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Uno scritto a caso

"Dio L'immenso"
[scritto] guardiamo le bellezze della vita pe constatare la grandezza di Dio
stefano mauriello
21.01.2008

Un senso

Ancora le parole di mia moglie, nell'ultima telefonata che le feci dall'aeroporto, mi risuonano nella mente. Non pensavo conoscesse tanti aggettivi da affibbiarmi. Mi stupì devo ammetterlo. Forse non aveva tutti i torti dal suo punto di vista. Ma forse il problema era quello. Non aveva mai pensato al mio di punto di vista. Ma non era certo sola nella sua convinzione. Un esercito di gente non mi capiva. 'Fuori di testa' era la definizione più utilizzata. Ma non mi va di pensare a lei. E nemmeno a loro adesso. Un uomo di mezza età come me, quello che fa lo fa senza rimpianti. O meglio. Con convinzione. Trentacinque anni di impiego. Tra carte bollate e burocrati. Trentacinque anni di lavoro senza mai una soddisfazione. Pensateci solo un istante. Se ne può morire. Ma la famiglia. I figli. Priorità assolute. Il benessere. Che grande parola. Si associa sempre a quello materiale. Segno della nostra cultura credo. Dare alla tua famiglia tutto ciò che chiede. Questo il compito di un padre e un marito? Forse. Ma è il compito di un uomo? Trentacinque anni a pensare che 'domani' prendo di nuovo in mano la mia vecchia chitarra. La mia Fender impolverata e vedo se mi ricordo ancora come si suona. Ma dove è stata messa? Giù in cantina. In fondo. Già. Perché fu una delle prime cose ad essere depositate lì . Trentacinque anni fa. E davanti a lei trentacinque anni di oggetti. Plastica, vetro, carta. Tutte cose che mi sembra pazzesco avere conservato. Tutte cose inutili, ma che mi impediscono di raggiungere la mia Fender Stratocaster. E forse la loro funzione, penso, è proprio quella. Impedirmi di raggiungere. Penso che mi sarebbero bastate poche cose per essere più felice. E nemmeno quelle sono stato in grado di fare. Sì . Perché la colpa è solo mia. Mia per non aver saputo dare dignità a me stesso. Dare un senso alla mia esistenza. Lasciare una traccia. Essere coerente con quello che pensavo. Quando avevo diciassette anni e i capelli lunghi ero 'contro'. E sono sempre stato 'contro'. Ma non lo sa nessuno. Perché non l'ho mai detto. Non l'ho mai fatto vedere. Per vigliaccheria forse. Convenienza. Pigrizia. Ma come ho fatto? Questa è la vera follia. Non quella che sto facendo ora. Ma si sa. Alla fine si fa i conti con se stessi. Bilancio. Dio che tristezza. Nulla. Il vuoto. Eppure avrei tante cose da fare, da dire. Facile vedere i bambini morire di fame in tv e sentire gli occhi umidi. Mi bastava quello per essere in pace con la mia coscienza? No. Ma l'inedia, il 'non sprecar denaro'...E il tempo passa. E nemmeno il lavarmi la coscienza con una adozione a distanza sono riuscito a fare. Che schifo. E quando la notte non dormivo e tutto si rimescolava dentro dicendomi che c'era qualcosa di sbagliato...Nemmeno allora ho saputo fare nulla. Pensavo sempre...'domani...domani...' Ma gli anni passano. Ed il mio 'domani' si è fatto enormemente piccolo rispetto al mio 'ieri'. Poco tempo a disposizione. Ma c'è sempre un modo. Ed io l'ho trovato. Per me. Solo per me. Per potermi dire...'non sei poi così stronzo in fondo.' Non servirà a nulla sicuramente. Non cambierà la storia di questo pianeta. Ma servirà a me. E spero, alle persone che sono qui con me. Pensate sia pazzo? Forse. Ma credetemi...Non me ne frega niente di ciò che pensate.

 

Il viaggio è stato duro. Il volo è stato buono. Ma dall'aeroporto a qui è stato faticoso. Quattrocento chilometri di pista sterrata per arrivare in questo sobborgo. Mai vista tanta miseria. Tanta sofferenza. Sono felice di essere qui. Siamo scollegati dal mondo. Quando siamo partiti dall'Italia c'è stato un gran vociare. Ci hanno applauditi. Ci hanno insultati. Ora già non si parla più di noi. Ma non fa nessuna differenza. Io sono qui per questa gente. E per me. Per dare un senso.

 

Siamo in questo capannone da due giorni. E' più sicuro hanno detto. Mi viene da sorridere. Saremo circa trecento. Otto del mio gruppo mentre gli altri sono tutti abitanti del posto.

La donna seduta a terra al mio fianco mi guarda. Sono sicuro che, da dietro il suo velo sul viso, mi sta sorridendo. Lo capisco dai suoi occhi. Le sorrido anche io. Lei abbassa lo sguardo. Ha paura. Come non averne? Spengo nella sabbia la sigaretta e porgendole le mie braccia le faccio capire che può darmi in braccio uno dei suoi due bambini. Lei mi fissa. Poi mi porge uno dei due piccoli. Quello piu grande, forse tre anni, che non ha bisogno di essere allattato. L'altro è attaccato al suo seno. Il piccolo è dolcissimo. Gioca con i peli della mia barba e ride. Lo stringo a me. Che sensazione impagabile. Incrocio lo sguardo di una delle mie compagne che sorride e poi riprende a parlare con un vecchio del luogo. Umani inermi per difendere altri umani inermi. Che follia. Ma che altro fare?

Improvvisamente le sirene. Tutti si agitano. Posso vedere il cielo stellato da uno dei finestroni di questo grande capannone. Il cielo del deserto. Guardo il piccolo in braccio a me. Si è accucciato tra le mie braccia. Lo carezzo cullandolo mentre una lacrima mi scende lungo il viso. Penso...'Dormi piccolo...Il tuo scudo umano è qui. Dormi...'

Ed ora la vedo. Quella cometa che attraversa il cielo stellato. Compie un ampio arco e viene verso di noi. Verso questa gente. Verso di me. Quella cometa lucente da settecentomila dollari di tecnologia ruggisce e si avventa. Pochi secondi ancora e fonderà il mio corpo. Mi toglierà la vita...Dandole un senso.


Roberto Fischetti pubblicato il 04.08.2006 [Testo]


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