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Uno scritto a caso

In girum imus nocte et consumimur igni!
[poesia] Poesia di costume in romanesco
Pierluigi Camilli
13.05.2008

"L'esame"

Il preside dell'accademia di recitazione si accomodò sulla sedia dietro il lungo bancone che era posizionato sul fondo del palco. Alla sua sinistra e alla sua destra altri professori. Il brusio che risuonava nella sala del teatro si affievolì sino a spegnersi. Alessia sedeva nella terza fila. Non abbastanza vicina perché sembrasse una secchiona e non molto lontana per essere comunque notata dai docenti. Un'altra quarantina di studenti come lei, della scuola di recitazione, erano sparsi qua e là accomodati sulle poltrone. Nell'ultima fila c'erano i professori che li avevano seguiti per quell'anno accademico. Tra gli altri anche il suo insegnante di recitazione drammatica. Lui, durante l'anno, non le aveva certo risparmiato critiche sul suo modo di recitare. Alessia sapeva perfettamente che non la stimava professionalmente. Ma la cosa era reciproca. Non si era mai risparmiato nel redarguirla e non si era certo risparmiato nel piantare gli occhi nella scollatura di Alessia o sulle sue gambe o sul sedere. Forse era uno di quelli che si faceva le sue studentesse per farle emergere? Se così fosse stato le avrebbe fatto qualche avances. Ma non era mai accaduto. E comunque lei non era certo il tipo da sottomettersi ad un ricatto del genere. Lei era una che sarebbe andata avanti senza compromessi. Questa era la regola che si era imposta. Sapeva di qualche sua compagna di corso che si era concessa al rispettivo insegnante. Ma chissà se era vero o erano solo malignità messe in giro da qualche invidiosa. Non gliene fregava nulla. Lei voleva diventare un'attrice. E non l'avrebbe mai data a nessuno per arrivarci. Avrebbe studiato. Già. Lo studio. Il fatto era che non brillava certamente nella recitazione. Ne era consapevole. Non era certo la prima del suo corso. Ma dava il meglio di se'. Di questo era sicura. Voleva sfondare. Avrebbe fatto tutto il possibile per arrivare ad essere un'attrice. Si era fatta il mazzo tutto l'anno e non voleva rinunciare. Si. Era ambiziosa. Non avrebbe guardato in faccia a nessuno per riuscire. A dire il vero aveva anche provato a fare le scarpe ad un paio di sue compagne delle quali, come conseguenza, aveva perso la stima. Si. Non era stata molto corretta. Ma la guerra è guerra e loro avrebbero fatto lo stesso con lei. Avrebbe decisamente usato ogni arma per farcela. Tranne, ovviamente, mortificarsi come persona. Meglio tentare di mortificare gli altri no? Il suo insegnante le disse una volta che tutti facevano compromessi. E che lei, prima o poi, si sarebbe trovata nella condizione di decidere. Cazzate. Forse era quella la volta che voleva portarsela a letto? Chi lo sa. Comunque ora era lì . Al saggio di fine anno dell'accademia. Tutto il suo lavoro concentrato in cinque minuti di recitazione ed al vaglio di professori esterni che non sapevano nemmeno chi lei fosse. Sarebbe stata dura. Estremamente dura. Il preside aveva iniziato il suo discorsetto introduttivo. Alessia, decisamente nervosa per la prova che doveva affrontare, non ascoltava. D'altronde stavano facendo i soliti complimenti a questo e a quello e al prestigio della scuola e così via. La prova di fine anno di quell'accademia era una delle più difficili in assoluto. L'anno precedente avevano basato l'esame sull'improvvisazione. Cristo. L'improvvisazione. Credibile. Realistica. Ma come si può improvvisare? Cosa? Non ne aveva idea. E comunque quello che contava era la prova che di lì a poco avrebbe dovuto affrontare. Si era preparata dei brani. Ma non aveva la minima idea di cosa le avrebbero chiesto. Ma tra breve l'avrebbe saputo. Cercò di mantenere un contegno e di non dare a vedere l'agitazione che la pervadeva.

'...e così , cari ragazzi, come ogni anno e nello stile del nostro Istituto, che ci contraddistingue in modo particolare, siete qui a darci una dimostrazione dei frutti che hanno dato tutti i vostri sacrifici affrontati durante questo anno accademico....'

Dio come odiava le persone logorroiche. 'E dai.....diamoci una mossa' pensò Alessia che non riusciva più a trovare una posizione sulla poltrona.

'...di comune accordo, la commissione di docenti esaminatori, ha deciso ancora una volta di richiedervi una prova di improvvisazione.'

Un brusio si levò dalla sala. Alessia si congelò sulla poltrona. Era decisamente nel panico.

'Lo so...lo so che molti di voi la ritengono una prova per certi versi dura e per altri troppo superficiale. Avete studiato duramente. Avete affrontato i classici. E forse questo modo di esaminarvi può sembrarvi ingiusto. Ma vi garantisco, da queste piccole prove si vede chi di voi ha talento e chi no.'

Alessia sudava. Doveva pensare in fretta. Se chiamavano in ordine alfabetico lei sarebbe stata la seconda.

'Pensa...Pensa.....Pensa...'

'...quindi procederemo in ordine alfabetico e concederemo, come di consueto, cinque minuti di concentrazione e preparazione ad ogni candidato e candidata. Per questo il signor Luca. Abate può intanto accomodarsi nella saletta che è oltre il corridoio.'

Un ragazzo dalla sesta fila si alzò con un sorriso nervoso. Un paio di suoi compagni gli diedero una pacca di incoraggiamento sulla spalla prima che lui si avviasse verso la porta di ingresso del teatro dalla quale uscì . In ordine alfabetico. Lo sapeva. Oddio......La prossima sarebbe stata lei. 'Pensa...Pensa...Pensa...'

'...e così , mentre il vostro collega si prepara alla prova, vorrei ringraziare ancora tutte le persone.....'

Non le veniva in mente nulla. Il vuoto. Una parete bianca. Aveva studiato e ora non sapeva cosa fare. Improvvisazione. Che idea di merda! La classica telefonata? Era la prima cosa che le era venuta in mente. Ma era anche la cosa che le faceva più schifo. Che diavolo di prova era una finta telefonata? Erano capaci tutti. Pensa...Pensa...Pensa....

'...bene. A questo punto possiamo far salire sul palco il nostro primo studente. Magari con un applauso di incoraggiamento......'

Uno dei custodi chiamò il ragazzo che fu accolto da un applauso al suo ingresso in sala. Camminò con passo deciso verso il palco.

'...nel frattempo la signorina Alessia Accardi può accomodarsi nella saletta...'

Nel sentire il suo nome ebbe una vampata di calore. Impiegò qualche secondo prima di alzarsi e dirigersi verso l'uscita del teatro. Uscendo dalla porta incrociò lo sguardo del custode che le rivolse un sorriso di conforto. Come uno che dopo trent'anni ne aveva visti abbastanza di ragazzi transitare da lì . Alessia lo ignorò. Fuori dalla sala attraversò il corridoio ed entrò in una saletta che in pratica era un camerino richiudendosi la porta alle spalle. Si lasciò cadere seduta su di una poltroncina. Era in preda allo sconforto. Si sentiva persa. Sentiva tutta la crudeltà dei suoi limiti. Voleva quasi piangere. Assorta nei suoi pensieri, quasi non si accorse della porta del camerino che si apriva. Solo il rumore di quando si richiuse le fece alzare di scatto lo sguardo. Il suo insegnante la stava fissando. Alessia non parlò. 'Che diavolo vuole?....Darmi una mano?....Un consiglio?...' Era infastidita dalla sua entrata non richiesta...Dalla sua presenza. Lui non disse nulla. Le si avvicinò, la prese per le braccia sollevandola dalla poltrona e l'attirò con decisione a se. Alessia, colta alla sprovvista, impiegò un paio di secondi per capire quello che stava accadendo e quello che stava per accadere. Si divincolò con uno strattone, ma le mani di lui la riafferrarono immediatamente spingendola sul divanetto che era lì accanto. Lo stupore che provava Alessia per quel gesto fu immediatamente sostituito dal panico. Vide i suoi occhi e capì solo in quel momento cosa lui voleva. Accennò ad un urlo ma lo schiaffo che la colpì le fece morire in gola un rantolo. Sentiva quelle mani energiche che la bloccavano e nello stesso tempo la frugavano, la violavano. Lui non si fermò nemmeno di fronte al pianto che Alessia non riuscì a trattenere. Tentò di nuovo di divincolarsi con forza ma un altro schiaffo la fece ricadere supina sul divano. Il terrore la invase. Sentiva i suoi collant lacerarsi...Il respiro affannato sopra di lei. 'Mi sta stuprando.....Cristo mi sta violentando !! '. Le sembrava così folle. Ma quando si sentì invasa da lui ebbe un sussulto e capì che era tutto mostruosamente e schifosamente reale. Ormai il pianto era dirotto e un nuovo tentativo di urlare tutta la sua ribellione fu soppresso dalla violenta mano che le tappò la bocca. Tutte le sue forze non riuscivano a liberarla dall'animale che era su di lei che ansimava e la penetrava con violenza facendole provare fitte di dolore. Voleva vomitare. L'impossibilità di difendersi le fece provare una sensazione terrificante che mai aveva provato in vita sua. Tentava di stringere le gambe ma la massa possente di lui ormai l'aveva presa e sottomessa. Urlava ma inutilmente. L'urlo le moriva in gola. I muscoli le facevano male. Quanto tempo era passato? Un minuto...Un'ora? Pensò che voleva che si sbrigasse. Pensò a come l'avrebbe torturato prima di ucciderlo. Improvvisamente lui si sollevò lasciando la presa. Solo allora Alessia si guardò. Aveva la gonna e le calze lacerate. Le cosce arrossate e si sentiva sporca. Non perse tempo. Fece un balzo e saltò giù dal divano infilandosi attraverso la porta. Doveva chiamare aiuto. Attraversò il corridoio e aprì la porta che dava sul teatro. Urtò contro il custode che stava uscendo per venirla a chiamare. Lo superò ignorandolo e corse lungo il passaggio tra le due file di poltrone. Sentì gli sguardi degli altri studenti improvvisamente su di lei. Stupiti e sorpresi dalla sua irruzione. Corse verso il palco urlando e piangendo. Verso i professori. Gridava alternando la cronaca dei fatti alle sue sensazioni. Allo schifo e alla rabbia che provava. L'orrore della violenza che aveva subito. Tutti avevano gli occhi su di lei. Era giunta sul palco davanti alla commissione esaminatrice. Non le importava di come era ridotta. Lacera, sporca, livida. Gridava e piangeva verso di loro. Per far capire loro quello che era accaduto. Per far capire loro il dolore e l'umiliazione che aveva subito. Gridava e piangeva in preda ad una crisi isterica. Per quanto aveva gridato?...Perché non si alzavano e le davano una mano? La sala iniziò a girarle intorno fino a che non cadde stremata e singhiozzante sulla pedana del palco. Dopo le sue grida il silenzio che subentrò sembrò durare un'eternità. Il rumore che la fece uscire dal torpore la lasciò di stucco. Alzò gli occhi bagnati di pianto e non potè credere a quello che vedeva. Platea e professori erano in piedi e...Cristo...Stavano applaudendo. No...Non era un applauso...Era un'ovazione. Alessia con lo sguardo vitreo si guardava attorno. Perché non riusciva a parlare? L'ovazione continuava...Continuava. Sulla porta d'ingresso del teatro comparve il suo violentatore. Era sereno. Si appoggiò con tranquillità allo stipite. Dal suo sguardo non traspariva nulla. Alessia era frastornata. Avrebbe voluto gridare di nuovo...Dire che...Dire che....Che cosa? I suoi occhi passavano dalla platea agli esaminatori. Erano tutti in piedi. E tutti applaudivano. 'Dio...che massa di idioti....' pensò. Ed eseguì un inchino perfetto.


Roberto Fischetti pubblicato il 04.08.2006 [Testo]


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