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E poi la vita presenta il conto

... e non sai mai quando e quanto

Fa parte della vita stessa, del suo ciclo, lo svolgersi nella totale instabilità e precarietà. Noi ci arrabattiamo disperatamente per raggiungere un certo equilibrio e ci convinciamo che lo possiamo persino mantenere. Pensiamo che dipenda da noi, pensiamo che lavorando, dandoci da fare, brigando e seguendo ostinatamente sogni e progetti arriviamo a quella famosa meta. Mi vengono in mente molti insegnamenti, detti, persino frasi di canzoni che sono lì a dirci la verità, a cercare di aprirci gli occhi e prepararci ad una delle più grandi verità: non c'è niente di più instabile della stessa esistenza. Eppure ogni volta che ci scontriamo con questo fatto cerchiamo mille motivazioni, dei perché, eventuali errori compiuti ecc. ed  ecc. 

Da giovani si da la colpa a se stessi, agli altri, alla sorte. Ci dicono che dobbiamo "sistemarci", trovare una nostra collocazione nel mondo e nella società, compiere il nostro dovere e così le cose andranno per il meglio. Nessuno ci prepara agli insuccessi, disgrazie, malattie, avversità e morte. Eppure tutte queste cose fanno già parte della nostra vita, anche quando non sono così palesemente presenti e dirette alla nostra stretta cerchia di affetti e conoscenze. La morte senza dubbio prima o poi ci riguarda, così come gli insuccessi, il decadimento fisico e mentale. Chi più, chi meno, ma ciascuno vive il proprio cambiamento in peggio senza interessarsi che altri prima, ma anche dopo, passeranno per quella stessa via. Così ciascuno, se non ha di peggio di cui lamentarsi, vive il dramma del compimento degli "anta" come se fosse una disgrazia che gli si poteva risparmiare. La nostra è sempre più una società tesa a sublimare la perfezione nella imperfetta esistenza. Sono stati spazzati via tutti quei saggi insegnamenti che tentavano di preparare le giovani generazioni all'inevitabile. Le favole così crudeli servivano a quello. Ora si tende da una parte a proteggere i bambini dalle cose brutte, "meglio non portarlo al funerale del nonno, evitiamo di traumatizzarlo", dall'altra si ha poca cura dal salvaguardarli dal paradiso virtuale che è il cellulare, il pericolo di quel mondo ancora non è del tutto noto e non è stato sottoposto al filtro dell'esperienza umana.  Successo ed insuccesso, vita e morte, ostacoli e soluzioni, sentimenti e passioni a confronto con un solo antagonista, virtuale, cioè non reale, cioè riavviabile senza nessuna conseguenza effettiva, senza nessuna possibilità di dare riferimenti corretti. Se anche noi, che non siamo nativi digitali, abbiamo perso l'aderenza alla realtà immersi in questa vita di immagine e perfezione creata dalla società attuale, cosa sarà delle capacità delle future generazioni? Riusciranno a trovare una propria strada? Probabilmente sì, del resto anche le generazioni passate sono riuscite a fare disastri credendosi immortali, eletti, invincibili, superiori. La questione è quanti di noi sono davvero interessati a vedere la verità oppure preferiscono lasciarsi rassicurare dall'oppio dell'illusione?

Sentiamo parlare sempre di persone ottimiste o pessimiste, bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, ma il mio sospetto è che comunque entrambe le categorie a modo loro cerchino di esorcizzare l'inevitabile. Il conto arriva e non è certo la sua entità che lo rende più o meno sopportabile ma la capacità di pensare che per quanto salato sia fa parte del gioco della vita. Gioco crudele? Forse! Per chi crede c'è sicuramente una risposta, per chi non crede non cambia molto, entrambi devono appellarsi a quella forza personale che consente di accettare, sopportare ed andare avanti. Ma se almeno imparassimo a non sprecare tempo ed energie lamentandoci di sciocchezze e vivendo con gioia le parti della vita in cui possiamo davvero provare quel sentimento, quanto meno non avremo il rimorso di essere stati felici a nostra insaputa.


Fabiana pubblicato il 15.11.2019 [ Consapevolezza ]


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