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Uno scritto a caso

Lotta per la libertà
[racconto]
Rosita Martinelli
30.05.2017

Amelia

Short stories inedita dal blog BisbigliGridati

Se ne stava seduta nel bel mezzo della stanza, con un vecchio e ormai logoro maglioncino sulle spalle. Intorno, altre persone, anch'esse accomodate sulle loro sedie a rotelle. Alcune serrate  nei loro pensieri, remoti, lontani, vacui; altre inquiete, assillate da chissà quale sensazione. Formavano un grande semicerchio intorno all'albero di Natale. Un parlottare di sottofondo, sommesso e incuriosito, faceva capire che qualcosa di anomalo stava per accadere nella loro abituale solitudine. Finalmente una infermiera spostò la sedia a rotelle di Amelia, togliendola dall'imbarazzo di essere al centro della grande sala, fece un mezzo giro e la sistemò accanto a Boheme, così amichevolmente denominata perché adorava Puccini e molto spesso cantava "Che gelida manina" e alla vetrata . Le mani scarne e ossute di Amelia si rilassarono adagiandosi sul ventre e il suo sguardo poté spaziare, oltre al vetro. 

La leggera e fine neve stava scendendo copiosa e persino quell'insignificante cortile, ora, pareva ricoperto di magia. L'acero riccio sembrava zuccherato mentre quello rosso, giocava a nascondino con la neve lasciando intravvedere ancora lo sgargiante fogliame. 

Amelia amava la natura, la neve la faceva sentire viva e a casa, a Ellmau  nella sua adorata Austria,  tra le Alpi di Kitzbühel. 

A Ellmau non esistevano recinzioni, niente ringhiere o allarmi,  la gente andava a dormire tranquilla dando solo un giro di chiave alla porta d'ingresso. Le giornate scorrevano tranquille, seguendo i naturali ritmi della vita. Questa era l'unica sensazione lucida che provava ripensando alla sua terra e la neve, la neve era tutto ciò che le restava. 

Erano ormai tredici anni che viveva in Italia e due che se ne stava rinchiusa lì dentro, non più autosufficiente, non più presente, ahimè persa e sola. 

Non si era mai sposata, troppo dura per essere sottomessa ad un uomo, amava la sua libertà, la sua dinamicità mentale e fisica. Il lato materno di Amelia poi, non era mai sbocciato, nemmeno quando faceva l'insegnante di sci, con centinaia di bimbetti viziati e spesso maleducati che mettevano a dura prova la sua pazienza. Si era trasferita dal fratello in Italia a seguito di un brutto incidente e poi la vita, aveva scelto per lei: morto il suo unico fratello, la cognata fece in modo di togliersela di torno per sempre. 

Da allora Amelia si era chiusa in sé stessa, senza mai proferire una parola. La chiamavano l'austriaca, lo sapeva, questo le conferiva un velo di mistero e di distanza di cui lei andava fiera. 

Il 25 dicembre i parenti degli ospiti della piccola casa di riposo fecero il loro ingresso nella sala color lavanda, portando piccoli pensieri. Figli, nipoti, mariti, tutti con un pacchetto da depositare sotto l'albero che le inservienti avrebbero poi condiviso fra tutti gli ospiti. Chi con dolcetti al cioccolato, chi con un panettone, chi semplicemente con un  vassoio di biscotti alla cannella appena sfornati, se ne avvertiva il profumo intenso e goloso, tanto da far girare la testa. Sistemati i doni, una decina di bimbetti si sedette in terra dando le spalle all'albero e aspettando il via di Claudia,  l'infermiera addetta ai momenti di ricreazione dei pazienti, intonarono un canto: "Natale è festa ". Il ritornello fece uno strano effetto ad Amelia, diceva "aperto a tutti. E che tutti abbraccierà". Proseguirono poi con "Lascia che nevichi" per finire con il classico "Bianco Natale" e quel "è Natale non soffrire più" la fece sobbalzare. "È Natale, non soffrire più" si ripeté mentalmente Amelia, mentre una piccola perla scese dai suoi occhi di ghiaccio. Restò lì, a fissare l'immagine di questi piccoli esseri innocenti con il cuore colmo di dolore. Poi una piccola mano prese la sua e disse "Sei la zia Amelia?" Lei non capì immediatamente e guardò la bimba con le lunghe trecce bionde con aria stranita. "Sei tu la zia Amelia?" Rincalzo' la piccola quasi spazientita dal non aver udito risposta. Nel frattempo si avvicinò una giovane donna, sulla trentina, alta, bionda con gli occhi di ghiaccio ma dall'aria estremamente famigliare. Abbracciò la piccola e disse :" - Si gioia è lei zia Amelia, ma non può risponderti, vai a vedere cosa combinano gli altri bambini, mi pare sia ora di merenda. Ti va?"  La piccola annuì e saltellando andò verso il tavolo dove stavano offrendo dolcetti e altre leccornie a tutti i bimbi presenti. Amelia alzò gli occhi senza comprendere.  Avrebbe voluto chiedere cosa significasse tutto questo, ma le parole non le uscivano. La bella giovane prese una sedia e si accoccolo' accanto a sua zia, le sorrise e prendendole le mani disse: "Sono Anna, la figlia di tuo fratello e di Myriam Hass . Nessuno sa della mia esistenza, se non mio padre e mia madre. Sono nata in Austria quarant'anni fa, papà era molto giovane all'epoca e molto spaventato dalla mia nascita. Non sposò mai mia madre, ma ha sempre contribuito alla mia crescita. In qualche modo, è sempre stato presente e mia madre l'ha amato come nessun altro uomo. Mi parlava spesso di lui che ho incontrato in diverse occasioni, in Austria, anche se aveva deciso di vivere qui, in Italia. " 

Disse tutto questo con estrema dolcezza ma con una schiettezza tale che Amelia rivide per un istante il fratello. Le stesse espressioni, la medesima genuinità, mista ad una leggiadra sensibilità. Non ebbe dubbi e le sue mani strinsero ancora più forte le mani della nipote mentre lacrime di gioia scesero in silenzio;  poi, con movimenti lenti, accarezzò le gote di Anna e occhi negli occhi si riconobbero. 

"Non sei più sola zia, ora non più. Appena sarà possibile ti porterò via da qui. Vorrei tu tornassi in Austria, con me, mia figlia e mio marito. Ci ho messo tanto per trovarti, tanti sono stati gli ostacoli, ma ora è tutto passato. Sono così felice, sembra che ci conosciamo da sempre e ne sono certa, abbiamo molto in comune; in te mi rivedo, mi specchio." 

Alla sera, quando l'infermiera le rimbocco' le coperte, Amelia fece una cosa inaspettata: prese la sua mano, la portò alla bocca e la bacio'. L'infermiera che ormai la conosceva da tempo, capì che quel semplice gesto era sinonimo di enorme felicità per la splendida giornata trascorsa e soprattutto, era un grazie sentito e spassionato per aver in qualche modo contribuito alla conoscenza di Anna e della sua piccolina. Un grazie ingenuo e infantile ma carico di tenerezza e calore. 

La neve aveva cessato di scendere, il cielo era straordinariamente stellato e il silenzio della notte aveva un nome ora. 

La certezza di non essere sola la fece sprofondare in un sonno fiducioso e sereno, mentre agli angoli della bocca un timido sorriso si accendeva, gioioso.  


Raffaella Coda Bertetto pubblicato il 18.02.2020 [Racconto]


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