuizione, la misteriosa ragazza avrebbe dei gravi disturbi intestinali, chinando il capo come se stesse morendo. Da lì a poco, la ragazza era avviata d'urgenza in ospedale. Un attacco d'appendicite, dirà il medico di servizio, con sospetto di una peritonite.

Di un picchio, Davide preferì la voglia di un salto in ospedale per conoscere, dopo due giorni, le condizioni di salute della ragazza del... cimitero. Da due notti lui non riusciva a dormire; pensava sempre quella poveretta consunta che, secondo la sua immaginazione, bastasse dei maquillage e si svelerebbe in lei una bella fanciulla con occhi azzurri e dei capelli biondi come il grano maturo, tagliati alla Giovanna d'Arco. Gli era stato detto il suo nome; Viola, come il bellissimo fiore primaverile.

Indicatogli piano e numero di stanza, Davide bussò piano. Non ebbe risposta. Bussò ancora e poiché la degente continuava a non rispondere, girò la maniglia e pose ingresso nella stanza.. La ragazza trasformò il viso in un'espressione dispiaciuta; le sue condizioni erano già delle migliori, e nessun sospetto della peritonite. A Davide gli venne voglia di rivolgerle una domanda, forse un po' ingenua e anche un po' indiscreta, ma che non riuscì a trattenere; le domandò dov'era il suo compagno, a patto che lo avesse. Viola non dette importanza a quella domanda, ma si buttò a dire, con tono glaciale, che il suo salvatore, ossia Davide stesso, dovrà pagare cara per averla resa una sopravvissuta.

"Con che coraggio hai scelto di morire in un loculo?", le domandò, Davide. Il suo tono pareva un ringhio.

"Non lo so. Mi sentivo già morta..."

Viola parve intuire qualcosa di buono in lui; incominciava a vederselo come una brava persona; altrettanto altruista, data la sua volontaria presenza. Riassunse la parte più accidiosa della sua vita...

"La mia vita è come un romanzo, anche se possiedo solo ventisette anni. Sono disperata e vedo sempre il buio dentro l'anima mia. Non lavoro da mesi; non so più cosa fare. Nessuno mi vuol dare un'occupazione. Nessuno mi aiuta. Ed è così difficile far passare il tempo, le ore e i minuti con la testa che mi ritrovo davanti al televisore o seduta sul divano. E c'è il rischio che proprio mentre sto per uscire da quest'incubo possa ripiombarci. Possibile che nessuno abbia un lavoro per me? Avevo ventuno anni quando arrivai all'eroina. L'ho conosciuta all'estero.", proseguì Viola, con calma; la testa affondata nel guanciale. "Allora non sapevo cosa fosse o volesse dire. Fu mio fratello a praticarmela, nelle vene. Per tanti anni ne sono rimasta schiava. E' un veleno che ti rode la mente, ma anche ti calma. No, non è vero che sia un paradiso. Una dose massiccia può scatenare una scarica d'aggressività incontrollata, rendendo chi s'inietta, pericoloso per sé e per chi gli sta vicino. Ho visto troppi giovani che presentano instabilità d'umore, depressione, ansietà e tendenza al comportamento violento. I casi mortali, tuttavia, sono una parte di un panorama desolante fatto di miserie e degradazione. Viaggiando per l'Europa, ho notato chiari segni di quel "veleno" che chiamo "ero" o "smack": facce bianche pallide con sfumature verdastre, occhi infossati e pupille a capocchia di spillo, denti cariati e marcescibili. A Bonn, ricordo, ho notato un ragazzo ben distinto che si stava beatamente "bucando" dentro una lussuosa BMW, in sosta. A Nizza, ho visto due minori che si drogavano di prima mattina, sotto lo sguardo incredulo dei passanti. Mondo boia!"

"Mi dicesti del fratello che ti praticò eroina..."

"Dio mio, perché diedi retta al fratello!", gemette; gli occhi indicati nel segno dell'umidità. "La mia famiglia aveva un'attività, possibilità di lavoro per tutti noi. Avevamo le fortune, le abbiamo gettate al vento. Ho rimorso di aver combinato enormi errori; i miei fratelli, il carcere, la solitudine. Sono passata attraverso esperienze che hanno segnato la mia vita. Poter ritornare sulla strada di prima, che io ritornassi a essere quella Viola di dieci anni fa... Gli infermieri mi hanno pulita. Mi hanno dato il metadone. La dose viene sempre più ridotta. Uscirò da questo luogo di cura, guarita, certo... però sono sempre disoccupata, senza dimora fissa e, forse, mi drogherò."

"Fatti avere l'idea: se t'invitassi ad occupare posto nella fabbrica in cui lavoro?"

"Ho chiesto lavoro a tutti, e non spero garanzie nel tuo datore di lavoro! Il peccatore per la gente è peccatore finché vive. So lavorare bene. Una volta prendevano me perché ero una strenua lavoratrice e mi chiamavano solo se non potevano farne a meno. Adesso no. Non trovo più. Conosco lingue. Potrei tramutarmi come interprete quadrilingue, ma chi mi vuole! Parlo e leggo l'olandese, scrivo il francese, me la cavo con il tedesco e l'inglese."

"Hai un brillante requisito, a quanto vedo! Ti auguro di rifarti. Le persone che si lasciano travolgere dalle droghe hanno, in ogni modo, un punto: la fragilità dell'individuo dinanzi ai problemi della vita. Vorrei dirti anche... che mi sei simpatica.", affermò Davide, con tono infinitamente serio.

Aveva, alfine, udito l'appello di Viola che stava cercando di sfuggire, dopo tanti anni e dopo aver toccato il fondo, ai tentacoli della droga. Non sapeva se fosse sincera. D'altro canto, in tale delicata fase un aiuto fondamentale alla soluzione del caso di Viola era rappresentato da un lavoro. Un problema comune a molti tossicomani giunti alla soglia dell'affrancamento.

La visita dello "sconosciuto" Davide le spaccò il cuore. Sulle prime, Viola volle che lui andasse già via, ma osservandolo che sapeva di pazienza e calma, lo classificò nella posizione carismatica.

Davide si animò per dare un po' di brio raccontandole qualche storiella ironica e reale della sua vita, eludendo la tragedia accorsa a Simona; arrivò a riempirle lo sguardo di una luce calda di simpatia.

Quella terza notte il sonno non s'impossessò del corpo di Davide che incominciò a ricorrere ai tranquillanti, perché quelli erano momenti che temeva di più, quel suo restare sveglio nel buio, con i ricordi della tragedia di Simona che tornavano ad ossessionarlo. Stupidamente, temeva vendetta spirituale da parte della scomparsa compagna, per il desiderio improvviso d'aggregarsi a Viola qualora se... se accadesse... se capitasse... se lei accettasse il "more uxorio", ossia... il classico convivere senza aver trattato il matrimonio.

Il giorno dopo l'amara sorpresa: il letto di Viola vuoto! Un infermiere affermò che si era dimessa, per conto suo, firmando la propria responsabilità. Alla domanda di dove fosse andata, l'infermiere non seppe cosa rispondere, ma in compenso gli diede una busta. Nella busta un messaggio: "Caro amico dal nome ancora sconosciuto, dimenticami. Mai scegliere una ragazza di passaggio. Lascio il letto per non rivederti... per la paura di innamorarmi di te. Temo il flirt che non terrei affatto ripescarmelo dopo rovinosi fallimenti. Vado per il mio mondo, per il destino che Dio saprà quale donarmi. Un abbraccio, Viola."

Scrollò le spalle con noncuranza. Sicuramente, dovunque lei fosse non saprebbe accingersi ad una vita con belle prospettive.

Stracciò la lettera. Amareggiato, rincasò, meditando al letto dove adagiarsi per... il sonno arretrato.

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Gianmarco Dosselli pubblicato il 09.01.2009 [Testo]


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