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Uno scritto a caso

"L'ultima partita"
[scritto]
Roberto Fischetti
02.08.2006

"L'inizio della fine"

Il pianeta Terra tra migliaia di anni abitato da down. Uno di loro viaggia a ritroso nel tempo per c

'


L'INIZIO DELLA FINE

- cap. I xe2x80x93

Dopo l'ennesima buca non mi trattengo più e do libero sfogo ad una sequela di imprecazioni maledicendo il momento in cui mi sono deciso a prendere la vecchia provinciale malridotta da fare schifo. L'ho fatto per accorciare il tragitto verso il paese di una decina di chilometri pur sapendo che la vecchia strada è ormai in disuso, solo non immaginavo lo stato in cui si trova. Dopo un duro giorno di lavoro caracollando da una fattoria e l'altra per l'intero contado di Montepiano, il mio paese, a controllare il bestiame di tutti gli allevatori sotto la mia giurisdizione non vedevo l'ora di tornare a casa. Non ho con me alcuna bottiglia di Montenegro, quello lo danno solo ai veterinari nella TV non ai miseri come me. Ormai non manca molto, solo una mezza dozzina di chilometri e solo due per l'ultima borgata che si trova lungo il percorso. Qui, però, non devo fermarmi, mi risulta sia del tutto abbandonata. A darne una parvenza di civiltà solo tre lampioni stradali che miracolosamente al tramonto si accendono di una luce rossastra.

Appena uscito da un'ampia curva che imbocca un rettilineo lungo circa mezzo chilometro la macchina ha un brusco sobbalzo, quasi un singhiozzo. Istintivamente do un rapido sguardo alla strumentazione di bordo, non ci sono spie accese e anche il livello del carburante non raggiunge la riserva. Probabilmente nell'ultima buca qualcosa ha fatto contatto e per qualche istante la macchina ne ha risentito. Mi trattengo a malapena di accelerare, il rettifilo mi invoglia a farlo, il buon senso me lo sconsiglia. Improvvisamente un vivido bagliore proveniente dall'alto per pochi attimi mi abbaglia, poi tutto rientra nella normalità, o almeno così credo. Strano il cielo è sereno e non si prevede cattivo tempo e questo non mi è sembrato affatto un fulmine. Questa volta mi lascio tentare e accelero ma, fatti pochi metri mi accorgo che la macchina non risponde al mio piede anzi, prende a decelerare. Improvvisamente le luci interne si spengono del tutto così come i fari e, senza alcuna elettricità, la macchina va avanti per forza d'inerzia. Ancora qualche decina di metri e si ferma del tutto, a meno di un centinaio di metri dal primo lampione. Per la verità anche la luce dei lampioni ha avuto qualche sobbalzo per poi assestarsi subito, ora, infatti, è ferma e forse anche più vivida. Solo nella macchina la situazione è immutata, non vi è alcuna energia, né interna che esterna, in altre parole sembra morta del tutto.

"Cribbio!, ci mancava solo questa per concludere in magnificenza la giornata!" impreco ancora tra me.

Estraggo il cellulare per chiamare casa, prima di cercare un meccanico, ma mi accorgo che il cellulare non si accende nemmeno. Di primo acchito non ci faccio caso, penso infatti che non vi sia campo poi, stupito, mi rendo conto che anche lui è totalmente privo di elettricità. Caspita, non mi pareva che la batteria fosse tanto giù! Pazienza, devo solo non perdere la calma. Intanto non so che fare, davanti a me a circa un centinaio di metri vi è la prima casa, da quel che ricordo dovrebbero essere tutte disabitate ma, tanto vale andarci e bussare, non si sa mai!

Sospirando m'incammino e quando arrivo a metà strada scorgo sul ciglio della strada una figura umana, con un sospiro di sollievo mi avvicino, in fondo la mia buona stella non mi ha abbandonato.

Intanto la figura si delinea di sesso maschile, alto poco più di un metro e mezzo, forse uno e sessanta, un po' grassottello e di età non ben definita, comunque non mi pare anziano, forse sui trenta. Quando gli sono a qualche metro di distanza ho modo di notare anche i lineamenti del viso e un improvviso scoramento mi assale. Mento rincagnato, labbra sporgenti, occhi piccoli e rientrati su un naso piatto dalle narici dilatate. Gesù, un down, non ci posso credere!. Mi sento cadere le braccia, è proprio l'ultima persona al mondo che mi sarei augurato di incontrare in un villaggio abbandonato. Rallento il passo sconsolato e, intanto, egli mi dice "Ciao" e, subito dopo, mi elargisce un sorriso disarmante.

Abbozzo anch'io un mezzo sorriso farfugliando un "ciao" di risposta.

"Ciao, chi sei?" mi sento chiedere. Non rispondo, per la verità non ne ho voglia, allora lui insiste:

"Ciao, chi sei tu?" questa volta scuoto il capo e gli rispondo a tono.

"Ciao, e tu chi sei?"

"Non vale, l'ho chiesto prima io, mi devi rispondere." Mi scappa un sorriso ironico, ci manca solo che adesso, nella mia situazione, mi metta a discorrere con un down.

"Io lo so chi sei, vieni dalla macchina."

"Bravo, visto che lo sai perché me lo chiedi?"

"Perché me lo devi dire. Che cos'è un vitello?"

"Eh?, che diavolo ...?!" mi trattengo dal continuare, per un attimo sono sbalordito, avevo appena pensato che mi sarebbe stato più facile parlare con un vitello che con lui.

"Perché me lo chiedi?" gli domando curioso.

"Perché me lo devi dire, io te l'ho chiesto e me lo devi dire"

"Uhm, sai cos'è una mucca?" lui non mi risponde, solo scuote velocemente la testa in senso d'assenso.

"Beh, la mucca è la mamma del vitello, hai capito?"

"Si, e che cosa sono i soldi?" Accidenti, lo ha fatto di nuovo, mentre parlavo con lui ho pensato alla macchina sperando che il guasto non mi avrebbe comportato una grossa spesa altrimenti il guadagno di una faticosa giornata di lavoro se ne sarebbe andato in fumo, specialmente ora che con altre spese a carico non me lo potevo permettere. "I soldi non bastano mai" avevo appena pensato. Guardo il tipo con più attenzione, effettivamente non sembra un ragazzo, già, nelle sue condizioni non è l'età quello che conta ma il quoziente intellettivo. Comunque mi è simpatico e, poi, cosa mi costa chiacchierare un po' con lui? Certo la macchina non si aggiusta ma nemmeno si finisce di scassare.

"Sai, i soldi servono per vivere..., cioè no, servono per rendere più semplice la vita, capisci il concetto?"

Mi guarda tutto serio, si passa una mano sulla fronte, poi sorride, anzi ridacchia, poi mi dice che non riesce a capire.

"Vedi, con i soldi puoi comprare tutte le cose belle, quelle che ti rendono più felice." Cerco di spiegargli.

"Ma io sono già felice" mi risponde semplicemente. Mi scappa un sorriso divertito, allungo una mano a scompigliargli i capelli e lui allora fa un balzo in avanti raggiungendomi e abbracciandomi felice. Anch'io lo abbraccio commosso pensando che se avessi avuto un figlio non avrebbe fatto alcuna differenza se fosse stato come lui.

"Anche tu avrai un figlio" dice farfugliando forse perché il suo volto è ancora appiccicato al mio petto. Per la terza volta ho l'impressione di essere stato letto nel pensiero. Quando si distacca da me poso le mani sulle spalle e gli chiedo:

"Non mi pare di averti mai visto da queste parti, di dove sei? Da dove vieni? Come ci sei arrivato fino a qui da solo? C'è qualcuno che ti aspetta da qualche parte?" mi rendo conto di aver fatto una lunga fila di domande che forse non sarà riuscito nemmeno a elaborarne una. Non mi aspetto alcuna risposta e, infatti, non ce ne sono, egli alza solo l'indice verso il cielo e sorridendo dice: "Su".

Sto per accingermi ad approfondire la sua risposta quando improvvisamente le luci dei fari della macchina si accendono. Con mia somma meraviglia mi dimentico del tutto del giovane che mi sta davanti, il mio unico pensiero è quello di raggiungere in fretta la macchina e riprendere il viaggio. Mi volto verso di lui per accomiatarmi ed egli mi guarda sorridendo felice. Non dice nulla, sembra quasi invogliarmi ad andare. Non esito oltre allungo la mano a stringere la sua ma egli non capisce e resta fermo a guardarmi allora gli volto le spalle e allungo il passo andandomene, anzi prendo a correre prima che la macchina si spenga di nuovo. A metà strada avverto alle mie spalle un bagliore luminoso, mi volto e vedo un cono di luce che dal cielo avvolge la figura del giovane. Egli fa appena in tempo a farmi ciao con la mano alzata che in un attimo la sua figura svanisce nel nulla insieme al cono di luce. Rimango inebetito a guardare il nulla davanti a me, a scuotermi è lo squillo del cellulare che, come la macchina, si è anche lui rianimato.

- cap. II xe2x80x93

Giovedì , ventisei giugno. E' da quando mi sono svegliato stamattina che questa data continua a torturarmi la mente, mi dice qualcosa ma che sia dannato se ricordo cosa. Spero che non sia qualche appuntamento di lavoro, non vorrei fare magre figure.

E' mentre apro la porta dello studio che un improvviso squarcio nella mente mi fa ricordare che devo andare alla azienda di Giuliani per il controllo semestrale della porcilaia, un'operazione che viene fatta due volte l'anno quando, svuotata dai maiali cresciuti, questa va prima ripulita e poi disinfettata in attesa di essere riempita con i maialini per il secondo ciclo. Giuliani è proprietario della più grande azienda agricola di Montepiano e i suoi interessi spaziano dalla semplice agricoltura alla produzione e imbottigliamento di olio d'olivo e vino Aglianico. Possiede inoltre un allevamento di oltre cento mucche, un altro di circa duemila ovini e un altro ancora di milleduecento maiali, tutti convenzionati con la nostra regione e, per questo motivo, è sotto il mio diretto controllo in quanto veterinario provinciale.

L'azienda è ovviamente sparpagliata su circa un migliaio di ettari e i vari allevamenti sono distanti l'uno dall'altro. Il più lontano è proprio quello dei maiali, a circa otto chilometri dal paese e per arrivarci c'è una sola strada in terra battuta che m'impone di usare il mio vecchio Samurai, leggero e inarrestabile.

Mi godo il viaggio tra il vento che mi scompiglia i capelli, prima di partire l'ho scappottato, e proseguo distraendomi ad osservare la natura in pieno rigoglio che mi circonda. Ad un tratto mi fermo, sul ciglio della strada vedo un gelso rosso con i frutti maturi di cui molti già disseminati per terra. Mi viene voglia di raccoglierli ma desisto perché non sono attrezzato per farlo e non intendo affatto sporcarmi i vestiti con il succo rosso vermiglio, difficile poi da togliersi. Ma nulla mi impedisce di osservare bramoso la pianta. Lo sguardo oltrepassa l'albero per cadere su una stupenda distesa gialla sottostante, e un campo di grano maturo pronto per la mietitura. Occupa per intero un piccolo pianoro di una trentina di ettari e le spighe belle alte mosse dal vento lo fanno somigliare al movimento delle onde del mare. Uno spettacolo stupendo, "che bella la natura!" mi sorprendo a pensare, decido di fermarmi al ritorno, tra un ora circa, non rinuncio per nulla ai gelsi.

Giuliani mi accoglie gioioso e sollevato, per un po' ha temuto che mi fossi dimenticato, quando dopo le nove non mi ha visto arrivare il suo timore stava per diventare certezza, poi ha visto da lontano il mio vecchio trabiccolo e si è rasserenato. Non arrivando ancora, dal gelso mancano solo due chilometri, ha pensato che fossi rimasto in panne. Lo rassicuro raccontandogli del gelso e lui mi promette che provvederà in qualche modo.

Espletiamo velocemente la routine, in fondo si tratta di ispezionare i tre ampi locali con le corvee esterne e controllare che i canali di distribuzione di cibo e acqua siano funzionali e puliti, poi compilare alcuni modelli, firmarli e sottoscriverli, rilasciarne un paio di copie all'allevatore, di cui una da esibire al funzionario che provvederà a portare i maialini dal centro di svezzamento. Tutto qui, tempo impiegato mezz'ora circa, anche perché l'azienda Giuliani è una delle più serie e meticolose che conosca.

Prima di ripartire chiedo se può darmi un sacchetto per le immondizie, uno di quelli grandi di color nero che sono anche i più robusti. Mi chiede perplesso a cosa mi serva, "qualcosa di utile" gli rispondo sornione poi, quando me ne procura un paio, osserva come, con una forbice spuntata dal mio coltello multiuso, ritagliando tre semplici buchi lo trasformo in una specie di saio, quindi mi tolgo giacca e camicia e lo indosso, mi calza quasi a pennello. Divertito mi chiede cosa diavolo ho in mente di fare così trasformato, gli spiego che intendo fare incetta di gelsi sulla collina, ride di gusto scuotendo la testa poi mi consegna un grosso cesto di vimini e mi dice che se non voglio disturbarmi me ne farà pervenire una cassa intera. Declino l'offerta, non c'è gusto, farlo mi farà tornare ragazzino. Prima di partire, comunque, mi dona una cassetta colma di alcuni genuini prodotti della sua azienda. Gli dico che non occorre ma lui insiste, afferma che lo fa per rispetto e amicizia. Accetto, qualche salame, una dozzina di uova e un vacchino non ritengo siano una corruzione. Ci salutiamo cordialmente e mi rimetto in viaggio.

Due chilometri dopo, puntuale, mi fermo sul ciglio della strada a poca distanza dal gelso. Scendo dalla macchina e mi assesto il mio saio improvvisato, poi prendo il cesto e mi avvicino alla pianta, i gelsi sono davvero splendidi, pregustando quella leccornia allungo il braccio e con la mano sto per afferrare il primo frutto quando .... Resto inebetito a guardare la visione che appare ai miei occhi, laggiù a un centinaio di metri, nel bel mezzo del campo di grano vi è disegnata un'immensa spirale circondata da quattro piccoli cerchi disposti come a delimitare un ideale quadrato. L'intero disegno occupa almeno uno spazio di cinque ettari dell'intero campo. Con il braccio sollevato resto folgorato a fissare quello che mi appare come un quadro della natura.

"Dio mio!, quando l'hanno fatto? Un'ora fa non c'era!!" anzi meno di un'ora e... per fare una cosa del genere, ammesso che sia possibile, non so quanto tempo ci voglia ma è da escludere un tempo così limitato. Ma chi poi ha potuto farlo, e come abbia fatto, o meglio abbiano perché non penso affatto sia opera di una sola persona. Dimentico i gelsi, osservo con attenzione quel disegno, è semplicemente perfetto, non vedo sbavature, straordinario! Con la coda degli occhi noto qualcosa alla mia sinistra, a circa venti metri da dove mi trovo, leggermente più in basso, su una prominenza rocciosa del pendio della collina c'è un persona, sta immobile rivolta verso il disegno, sembra in totale contemplazione.

Non faccio nulla per attirarne l'attenzione poi, dopo alcuni secondi cautamente, per non incespicare, mi dirigo verso di lui. Mentre mi avvicino noto nella sua sagoma un qualcosa di familiare, mi pare di aver già visto quella figura da qualche parte, non è alto e, più che robusto, mi sembra piuttosto grassoccio, come il corpo di un adolescente, il vento gli scompiglia i capelli, ed è l'unico segno di vita apparente che mostra. A un paio di metri da lui mi fermo e gli rivolgo la parola:

"Ehi, ragazzo, è da parecchio che stai qui, hai visto come l'hanno fatto?"

Nessuna risposta poi, lentamente si volta verso di me. Ho un gesto di stupore, lo riconosco, è passato solo un mese dal nostro incontro serale ma ora che rivedo il suo volto sorridente come allora, mi accorgo che sembra non sia passato nemmeno un istante.

"Ciao" mi dice semplicemente. "Ciao" gli rispondo serenamente. Non dico altro, come se la sua apparizione mi abbia svuotato di ogni energia. Mi riprendo, indico con la mano il campo come a chiedergli se ne sa qualcosa, lui accentua il sorriso, pare divertirsi, accenna di si con il capo. Con la sua afferra la mia mano attirandomi verso di sé, lo raggiungo e, come al nostro primo incontro, mi abbraccia. La sua testa mi sfiora appena il mento, mi chiedo quanti anni abbia, non è facile intuire l'età di un down. Mi sorride felice di avermi rincontrato, lo guardo teneramente e gli sfioro la guancia paffutella con le dita. Allora si discosta e mi guarda dall'alto in basso, il mio abbigliamento lo diverte e lo mostra con una risata spontanea. Rido anch'io, poi facendomi serio gli indico più esplicitamente il campo di grano. Senza scomporsi mi fa cenno di sedermi, lo faccio seguito da lui, ora siamo più o meno alla stessa altezza. Mi prende la mano e l'avvolge, come una perla nella conchiglia, tra le sue. Osservo le sue movenze con semplice curiosità poi, improvvisamente, qualcosa mi squarcia la mente.

Visioni di un mondo sconosciuto mi scorrono in rapida successione davanti agli occhi. Mi trovo tra migliaia di altre persone, indaffarate in normali attività diurne e, incredibile sono tutte down come lui, si muovono con estrema naturalezza, non faccio in tempo a fissare quelle immagini che già altre prendono il loro posto. Come un registratore che ritorna indietro così velocemente la storia scorre davanti ai miei occhi, infine si posa senza alcun assestamento su un quadretto di vita a me molto familiare. Vedo un uomo, alto e magro, con i capelli lunghi, vestito con un specie di saio simile al mio ma non di plastica, forse è lana, è seduto su un mucchio di pietre, parte di un muro a secco diroccato, ha le braccia larghe, in segno di invito. E numerose figure umane si dirigono verso di lui.

Un altro squarcio nella mente, la scena la riconosco, la vediamo dappertutto in migliaia di effigi. Nella mente si formula una frase "Fate che essi vengano a me". Mio Dio, non era ai bambini che Egli si rivolgeva ma a Loro! Li rivedo, tutti uguali, tutti somiglianti, tutti felici. Non me ne accorgo ma le lacrime scorrono sulle mie guance. Vedo un'altra scena, è ancora Lui, questa volta sembra ammonire:

"Beati gli ultimi che saranno i primi". Ed è ancora a Loro che si riferisce, quando parla dei deboli di spirito. La scoperta mi travolge i sentimenti, mi accorgo di tremare, ritorno al presente e sono solo. Egli non c'è più, sono anima solitaria su quello sperone di roccia.

"Dottore ma non doveva fare incetta di gelsi?" la voce di Giuliani mi scuote, come risvegliandomi da un profondo torpore mi guardo intorno, l'allevatore sta ritto vicino al gelso e perplesso mi guarda, teme che mi sia sentito male, me ne accorgo dal modo come mi guarda. Mi scuoto del tutto, alzandomi in piedi e gli dico di star bene.

"Piuttosto ....." sto per chiedergli spiegazioni su quel disegno nel campo di grano e, sorpreso, mi blocco con le parole in gola. Nel campo sottostante non vi è nulla, solo il grano rigoglioso pronto per essere mietuto, dei disegni nessuna traccia. Ripiombo nella confusione mentale ma non oso dire nulla per non passare per pazzo. Borbotto qualcosa d'incomprensibile, anche a me stesso, raggiungo Giuliani e con le dita che battono sull'orologio gli dico che si è fatto tardi e la raccolta dei gelsi sarà per un'altra volta.

Egli mi guarda sorpreso e quasi con sospetto. Indicandomi il cesto mi dice: "E quelli chi li ha raccolti?"

Ecco, se avevo avuto un minimo dubbio di essermi sognato tutto, quel cesto, ricolmo di grossi gelsi, mi fa ricredere. Confuso non so come spiegarmi e, per fortuna, la sua dedizione mi viene incontro.

"Ah, dottore siete proprio un tipo imprevedibile, ma un gran simpaticone, vada, vada pure, le farò pervenire una cassetta intera di gelsi". Ridendo si allontana, "Ah questi giovani!" mormora, come se io a quarantacinque anni sia un giovanotto. Beh lui ne ha quasi settanta e può benissimo permetterselo.

Rimasto solo, risalgo in macchina e metto in moto pur avendo impresso nella mente quanto mi è misteriosamente successo. Mi avvio mentre una vocina nella mente mi sussurra: "Ci rivedremo!"

- cap. III xe2x80x93

Ho quarantacinque anni, sono veterinario libero professionista convenzionato con la mia provincia e sono un single di ritorno, nel senso che mi sono separato dopo venti anni di matrimonio. Lo sono ormai da circa tre anni, da quando mia figlia al suo diciottesimo anno ci invitò a sederci uno di fronte all'altra e con sorprendente schiettezza ci disse che non poteva più convivere in una famiglia più incasinata come la nostra, tra continui bisticci e rimbrotti, scenate, incomprensioni ed equivoci.

"Separatevi xe2x80x93 ci disse xe2x80x93 così posso stare indistintamente sia con l'uno che con l'atra senza dovermi più incavolare con tutti e due"

Detto fatto, mai consiglio fu seguito con maggiore celerità. Tre mesi dopo, la separazione ovviamente consensuale, due anni dopo il divorzio definitivo. Ora viviamo felicemente tutti e tre, io da solo con il mio disordine interiore ed esteriore, la mia ex con un nuovo compagno, un vecchio compagno di scuola dalla fiamma sopita e improvvisamente riaccesa e Giusy, la nostra bambina, che da più di un anno vive beatamente con un fidanzato di circa dieci anni più grande. In tutta questa situazione è l'unica cosa che non riesco a mandare giù, dieci anni mi sembrano francamente troppi, ma, contenta lei...

La cosa più straordinaria dopo il mio divorzio è che con la ex vivo in perfetta armonia, oggi siamo grandi amici, ci incontriamo quasi tutti i giorni, spesso facciamo colazione insieme, spettegoliamo sui nostri amici, spesso ceniamo anche insieme, ovviamente in tre, e ci interessiamo di nostra figlia come non lo abbiamo mai fatto in passato quando eravamo una famiglia.

Tonia, la mia ex moglie, è assistente sociale e si occupa principalmente delle famiglie che hanno figli disabili; lo fa in vari modi, promuovendo varie iniziative sociali coinvolgendo le autorità scolastiche e comunali, e spesso rompendo le scatole al sottoscritto, costringendomi a intervenire a noiosi incontri e dibattiti con personalità politiche e sociali. L'ultima delle sue cervellotiche iniziative mi è arrivata per posta questa mattina: un incontro presso il centro sociale, tema del dibattito "le diversità e la natura" dove per natura lei ha inteso il mondo animale, nello specifico le razze canine.

A volte ho il sospetto che lo faccia apposta, ad ognuno di questi incontri che organizza mi ritrovo al fianco la stessa persona, una dottoressa sua amica e quasi coetanea e, guarda caso, vedova da circa un paio d'anni e senza prole. La faccenda mi puzza un po' perché ogni volta finge di cadere dalle nuvole.

"Oh, ma che combinazione, siete capitati allo stesso tavolo!" cinguetta giuliva lanciandomi occhiatine colme di complicità. Ogni volta scuoto la testa incredulo davanti alla sua spudorata ostinazione e spesso mi scopro a pensare per quale motivo ci siamo separati visto che andiamo così d'accordo. Già!, ora ma...

Rileggo l'invito, è per questo pomeriggio, come al solito non mi lascia alcuna scelta, appena il tempo per mettermi in ordine che è già ora.

Il centro sociale, come prevedevo, è semivuoto, anche perché in paese tra disabili e diversi non è che ce ne siano poi tanti, forse una decina in tutto e, quindi, anche le autorità invitate non mi sembra che siano intervenute al completo. Eppure con il passare dei minuti la sala si va riempiendo. Vedo prima arrivare parecchi disabili, ne conto in tutto tre dozzine, poi i cosiddetti diversi, trentanove down, tutti ovviamente accompagnati da familiari o assistenti. Mi chiedo stupito da dove mai provengono, sono in tutto settantacinque persone, un numero spropositato per il paese. Quindi i rappresentanti sociali e amministrativi, e qui mi accorgo che sono presenti i rappresentanti di mezza provincia. In pochi minuti la sala si riempie, anche considerando la presenza di una quindicina di cani di varie razze, addestrati alla compagnia dei disabili. Comincio a capire quale sia lo scopo degli organizzatori dell'incontro e, una volta tanto mi trovo pienamente d'accordo.

Infine arriva lei, Tonia, tirata a lucido come non mai. Ora comprendo che è proprio lei la principale organizzatrice del dibattito che tra poco avrà inizio. Mi raggiunge mentre sto ammirando un superbo pastore maremmano, tenuto al guinzaglio da una avvenente signora, con un colpetto di tosse e un sorriso a tutta bocca mi agguanta per un braccio e mi costringe a seguirla presso il palco dei relatori al cui tavolo spicca un posto vuoto guarda caso al fianco di una ben nota dottoressa che pare stia aspettando proprio me come ad un appuntamento galante. Faccio appena in tempo a rivolgere un disarmante sorriso alla mia cinofila che mi ritrovo già seduto con davanti una cartella colma di depliant e di foto canine, ovviamente predisposte dalla mia ex. Sfoglio il contenuto e trovo un biglietto, conosco la calligrafia, leggo l'appunto, mi invita a documentarmi velocemente perché non ho molto tempo a disposizione, poi come p.s. "però che bella coppia che fai con Valeria!" inutile spiegare chi sia la sunnominata.

Dal mio posto, sul palco al tavolo dei relatori, ho modo di spaziare sull'intera sala. Devo ammettere che si è riempita quasi del tutto. Le sedie, disposte in filari ad arco di cerchio, sono collocate come all'aula magna dell'università, un filare dopo l'altro ad altezza maggiore ma in leggera pendenza, così tutti possono vedere senza ostacoli e i relatori non debbono guardare in cielo

Tra i tanti convegni al centro sociale devo confessare che questo è il primo in cui vedo la sala tanto gremita e mi fa un certo effetto. Mi accorgo come sia difficile cercare di individuare un volto tra i tanti anzi, puntare lo sguardo su ognuno dei presenti mi provoca un leggero stordimento. Mi distraggo, la mia ex fa il discorso d'apertura con le presentazione dei relatori, tra cui il sottoscritto, dilungandosi particolarmente sulla disponibilità degli accompagnatori, sia dei cani che dei disabili, lodando lo spirito e la volontà che li anima.

Più lei parla e più aumenta il mio stordimento fino a diventare un vero e proprio mal di testa. Non riesco a spiegarmelo, da un paio di giorni non ho fatto assolutamente nulla che possa averlo fatto maturare. Poi subentra un ronzio nelle orecchie, leggero e costante e infine insopportabile. Mi sento stordire sempre più, ho caldo, allento il nodo della cravatta e sbottono il colletto della camicia poi, come se già sapessi dove fosse, punto direttamente gli occhi in un punto preciso della sala dove incontro lo sguardo di lui.

Non lo cedevo da circa un mese, quando mi lasciò disturbato dall'arrivo di una presenza estranea, mi disse "ci rivedremo" ed ora eccolo lì tra la piccola folla dei "diversi". Mi sorride e la mia emicrania svanisce in un attimo. Sto per ricambiare il sorriso quando un evento straordinario scompagina i piani di tutti i presenti.

Improvvisamente la terra trema, prima sussulta e poi ondeggia. La struttura antisismica del centro sociale pare voglia ballare, o sono i miei sensi a perdere il controllo. Dei lampadari si staccano dal soffitto crollando rumorosamente sulla sala dove avviene un fuggi fuggi generale. Qualcuno afferra la mia giacca e mi tira in disparte verso una porta d'angolo. Senza sapere come mi ritrovo nel retro palco, il luogo adibito a spogliatoio degli artisti quando si esibiscono nelle rappresentazioni teatrali al centro organizzate dalla pro-loco. Insieme a me vi è Tonia, che terrorizzata come non mai, mi si stringe addosso. Non siamo soli, con noi vi è anche lui, dall'aspetto ancora più bonario di quanto lo ricordassi.

Si avvicina ad entrambi, posa il palmo delle mani sulla nostra testa, Tonia si addormenta di colpo al mio fianco mentre nella mia mente avviene una trasmissione di immagini che mi era già familiare.

Questa volta trovo la forza di rivolgergli un messaggio, non so se l'ho fatto parlando o telepaticamente.

"Ti prego, fai piano" Sorride, credo che abbia capito, mi fa un cenno d'assenso. La sua mano scivola lentamente sui miei occhi e la trasmissione del pensiero ha inizio.

Le immagini iniziali le conosco, sono le stesse già viste l'ultima volta, quelle di un mondo popolato solo di down. Ce ne sono a milioni, vanno avanti e dietro presi nelle varie attività, i mezzi di cui dispongono sono molto diversi dai nostri, strane automobili senza ruote che si librano nell'aria. Le città in cui vivono sono formate da piccoli edifici alti non più di tre piani, con strade larghe e alberate e giardini, tanti giardini, una babilonia di colori.

L'immagine cambia, rivedo gli stessi posti con meno edifici e tanti cantieri, comprendo all'istante, siamo andati a ritroso nel tempo, non di molto solo qualche decennio, giusto per farmi comprendere come sarà il nostro viaggio della mente. Faccio un cenno col capo per trasmettergli di aver capito. Allora si passa ad un'altra immagine, questa volta non si tratta di anni ma di secoli, non so quanti, di sicuro qualche centinaio. Ora vedo solo campi abbandonati, deserto dappertutto, poi come delle oasi in mezzo al deserto delle immense cupole trasparenti che brillano in lontananza. Al di sotto si scorgono edifici, sono simili a quelli visti in precedenza, sono intervallati da piccoli giardini e le strade sono più strette ma sempre alberate. Riesco a distinguere gli abitanti della città sotto vetro, sono sempre loro, operosi ed efficienti. Il campo si allarga e s'innalza così posso osservare il loro pianeta sempre più in alto. Vi sono altre oasi come quelle e sembrano tanti puntini verdi in un mare di desolazione.

Mentalmente sto per fargli forse la domanda principale ma egli mi blocca con un cambio immagine.

Siamo ancora più indietro nel tempo, non so quantificare quanto, forse qualche millennio. Ora la scena è completamente diversa, terrificante. Sono scene di guerra, aerei, navi, che si combattono tra loro. Vedo missili a testata nucleare che vengo lanciati contro città lontane tra loro, vedo gente urlante che corre disperata in cerca di un rifugio. Infine vedo ancora loro, i miei amici down, rintanati in rifugi e curati amorevolmente da persone dall'apparenza normale. Già!, sono i samaritani dei nostri giorni che incuranti dei pregiudizi s'interessano del prossimo indifeso.

A questo punto mi sovviene un orribile sospetto, dentro di me esplode un'agitazione con profonde vampate di calore, ancora una volta sopite dalla sua mano. Rivedo ancora le scene di guerra poi quelle successive fino a comprendere del tutto. Dopo la guerra atomica l'umanità è cambiata, forse si è evoluta o addirittura sostituita dagli unici superstiti, i down, protetti fino all'inverosimile come incolpevoli indifesi. Questa è stata la loro salvezza, grazie a pochi benpensanti della razza cattiva.

Si va ancora indietro e questa volte l'emozione è grande perché davanti mi appare Giusy, con in braccio un neonato che lei coccola amorevolmente. Il campo si restringe fino a inquadrare in primo piano il volto della piccola creatura, lo osservo attentamente trattenendo il fiato, è un down. Non faccio in tempo a metabolizzare l'evento che la scena cambia di colpo, ancora Giusy, col pancione e in abito bianco, al suo fianco il ragazzo con il quale è fidanzato, intorno a lei un sacco di gente, tutta tirata a lucido, c'è Tonia e la sua amica del cuore Valeria, poi un sacco di altra gente, molta della quale non conosco affatto. Vi sono però volti familiari, ovviamente sono i nostri parenti, alcuni molto prossimi. Mi stupisce una cosa, non vedo me stesso tra loro e mi chiedo perché. Non ho il tempo di rifletterci sopra perché la scena cambia ancora. Con viva emozione mi ritrovo a guardare ciò che potrei vedere anche direttamente. Siamo nel centro sociale, forse tra qualche minuto non so, vedo la gente che ho appena vista in sala. Poi rivedo i lampadari che crollano e me stesso che afferro Tonia per un braccio e la sospingo con me nel ripostiglio dove ora siamo ma non è tutto. Saranno passati pochi minuti, il tempo di sollevare Tonia da terra, farla rinvenire e accompagnarla di fuori, quindi vedo me stesso che mi volto indietro attratto da un lamento di bambino, lascio Tonia che, immagine urlante e silenziosa, mi implora di non andare. Non ho alcuna esitazione, entro di nuovo nel centro sociale poi, nient'altro, tutto crolla quasi implodendo su se stesso.

Mio Dio! E' la mia fine, osservo sgomento il mio amico, per la prima volta lo vedo triste, due solchi di lacrime sul volto ma il sorriso non è venuto meno. Mi toglie la mano dalla testa, siamo uno di fronte all'atro, non ho parole, comprendo solo di aver visto i miei ultimi momenti di vita e inconsciamente sono consapevole che tutto avverrà solo tra pochi minuti. Ho solo il tempo di fargli qualche domande.

"Viaggiate nel tempo?"

"Sì , lo facciamo da parecchio"

"I cerchi cosa sono?"

"Sono dei messaggi che ci lasciamo, delle semplici annotazioni dei nostri viaggi temporali"

"Perché proprio io?" gli chiedo intendendo ciò che è avvenuto dal nostro primo incontro fino ad oggi, epilogo compreso.

"Perché volevo conoscerti" dice con un nodo alla gola mentre mi abbraccia come la prima volta.

"Tu sei il dis..," dall'emozione non riesco a completare la frase. Egli si allontana da me, mi sorride ancora mentre svanisce. Nella mente mi rimane la sua ultima parola "Addio!"

Al mio fianco Tonia si sta risvegliando, l'aiuto a rialzarsi quindi sorreggendola l'accompagno fuori la struttura dove c'è già un sacco di gente attonita e disperata. Valeria ci viene incontro accogliendo Tonia tra le sue braccia. In quell'istante mi giunge da dentro un lamento di bambino.

"Mamma, mamma!" implora, lascio Tonia e mi dirigo verso l'interno, verso quella implorazione. Sulla soglia mi volto indietro. La scena la conosco già, Tonia con un braccio teso verso di me pare supplicarmi di non andare. Non so che dirle, devo farlo. Un ultimo pensiero mi colpisce prima di sparire all'interno.

"E' l'inizio della fine"

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Michele Rotunno pubblicato il 12.10.2010 [Testo]


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