Registrati | Accedi

Autori

Ricerca

Autore:

Titolo:

Genere:


Uno scritto a caso

Amore cieco
[scritto]
Roberto Fischetti
03.08.2006

Una sera a teatro

Lo spettacolo che credevo di vedere aveva un altro aspetto.

Una sera a teatro

di Gianmarco Dosselli

Siano le tue mani strumenti del gioco e dell'abbraccio”: didascalia citata nella locandina di un avvenimento poetico-musicale dialettale per ricordare Massimo Pintossi (scomparso a soli 53 anni), poeta e anima di un gruppo folk della Valtrompia (zona bresciana) e aderente all’Anpi. Entro a teatro, in una sera primaverile del 2017, e vedo bandiere “partigiane” ai lati della platea; la più rappresentata tra i drappi di tessuto è stata la bandiera rossa della «122ª Brigata Garibaldi». Prendo posto, chiedendomi perché di quella bandiera la cui asta è sostenuta da un omaccione. In verità, la rassegna-spettacolo deve simboleggiare il dialetto bresciano composto nelle opere poetiche e musicali, ma nel suo interno un’intrusione chiamata “politica rossa”, comunista!

Inizia lo spettacolo: qualche poesia in dialetto, qualche discorso, poi... il turno di una band montanara. Sale sul palco anche l'omaccione. All'esibizione della band, l'omaccione inizia a sventolare la bandiera. Se la sventolasse nelle manifestazione de “L'Unità”, meglio ancora. In quel drappo, anzi preferirei dire... nel «corpo» di quella bandiera «vedo» il sangue dei trucidati di Sant'Eufemia, frazione Brescia (maggio 1945); «vedo» la foiba bresciana, a guerra finita; «leggo» i nomi di partigiani comunisti, tra cui quello del «temibile» valtrumplino Luigi Guitti, alias Tito Tobegia, vicecomandante la Brigata che “comandò il maggior numero di colpi alla nuca.

La bandiera, nel suo sventolio, mi «racconta» silenziosamente che dopo il 25 aprile, il suddetto partigiano ha compiuto crimini senza alcuna giustificazione. Luigi Guitti-Tobegia, classe 1911, dopo una permanenza nelle carceri bresciane, durante un bombardamento aereo sulla città, evade con Giuseppe Gheda. I due fuggiaschi si aggregano alla 122ª Brigata Garibaldi, operante in Valle Trompia e in Valle Sabbia. Dopo la morte del comandante Giuseppe Verginella, avvenuta il 10-01-1945, assumono il comando della banda. Il quotidiano de “L’Unità”, del 1946, lo elogerà come comandante di quella Brigata partigiana e come autore di audaci imprese alla Croce di Marone, in Vaghezza e l’organizzazione dei GAP (Gruppo d’Azione Partigiana) in Brescia.

Cominciano i crimini da non aver nessuna giustificazione, se non dal quotidiano comunista che pubblica di annientare i fascisti. Tobegia ha fatto di peggio!

Il compianto onorevole Sam Quilleri (ex partigiano delle Fiamme Verdi) ricorda che, arrivata al Comando Zona la notizia di prigionieri maltrattati e detenuti presso le scuole comunali di Sant’Eufemia, è stato a vedere la veridicità del fatto. Chiede di parlare con Tobegia e di conoscere chi sono i prigionieri. Quilleri è circondato da partigiani armati. Ha ricevuto l’obbligo di andarsene. Il fatto è segnalato al Comando Alleato che manda ad arrestare Tobegia. Dal comunicato nr. 58/4, 9 giugno 1945, del Gruppo Carabinieri, alla Regia Prefettura, dove si segnala che: “Stamane, per ordine del Comando Alleato, è stato tratto in arresto il Comandante della 122ª Divisione Garibaldina, Guitti Luigi detto Tito”. Con firma del Tenete Colonnello Arnaldo Frailich.

Luigi Guitti viene arrestato. Il Comando Alleato interviene al mattatoio di Sant’Eufemia con un carro armato. Il ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, per sopraggiunta amnistia, scarcererà Guitti, nel 1946. Guitti viene così accolto con una grande manifestazione in piazza della Vittoria, organizzata dal locale PCI. In seguito troverà rifugio in Cecoslovacchia. Tre anni dopo, una coraggiosa inchiesta dal titolo: “Trentatré morti in due foibe bresciane”, inchiesta realizzata da don Faustini di Brescia e pubblicata il 25/26/27 maggio 1948 sul giornale cittadino: “l’Italia”; si ritorna a parlare di Tito Tobegia; sì, proprio a maggio 1948… quando ancora è pericoloso parlare di quei morti del dopoguerra, dei massacri partigiani. Morti che non si può nemmeno sapere quanti, perché solo a contarli è vilipendio alla resistenza e si corre il rischio di fare una brutta fine fisica.

E la bandiera sul palco continua a sventolare... L'omaccione non si stanca mai farla svolazzare or qui or là. Mentre l'orchestra continua a suonare, io scruto la bandiera che prosegue col “raccontarmi” come si è svolta la tragica vicenda di sant'Eufemia.

«Chi sale da Botticino Sera verso San Gallo arriva, dopo circa sessanta minuti di cammino, presso il cosiddetto Muli de l’ora, l’ultima casa del paese. La casa è posta su un poggio rasente la stradetta montana. Vicino scorre un ruscello e v’è una cava di marmo. Quivi, la mezzanotte del 10 maggio 1945, la famiglia Lonati fu svegliata dal rumore di un autocarro inerpicatosi fin lassù! Fu scorto l’automezzo fermarsi in fondo al viottolo e si vide della gente trasportare strani involti verso una gran buca, in località Dosei. La località, tempo fa aveva servito per fare carbone (una vera foiba profonda). Alla fin fine, l’automezzo ritornò donde era venuto; coloro che erano sul trasporto si misero a cantare. Attratti dalla curiosità, uno dei Lonati, Giacomo, e il vicino di casa, Francesco Ragnoni, si recarono alla buca dove, con orrore, videro sporgere dalla terra smossa, un pezzo di testa umana e la punta di un piede. Poco appresso, un bottiglione di benzina, rotto. Ancor oggi l’impagliatura del bottiglione è visibile nel boschetto dinanzi alla casa di Lonati. Il mattino seguente, i due avvertirono le Autorità. Presenti il signor Luigi Arici, Giacomo Noventa, il dottor Luigi Pietroboni. Fu fatto un sopralluogo. Dieci cadaveri rinvenuti. Ad uno gli usciva le viscere; per contenerle, gli uccisori avevano applicato un comune lucchetto. Due persone tarchiate, non presentavano particolari lesioni. Due salme avevano mani legate dietro la schiena, con cordicelle e filo metallico. Tutti avevano il volto irriconoscibile, sfregiato, corroso. Alcuni erano seminudi. Nessuno aveva documenti né oggetti di riconoscimento, ad eccezione di un cadavere che poteva essere riconosciuto per quel che era stato un maresciallo dei carabinieri di Toscolano (Bs). Il bottiglione di benzina, ritrovato nelle vicinanze, faceva capire che l’intenzione degli uccisori era di carbonizzare le salme, ma… rottosi il recipiente, a quanto pare, non avevano potuto affrettare l’operazione. Sulla scorta di questi particolari già si capisce trattarsi di una rappresaglia illegale e barbara. L’episodio avveniva il 10 maggio, a liberazione avvenuta. Inoltre, perché gli uccisori si sentirono nella necessità di occultare le salme in luogo recondito? Chi poteva conoscere quella buca? C’era da preoccuparsi di carbonizzare i cadaveri? Chi poteva aver l’anima così brutale da saper cantare, dopo aver eseguito un’operazione tanto macabra? Trucidati dove? Sono interrogativi senza risposta, perché uno di loro, sopravvissuto alla morte, vive per testimoniare. Qualcuno non è caduto, non è finito dopo il Dosei. Vive per ricordare, e conferma che queste uccisioni sono avvenute nella campagna di Sant’Eufemia.»

Dove il comando partigiano comunista è sistemato, nei locali delle scuole di Sant’Eufemia, e quel posto chiamato “il mattatoio”, per le torture inflitte ai militari e civili imprigionati, il pavimento risulta “imbrattato” di molto sangue. Uccisi e fatti sparire. Dopo il sopralluogo e il rinvenimento dei cadaveri, il sindaco di Botticino, il 23 maggio 1945, comunica alla Prefettura di Brescia il ritrovamento di dieci cadaveri sconosciuti. Protocollo nr. 1776: “Segnalo a V.S. che il giorno 19 maggio corrente mese, sono stati rinvenuti, in località Dosei, di questo Comune, dieci cadaveri d’uomini irriconoscibili. Unisco il processo verbale di rinvenimento, nonché il referto medico. Firmato il sindaco Luigi Arici”.

Don Faustini, ricorda che giorni prima, il Giornale di Brescia ha pubblicato una colonna di necrologi per il terzo anniversario di quell’eccidio; si poteva leggere: “…dopo tanto orrore, di male, d’odio, di morte, […] barbaramente trucidato la notte del 10 maggio 1945”. In un altro, si legge: “…la vedova e i cinque figli ricordano…

Il sacerdote commenta: “Sono espressioni queste, di gente ferita negli affetti più cari, che si sono viste strappare i congiunti, non da una giustizia regolare, ma da una rappresaglia feroce, da gente che aveva il coraggio di squartare e chiudere e chiudere con un lucchetto le viscere di un uomo e di nascondere le prove del loro livore, in una buca montana, dopo aver reso irriconoscibili le vittime.. Questi ed altri sono i morti, di cui ieri abbiamo detto. Gli stessi, che nella notte del 10 maggio 1945, quando in città echeggiavano gli spari, cadevano sotto le raffiche di mitra, ai bordi di una roggia, dopo un sommario interrogatorio innanzi al cosiddetto commissario di guerra e ai suoi scherani, da nessuna autorità incaricati. Sono gli stessi che, compiuta la carneficina, ritroveremo nel trincerone rimpetto alla cascina Monastero di Sant’Eufemia. Uno di loro non era morto; era riuscito a fuggire e fu cercato, invano, nella campagna.

Il malcapitato, anche fortunato, che riesce a salvarsi, è un invalido di guerra, un certo B. È stato preso a Salò, e dai partigiani portato a Sant’Eufemia, con altre dodici persone, tra le quali gli ex carabinieri G. Ferrari e A. Del Piano, il colonnello della G.N.R. M. Del Corona, il dottor A. Fantini. Il gruppo arrestato va ad aggiungersi agli undici di Lumezzane. Il signor B. ricorda che durante il tragitto, sul camion, qualcuno ha fatto il doppio gioco, per carpire ai prigionieri qualche confessione spontanea, da poter motivare i loro crimini.

Prosegue don Faustini: “Terribile la notte del 9 maggio 1945, per le vittime. È in quella notte che Guitti (Tito) fa la sua apparizione, circondato da gregari e da Nello, un giovane biondo. Amico anche della moglie di Tito. Sulla moglie di Tito aleggia un’aureola nera; si sostiene che abbia lavorato attivamente. I prigionieri sono interrogati, martoriati con bastoni di cuoio, con calci. Il dottor Fantini ha il cuoio capelluto strappato e il dolore lo rende pazzo. Il colonnello Del Corona riceve un colpo al ventre: più tardi, per gli strapazzi nel camminare gli usciranno le viscere e, ancora vivo, gli metteranno un lucchetto. Ecco che il mattino è vicino… Il biondo Nello viene a prendersi alcuni prigionieri, legati ai polsi con cordicelle che fanno delirare il Ferrari per lo spasimo. Giungono altri; pare provengano da Lumezzane, prelevati alla caserma del villaggio Gnutti. Dopo un’altra giornata d’interrogatori, di firme fatte apporre su documenti che le vittime ignorano, ecco la notte famosa. Dice il superstite B: “Ci caricarono su un automezzo che, passato sotto un ponte… si fermò in aperta campagna, vicino agli scavi. Due per volta, i prigionieri sono fatti scendere. Alcune raffiche, delle grida. Tutto è finito”. Il signor B. rimane ultimo, solo. Va innanzi… si aggrappa al Ferrari che ancora lamenta per le proprie ferite. Sente sibilare le pallottole. Per un vero miracolo resta illeso. Allora, B. si butta nel fosso. Lo cercano disperatamente per la campagna. Il superstite B., fuori di sé, s’issa su un gelso. Lì attese che l’autocarro, con il carico di morti, ripartisse. Andavano a Botticino a seppellirli.

Solo per alcuni di quei miseri resti sarà possibile l’identificazione. Sono un gruppo d’ufficiali e militari del deposito della San Marco (R.S.I.), di Lumezzane. Per molti altri tutto impossibile imporre un nome, e così deposti in buche comuni. Da un registro custodito presso il cimitero di San Francesco si può leggere questi esempi da accapponar la pelle: “Cadavere numero 8. Apparente età anni quaranta; altezza mt. 1,70; veste camicia di tela stampata a righe; indossa calze, senza scarpe né abiti; sesso maschile; avanzata putrefazione.”

Su quei poveri corpi, ancor prima d’essere uccisi, infinite sevizie, torture; altrettanto sfigurati col vetriolo; i cadaveri cosparsi di benzina e bruciati. Tutto questo, pubblicato sul giornale “l’Italia”, con sede a Brescia, infastidisce e comincia a preoccupare. Si sostiene che Tito Tobegia, dopo la scarcerazione per amnistia, si è rifugiato all’estero, minacciando che se l’arrestassero ancora, avrebbe coinvolto altre persone. Alla redazione di quel coraggioso giornale, il 26 maggio, si presenta la moglie di Tito; è accompagnata da quel giovane biondo, Nello, e protesta per l’articolo pubblicato, anche se dice di non essere preoccupata più di tanto. Lascia detto: “Lei sa che Tito è un uomo con il quale non si scherza!

Caspita… che Tito facesse sul serio è dimostrato.

Negli ultimi anni della sua vita si “rifugia” in una cascina isolata a Collebeato (Bs). Unico suo passatempo è quello di rievocare le proprie avventure a quanti vanno a trovarlo. Una domenica di novembre del 1968, scambiato otto giovani buontemponi per compagni di stesse idee politiche, si mette a raccontare come si è fatto partigiano e cosa ha fatto in Valtrompia e in Valsabbia; nell’istante in cui i ragazzi hanno accennato ai crimini di Sant’Eufemia e di Botticino, l’ex partigiano, capita della presa in giro, urlante, li caccia da casa, inseguendoli con il lancio dei soprammobili che ha a portata di mano. La rabbia è tanta che Tito si accascia sopra una sedia, colpito da infarto.

 

E la bandiera sventola sul palco del teatro. Sventola «felice» per i suoi misfatti; sventola con quel carico di morti. Qualcuno, nostalgico “rosso”, si domanderà: “Anche la bandiera fascista ha le sue atrocità nel drappo!”. Vero, ma della sua atrocità va raccontata in altra sede...

A fine spettacolo rientro a casa, indignato. Io a “nanna” subito? No! Accendo il computer e batto sui tasti... Per che cosa? Una lettera da inviare al Giornale...

 

 

Da “Bresciaoggi”, edizione 22 marzo 2017:

 

Egregio Direttore, il 18 marzo ho assistito a un avvenimento poetico- musicale dialettale al teatro di Flero in memoria di Massimo Pintossi (scomparso a 53 anni), poeta e anima di un gruppo folk della Valtrompia e aderente all'Anpi. La rassegna spettacolo doveva simboleggiare il dialetto bresciano, ma ecco nel suo interno una intrusione di politica rossa. Tra temi e soggetti, quel che più mi ha infastidito è stato lo sventolio, durante l'esibizione di una band, della bandiera rossa della “Brigata Garibaldi”: nel corpo della bandiera “vedevo” sangue dei trucidati di sant'Eufemia (maggio 1945); “vedevo” la foiba bresciana a guerra finita; “leggevo” i nomi di partigiani tra cui quello del temibile valtrumplino Luigi Guitti, alias Tito Tobegia, vicecomandante la Brigata che comandò il maggior numero di colpi alla nuca. La bandiera nel suo sventolio mi “raccontava” che dopo il 25 aprile il suddetto partigiano commise altri crimini senza alcuna giustificazione. Dopo una permanenza nelle carceri bresciane, durante un bombardamento aereo sulla città, evase con Giuseppe Gheda e si aggregò alla 122ª Brigata Garibaldi, operante in Valle Trompia e in Valle Sabbia. Dopo la morte del comandante Verginella (10 gennaio 1945), assunsero il comando della banda. Il compianto onorevole Sam Quilleri (ex partigiano delle Fiamme Verdi), arrivata al comando Zona la notizia di prigionieri maltrattati e detenuti nelle scuole comunali di Sant'Eufemia, si recò a conoscere la veridicità del fatto. Chiese di parlare con Tito e di incontrare i prigionieri. Quilleri, circondato da partigiani armati, fu obbligato ad andarsene. Durante il periodo clandestino, Guitti uccise e fece uccidere diverse persone, perciò dopo la liberazione, fu condannato. Dopo la scarcerazione, per sopraggiunta amnistia, si allontanò dall'Italia per rientravi anni dopo e rifugiarsi in una cascina isolata a Collebeato. Unico suo passatempo era lo rievocare le sue avventure a quanti andavano a trovarlo. Una domenica di novembre del 1968, scambiato otto giovani buontemponi per compagni di stesse idee politiche, si mise a raccontare come divenne partigiano e che cosa fece in Valle Trompia e Valle Sabbia. Nell'istante in cui i ragazzi accennarono ai crimini di Sant'Eufemia e di Botticino, l'ex partigiano capì della presa in giro. Urlante, li caccio da casa, inseguendoli con il lancio dei soprammobili che aveva a portata di mano. La rabbia era tanta che Tito si accasciò sopra una sedia, colpito da infarto. No, non doveva sventolare quella bandiera sul palco. Invece... sventolava felice per i suoi misfatti; aveva sventolato con quel carico di morti.” Gianmarco Dosselli

 

Qualche giorno dopo, una “sorpresa” che per me non è affatto sorpresa. Da “Bresciaoggi”, edizione del 29 marzo 2017:

 

Egregio Direttore, la lettera pubblicata da questo giornale il 22 marzo col titolo “Una bandiera fuori luogo” e firmata da Gianmarco Dosselli dà una visione totalmente distorta di quella che fu la 122ª Brigata Garibaldi. L'autore dice di aver letto nello sventolio della bandiera i nomi dei partigiani comunisti, citandone uno in particolare, Luigi Guitti. La nostra bandiera porta su di sé settantaquattro stelle, una per partigiano caduto nella guerra di Liberazione; guerra che non può essere ricondotta a un unico episodio (quello accaduto l'8 maggio 1945 a Sant'Eufemia, da leggere peraltro all'interno della vicenda dei pesanti rastrellamenti del monte Sonclino, a pochi giorni dalla fine della guerra, in cui oltre al cruento assassinio di 18 partigiani, furono perpetrate feroci sevizie da parte dei fascisti), ma deve essere letta come lo sforzo di una popolazione, combattente o non, per liberarsi dal violento giogo nazi fascista. Settantaquattro stelle sono settantaquattro nomi e cognomi, e fra questi vi è quello di Giuseppe Alberto Verginella, comandante la Brigata, torturato per giorni e poi fucilato alle spalle nei primi giorni di gennaio 1945. Settantaquattro stelle di persone che hanno versato il loro sangue per un futuro “libero e lieto”, che hanno sacrificato la loro giovinezza per far sì che anche il signor Dosselli potesse esprimersi, a sproposito, ma pur sempre liberamente. Per quanto riguarda la serata a teatro siamo dispiaciuti che il signor Dosselli non abbia colto il motivo per cui la nostra sezione porta quel nome, né perché alle settantaquattro stelle se ne sia aggiunta una, nei nostri cuori e sulla nostra bandiera.” (Il Comitato di sezione Anpi, Massimo Mahem Pintossi)

 

 

 

 

È il contrattacco pacato dell'Anpi valtrumplino. Scrivono che «hanno versato il loro sangue per un futuro “libero e lieto”». Hanno ragione. Ho ben notato il futuro di oggi, definito “libero e lieto”: macabro! La Repubblica italiana è anomala, imperfetta perché lontana anni luce dal progetto dei Padri fondatori.

 

 

Un altro contrattacco firmato da Isaia Mensi, da Villa Carcina (Bs). Lunga, qui la condenso, tralasciando parti ripetitive e meno succose. Da “Bresciaoggi”, edizione del 30 marzo 2017:

 

Egregio Direttore, ho partecipato alla bella serata svoltasi al teatro Le Muse […] Mi sono oltremodo sorpreso dei contenuti della lettera a firma di Dosselli […] Prendendo arbitrario spunto dallo sventolio della bandiera della 122ª Brigata partigiana che accompagnava la ballata dialettale e partigiana -La Marì del socher-, l'autore della missiva ha pretestuosamente attaccato il comandante della Brigata Guitti, detto Tito, per la vicenda delle uccisioni di Sant'Eufemia. In verità il testo di quella canzone (musicata dai Malghesetti) era stato composto da M. Pintossi in omaggio delle staffette partigiane delle valli bresciane […] La lettera ha offeso i triumplini intervenuti numerosi alla serata, che si sono sentiti come colpiti proditoriamente alle spalle per il tentativo di creare un nesso tra la coreografia di una canzone partigiana del 2014 e vicende resistenziali del 1945. Il testo centrale di tale messaggio rimastica offensivi contenuti antipartigiani mossi in genere dall'ultradestra bresciana, finalizzati a propagandare idee fascistoidi più che a proporre riflessioni storiche, ignorando l'ordine cronologico degli eventi. Tacendo cioè del tutto sulle vicende del fascismo bresciano. Per quanto riguarda le uccisioni dei fascisti credo che siano state decise collettivamente […] Non c'era uno stato di diritto, bensì uno stato di guerra, che stava per finire, proprio l'8 maggio, il giorno delle fucilazioni. […] Rimane oggi da chiarire il ruolo politico svolto allora a Brescia dal Maci (Movimento avanguardista cattolico italiano) e la funzione particolare in esso assunta da don Faustini, che restano ancora avvolti nel buio. Difatti è dagli articoli del don che continuano ad attingere a piene mani i detrattori di Tito e dei garibaldini... […] Ultimo chiarimento: la morte di Tito (17.11.1968) non avvenne a opera di alcuni “buontemponi” come sostenuto nella lettera, ma fu determinata dall'aggressione premeditata portata in casa sua da una squadraccia composta da otto neofascisti. […].”

 

Partigiano Tito e realtà dei fatti”. Dunque, per i due firmatari la lettera io avrei mal giudicato la bandiera sul palco, non espresso bene di Tito; “Luci su partigiani fuorilegge e ombre su combattenti regolari...” Ma va là!

L'uomo guarda alla storia per trarvi esempio e cercarvi le sue radici. L'uomo ha bisogno della storia per provare il suo rapporto con il divino e dare un senso e un prosieguo alle lotte dei suoi progenitori. L'uomo deve legarsi alla storia per non restare vittima dell'azzeramento spirituale a cui mirano i suoi sempiterni avversari. Ecco perché la storia ufficiale, quella che si insegna ai ragazzi, è scritta a misura del sistema e dei suoi servi compiacenti. L'opinione pubblica deve crescere e formarsi attraverso i suoi principi, così da non costituire ostacolo al piano di dominio economico del pianeta.


Gianmarco Dosselli pubblicato il 02.07.2021 [Testo]


  Vuoi dare il primo "Mi piace" a questo scritto?


Commenti dei lettori
Per lasciare un commento Registrati | Accedi